"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
07mar
![]() di Simone Gambacorta |
“Riscritti corsari”, il libro più pasoliniano di Gianni D’Elia, quello che ne raccoglie gli interventi politici e culturali apparsi sull’«Unità» tra il 2001 e il 2006, nasce dal nume tutelare Leopardi, più precisamente il Leopardi di “All’Italia”, del “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'italiani” e di alcune pagine dello “Zibaldone” (del resto, anche il recente “Coro dei fiori”, pubblicato insieme con Fabrizio Sclocchini per le Edizioni della Banca di Teramo, “cita” il “Coro dei morti” dei “Canti”). In che modo D’Elia giunga a Pasolini via Recanati, è lo stesso poeta pesarese a dircelo: «Pasolini, a rileggerlo, parla a noi contemporanei, italiani, nati nel dopoguerra, con un accento di disperazione e di esagerazione, che già fu di Leopardi». Da un lato c’è Pier Paolo, il fratello morto e (non) sepolto, la voce senza requie “dannata” da una censura che l’ha uccisa, il destinatario di una fedeltà che consiste nel pensarne e ripensarne il magistero come quando ci si consacra a un lutto, o come quando uno sbrego lascia sulla pelle di chi è rimasto una cicatrice di vita e letteratura, di letteratura di vita, d’umanità e d’umanesimo. Dall’altro lato c’è Giacomo, padre non biologico né adottivo ma elettivo («Siamo stati figliastri, rifiutati e ignorati, non figli», dice D’Elia a proposito della sua generazione) e modello infallito attraverso cui, fra l’altro, approfondire la comunione con l’autore degli “Scritti corsari”. Con gli articoli riuniti in questo nuovo volume, D’Elia se la prende, e prende in sé e su di sé, come una sofferenza, la vicenda politica e sociale italiana di questi anni, vicenda che considera lo specchio di una società patinata ma infera, dominata da un «Nuovo Potere» ansioso di «riprodurre all’infinito la consumazione di beni superflui e spettacolari» e forgiare «un’umanità di tipo nuovo, non più distinguibile per classi o unità storica», ma omologata «dai consumi e dagli stili di vita smerciati e propagandati dal Grande Magazzino Televisivo» (torna l’“Homo videns” di Sartori). Stringi stringi, il nocciolo del problema D’Elia lo individua nello scadimento della «qualità del conoscere» e del sentire: la condizione politica italiana deriverebbe da una diffusa e trasversale crisi di coscienza, e le responsabilità, oltre che a un'anestesia collettiva, sarebbero da ascriversi alla repubblica intellettuale prima ancora che a quella parlamentare (è vero che Berlusconi è il bersaglio principale, ma lo è quale sintomo, quale sineddoche di un più vasto stallo). La parola di D’Elia possiede un nitore sorgivo e ruscellare, e con tenace delicatezza descrive un pensiero appassionato e passionale, fieramente “di parte”, disobbediente e “non zitto”, percorso e percosso dal perdurare di una “bassa stagione”. D’Elia è “agito” dalla congiuntura di matrici politiche ed esistenziali, ed è tutto avvolto dal bozzolo drammatico di chi avverte il dovere civile e letterario di «interrogarsi sugli usi e costumi della società e della politica italiane in termini di antropologia culturale”», come giustamente sottolinea il curatore Davide Nota. Queste “riscritti” sono incapaci di non ribadire il primato della poesia, intesa come “religione del proprio tempo” e unica via per leggere (reggere?) il mondo: da qui la necessità di una «opposizione poetica», il «piccolo diario critico» racchiuso nel volume e gli “Epigrammi” che ne costituiscono la seconda parte. Si può essere o non essere in sintonia con quanto D'Elia sostiene, ma chiunque sia dotato di un minimo d'onestà intellettuale non può non riconoscere l'acume e l'intelligenza di questo libro. (Gianni D’Elia, “Riscritti corsari. Scritti per l’«Unità» 2001-2006. Epigrammi 2007-2009”, a cura di Davide Nota, con una premessa di Furio Colombo, Effigie, pp. 172, Euro 15) |
05mar
![]() di Pietro Ruggieri |
La visita al museo etrusco di Villa Giulia a Roma, proposta dall’associazione Terracromata per il 13 febbraio 2010, ci ha riportati, con un balzo all’indietro di molti secoli, alla civiltà dell’antica Etruria meridionale, area geografica corrispondente all’attuale territorio del Lazio e comprendente Veio, Coere (l’odierna Cerveteri), Tarquinia, Tuscania, Vulci e altre amene località nei dintorni di Viterbo. Una guida chiara e attenta riesce con i suoi modi coinvolgenti a trasmetterci un po’ della sua passione per la storia di questo popolo che raggiunse la massima espansione nel periodo tra il VII e il VI secolo a.C., esercitando un’enorme influenza sulle coeve popolazioni italiche e in seguito sulla civiltà romana. Impossibile descrivere la varietà e la ricchezza degli oggetti esposti all’interno delle numerose sale del museo, testimoni della complessità sociale e del grado di civiltà raggiunto dagli Etruschi. Mi limiterò a citarne alcuni, che tra l’altro sono tra i pezzi forti del museo, sperando di trasmettere ai lettori il desiderio di visitarlo quanto prima.
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| Noto a tutti in quanto divenuto un simbolo della civiltà etrusca, il bellissimo “Sarcofago degli Sposi” (VI secolo a.C.), in terracotta, ci racconta la storia di questo popolo. Una coppia di sposi, adagiata su un triclinio mentre assiste a un banchetto, è colta nell’atto di versare del vino o forse un unguento profumato in segno di purificazione e onore agli dei. La sposa è sdraiata in primo piano accanto al marito, il quale con un braccio protegge affettuosamente la compagna. La rappresentazione mette in luce il grado di evoluzione di una civiltà per la quale la donna svolgeva un ruolo importante nella vita sociale ed era posta sullo stesso piano dell’uomo. La gestualità composta, lo sguardo rivolto verso lo spettatore e atteggiato a un sorriso apparentemente ambiguo e appena accennato (non a caso si parla di “sorriso etrusco”), trasmettono serenità. La scelta di un soggetto conviviale e gioioso come ornamento di un sarcofago intende lasciare ai posteri un messaggio positivo nei confronti della morte, di assenza di angoscia davanti al mistero dell’aldilà. |
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| Di pregevole fattura, il cratere di Eufronio (515 a.C.), firmato dallo stesso autore, è un raro esemplare della produzione ceramica greca antica. Il vaso è l’unico rimasto integro e in perfetto stato di conservazione tra quelli, giunti fino a noi, prodotti dal ceramista e ceramografo greco Eufronio (c. 540 - c. 470 a.C.); originariamente rinvenuto in una tomba etrusca presso Cerveteri, testimonia gli intensi scambi commerciali e culturali tra gli Etruschi e le popolazioni di origine greca. L’arte etrusca, in modo evidente nell’ambito della produzione in ceramica, accoglie le forme e la tecnica pittorica di quella greca, senza subirne del tutto e passivamente l’influenza. Con gusto raffinatissimo, i disegni dei vasi, dei calici e delle anfore rappresentano in prevalenza figure umane e animali, ma si orientano anche verso soluzioni geometriche, forme vegetali di tipo orientaleggiante, raffigurazioni di creature mostruose. I numerosi pezzi esposti nel museo, comprendenti vasellame destinato al trasporto di cibi e bevande, oggetti di uso quotidiano per le libagioni e preziosi monili d’oro, dimostrano l’importanza che il popolo etrusco attribuì, nel periodo di massima espansione e splendore, ai momenti conviviali e ai riti celebrativi. Da segnalare la collezione di “buccheri”, ceramiche che, grazie all’impasto di particolari argille, alla lucidatura a stecca e a una specifica cottura in ambienti fumosi e con ridotta presenza di ossigeno, assumevano una colorazione nera e quasi lucente tale da farle sembrare forgiate in materiale metallico. Un altro esempio del notevole livello tecnico e artistico che gli etruschi furono in grado di raggiungere. Museo Etrusco di Villa Giulia Piazzale di Villa Giulia, 9 (Villa Borghese) Roma |
01mar
![]() di Roberto Michilli |
L’oggetto, che taluno chiama anche “graffa”, “clip” o “attàche”, è costruito con lucente filo metallico (zinco-cromo?), opportunamente sagomato. La sua forma potrebbe ricordare una casa alta e stretta, col tetto a capanna, avente sulla facciata una porta aperta che ripete il disegno della copertura; oppure due case viste in prospettiva, la più bassa davanti; o, ancora, una successione di due montagne, dai ripidi, precipiti fianchi; oppure, più modestamente, una doppia punta di lancia o di freccia. Il tatto racconta di due vuoti, uno più vasto dell’altro, incorniciati, delimitati e forse protetti da un confine sottile, liscio e duro, per lungo tratto doppio come un binario ravvicinato; due asperità laterali minacciano dolore; all’inizio dell’esame, l’oggetto era freddo e scostante, poi ha rubato calore dalle dita che lo sostenevano, e s’è fatto tiepido, gentile, gradevole da maneggiare. All’odorato si apprezza un lievissimo sentore di metallo. Se lo si tiene in bocca, anche la lingua è portata a seguire le cornici e a individuare due spazi, uno più esteso prima, un altro più breve dopo; tenutovi sopra per qualche secondo, l’oggetto stimola la produzione di saliva; dopo averlo tolto, persiste a lungo sull’organo del gusto il suo ricordo, somatizzato in un senso di fresco pizzicore. Non emette suoni: accostato all’orecchio e sollecitato con l’unghia rimane sordo. È raro che se ne stia da solo; quando ancora vive nella scatola di cartone verde, ha la compagnia dei suoi numerosi fratelli; si assomigliano tanto, che è difficile se non del tutto impossibile distinguerli l’uno dall’altro; anche quando esce allo scoperto e attende in ciotole, posacenere e contenitori d’ogni tipo d’essere chiamato a svolgere la sua funzione è quasi sempre insieme ad altri, anche se stavolta è improbabile che i suoi colleghi siano tutti della sua stessa marca, forma e misura; è molto frequente, infatti, in queste oasi tranquille, la pacifica convivenza di individui aventi dimensioni o forme diverse oppure costruiti in altri materiali; sono stati ad esempio osservati esemplari in cui il filo di metallo è rivestito da una guaina di materiale plastico in diversi colori, così come in altri il filo è dorato, sì da farli apparire simili a gioielli, il cui uso è, con ogni probabilità, riservato ad occasioni particolari. Il fatto che esistono individui aventi identica forma e dissimili solo nelle dimensioni, potrebbe indurre a ipotizzare una forma di vita silente, nei nostri oggetti, che li porta a evolvere nel tempo, facendoli crescere e sviluppare; non appare peregrino, in questa ottica, postulare anche una loro nascita e una successiva estinzione. Per quanto azzardata, rientrerebbe nell’orizzonte del possibile anche l’eventualità che quest’oggetto lucente abbia una sua vita sessuale. La sua vocazione è riunire; è un pastore: odia le cose sparse, discinte, sfrangiate; è per l’ordine, la vicinanza, la comunione. Trattiene, ma senza imprigionare: è sempre disposto a cedere ciò che ha, se lo si tratta con gentilezza. L’esercizio delle sue funzioni è reso possibile dalla naturale elasticità del metallo, esaltata dalla trafilatura e dalla successiva costrizione nella forma. Le due punte di freccia, infatti, possono essere scostate per un apprezzabile tratto senza che l’oggetto perda la sua integrità; tende invece a ricomporre la fattezza originaria, opponendo una forza fatta di pura essenza formale alla trazione, pronto a rientrare nella idea di se stesso. Tale elasticità gli permette di stringere tra le frecce, e ivi di trattenerli, fogli d’ogni tipo, così come fotografie, assegni, banconote e biglietti. Quando esegue i suoi compiti, il fermaglio cambia aspetto. Le frecce, infatti, si dividono, separate dai fogli interposti; gli spazi all’interno delle cornici non sono più vuoti, ora, ma racchiudono un’area che ha il colore e la consistenza del foglio fermato, più vasta da un lato, meno dall’altra. Un tempo, capitava di frequente che individui della specie avessero la possibilità di viaggiare per lavoro. Racchiusi, insieme ai fogli trattenuti, in appositi involucri, venivano spediti un po’ dovunque, finanche all’estero o in paesi esotici. L’avvento di macchine automatiche per lo smistamento della corrispondenza, ha fatto sì che le amministrazioni preposte decidessero di sconsigliare l’uso dei nostri oggetti, perché il loro spessore e la loro durezza metallica avrebbero potuto creare nocumento alle veloci ma delicate apparecchiature. Non è raro che alcuni soggetti vengano distolti dalla loro funzione originaria per essere utilizzati in altri modi; non sono pochi, infatti, quelli che amano giocherellare con essi, disperdendo in tal modo ansie e tensioni; va comunque rilevato che quasi sempre tali manipolazioni si concludono con la distruzione dell’oggetto, o almeno con la dissoluzione della sua forma originaria, peraltro unica artefice e insieme garanzia della sua funzione. In alcuni casi, però, tali manovre non sono il frutto di una incosciente proiezione sull’oggetto di nostri stati emozionali, quanto una cosciente ricerca di nuove forme, ergo di nuove funzioni, utilità altre in rinnovate epifanie. Se infatti si tiene ferma tra pollice e indice della mano destra la punta più lunga, e contemporaneamente si inserisce l’unghia del pollice sinistro sotto la punta interna; se a questo punto si applica una trazione sufficiente a sollevare quest’ultima di circa un centimetro, senza preoccuparsi se all’inizio dell’operazione la punta tenuta nella destra tenderà a incastrarsi anch’essa sotto l’unghia, ma anzi assecondando tale slittamento; se si inseriscono adesso le punte dei due pollici nello spazio così creato per vincere la naturale elasticità del metallo e allargarle fino a formare un angolo di 180°, ci si ritroverà in mano un gancio a forma di “esse” allungata, stato intermedio della metamorfosi, già in sé utile per molti usi. Se avendo come punto di partenza il gancio a forma di “esse” allungata ottenuto con la manovra sopra descritta, si impugna ora la punta più grande, stringendola saldamente tra la prima falange del pollice e la seconda dell’indice della mano destra, e si inserisce la punta del pollice sinistro all’interno della freccia più piccola, con la punta dell’indice posata sull’estremità sinistra della stessa, basterà spingere in alto col pollice sinistro, facendo perno sull’indice della stessa mano, per sollevare il bordino metallico e distenderlo del tutto; si potrà rifinire il lavoro con alcuni tocchi di pollice e indice sinistri operanti in amichevole collaborazione. Avremo così ottenuto un punteruolo munito di manico, con una lama lunga mm 40, di rara utilità per dovizia di usi, spazianti dal nettapipe all’arnese da scasso. Si potrà, volendo, ripetere in seguito la manovra anche dal lato della punta più lunga, ora manico del punteruolo. In questo caso, ci si ritroverà, ad operazione eseguita, ad avere in mano un gradino metallico di 7 mm, con due bracci di lunghezza diseguale ai lati; quello già noto di mm 40 e un altro di mm 60. Se si stringono ora i due bracci metallici tra le punte di pollice e indice di ciascuna mano, si otterrà una specie di manovella, che può essere fatta ruotare nei momenti di inazione al posto dei pollici. Resta ora da compiere l’ultimo passo; le manovre occorrenti richiedono all’operatore forza e perizia: il ferro, che s’è mostrato sempre accondiscendente alle operazioni finora eseguite, resisterà, infatti, a quest’ultima, definitiva metamorfosi, e sarà praticamente impossibile ottenere un risultato perfetto. Procederemo dunque a raddrizzare anche il gradino. Nella fase intermedia, ci ritroveremo per le mani una grande lettera “L” maiuscola, per la quale possono essere di certo trovati utili usi. Alla fine, torneremo all’origine, come è giusto e bello che accada, e avremo davanti un filo metallico di lucente color argento, del diametro di mm 1 e della lunghezza di mm 105.
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26feb
![]() di Davide Sapienza |
Forse non sanno, i criminali stupratori che hanno sversato petrolio nel fiume Lambro, che probabilmente hanno fatto un favore alla Terra. Il Lambro, per me che sono di Monza, é stato il mio primo fiume. C’era. Era inquinato. Ne stavo alla larga, anche camminandoci a fianco o pedalando lungo le vie di Monza. Lo guardavo con distacco, davo per scontato, da ragazzino, che era così e altro non poteva essere. Poi sono cresciuto, girando prima con la mia famiglia poi da solo, ho invece capito che la Terra ha modi ben strani per darci la certezza della propria energia. E così in questi giorni ecco emergere il coro unanime di politici impresentabili come i nostri, accanto alle voci che loro stessi hanno silenziato per anni – voci che però hanno invece lavorato duramente (ad esempio Gli Amici del Lambro, www.portaledellambro.org). Ecco, la Terra é anche spiritosa: unisce gente senza speranza che ha massacrato la Lombardia e il suo straordinario ambiente naturale, a migliaia di cittadini sinceri, disinteressati, che hanno donato parte delle loro energie e il loro tempo, per continuare a tener viva la voce dei fiumi presso queste istituzioni colpevolmente sorde. Ma bene così. Io sono contento: c’è in atto una reazione (anche qui in provincia di Bergamo, é stata annunciata una grossa azione di ripulitura dei fiumi proprio oggi) e questa reazione ha trovato un catalizzatore in questo disastroso evento. La Natura Madre é energia, la sua parte esteriore, quella a noi visibile, é semplicemente forma dell’immensa energia che essa é e che genera di continuo. Lei, stanca e infuriata, ha mosso le mani di questi criminali, disposta a farsi del male nel breve periodo, per ottenre qualcosa di grande nel lungo periodo: il risveglio della Specie più pericolosa che abita il Pianeta Terra. Gli Umani. Ecco dunque il Fiume. Una scelta chiara: il fiume scorre, il fiume é energia, il fiume si rigenera. Noi siamo tristi e feriti davanti a questo fatto, perché misuriamo tutto in tempi umani. Lei, Madre Terra, ci sta dando un’altra opportunità: e i migliori della Specie, sono già al lavoro assieme ai Peggiori, i politici che per decenni si sono disinteressati della Madre, Forse, qualcuno, aprirà gli occhi e qualche politica ambientale corrotta e contro natura, cambierà. |
20feb
![]() di Simone Gambacorta |
È una baracca di legno quella dove è in corso una riunione tra Hitler e i suoi più fidati tirapiedi. È il 20 luglio 1944, siamo nella “Tana del lupo”, il quartier generale del Führer nella foresta prussiana. È estate, fa caldo, e a incorniciare un tavolo pieno di mappe sono le divise degli ufficiali di un Reich sulla via della disfatta. Nessuno nota una valigetta vicina alla sedia di Hitler. Nessuno immagina vi sia nascosta una carica esplosiva, né che a portarla fin là sia stato un uomo al di sopra di ogni sospetto, il colonnello Claus von Stauffenberg. E nessuno sospetta che Stauffenberg sia una delle menti del Piano Valchiria, un progetto di colpo di stato per neutralizzare il regime di Hitler e salvare il salvabile di una Germania oramai tragicamente compromessa. Fatto è che a un certo punto, e prendendo a pretesto una scusa, Stauffenberg esce dalla baracca. Pochi minuti dopo, alle 12:30, l’ordigno detona e investe i presenti (alcuni moriranno successivamente a causa delle lesioni subite). Hitler, sino ad allora fortunosamente scampato a diversi altri attentati, riporta solo ferite, e per una ragione che ha dell’incredibile: se la deflagrazione fosse avvenuta in un locale in muratura, l’onda d’urto avrebbe schiacciato tutti; le pareti della stanza erano invece di legno, e questo fece sì che gran parte della spinta distruttiva si disperdesse verso l’esterno. Risultato: un piano elaborato in ogni particolare era fallito per un dettaglio minimo ma decisivo. La reazione di Hitler non si fece attendere: Stauffenberg e i suoi furono scoperti e giustiziati e i loro familiari arrestati. A un passo dalla meta, il Piano Valchiria era fallito, così com’era fallito il gesto “morale” di quegli uomini che, pur di obbedire alla propria coscienza, avevano tentato uno scacco matto al di là di ogni azzardo. A raccontarci questa storia, che davvero vale più di un romanzo (non solo per la terribilità che evoca, ma anche perché ribadisce che certe sorprese, tanto più se cruciali e “improbabili”, può permettersele solo la realtà), è Ian Kershaw, esperto di nazismo, professore all’Università di Sheffield e saggista capace di coniugare divulgazione e puntualità in una scrittura fluida e accessibile. Ma “Operazione Valchiria” non è solo un buon libro. C’è altro. Perché all’ombra delle parole vive qualcosa di invisibile, qualcosa che sa di incubo, una specie di serpente che scivola tra le righe e sussurra che il male, quando è assoluto, è immune dagli agguati del bene. Lo si può combattere, lo si può colpire, lo si può fiaccare, ma non lo si può vincere. Svanisce solo se soccombe a se stesso, se collassa, se implode. Non finisce perché lo si uccide, finisce perché si suicida. E forse nessuno può farci niente. (Ian Kershaw, “Operazione Valchiria”, trad. di Alessio Catania, trad. delle Appendici di Andrea Silvestri, Bompiani, pp. 170, Euro 10) |
16feb
![]() di Pietro Ruggieri |
La mostra su Niki de Saint Phalle (1930-2002) rappresenta un vero e proprio evento nel panorama delle manifestazioni artistiche romane di questi ultimi mesi: per la prima volta in Italia sono esposte circa 100 opere di questa artista di origini francesi. Le opere (sculture, disegni, serigrafie) non sono organizzate in ordine cronologico ma per capitoli tematici, ciascuno dei quali evidenzia un aspetto significativo della sua vita e della sua vicenda artistica. A mio avviso, il filo conduttore dell’arte di Niki de Saint Phalle è la rielaborazione della realtà attraverso i sogni. Gli eventi negativi della vita, sia personale che sociale, sono filtrati da una condizione sognante che li ripercorre e li trasforma, o tenta di trasformarli, in messaggi visivi positivi, in forme e colori che esorcizzano le negatività. Le principali opere giovanili sono assemblaggi di vari oggetti riciclati, coperti di gesso bianco, ai quali sono appesi palloncini pieni di colore. Niki, nel corso di sessioni artistico-dimostrative pubbliche, i “Tiri”, spara con il fucile sui palloncini, facendone colare i colori e distruggendo parte dell’assemblaggio stesso: è l’urgenza di reagire ai propri incubi, di affrontare con violenza l’orrore delle molestie sessuali ricevute dal padre in tenera età, un’esperienza della quale l’artista non si liberò mai del tutto, di comunicare l’impegno personale nella denuncia delle nefandezze umane.
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| L’esperienza artistica diviene allora strumento di liberazione e di riscatto, l’arma con la quale affrontare la paure e gridare al mondo il proprio dolore. L’altare dorato, i cui pannelli laterali sono coperti di scarafaggi e di piccole bambole monche, denuncia lo sdegno per le sanguinose vicende della guerra d’indipendenza algerina. Folgorata dalle opere di Gaudí, da cui fu enormemente influenzata, e forte delle esperienze artistiche condivise con il secondo marito, il famoso scultore svizzero Jean Tinguely, l’arte di Niki evolve verso forme tonde, sinuose, aeree, dai colori accesi. Nascono allora soggetti dalle forme singolari, alberi della vita con rami-serpenti, totem della tradizione americana rielaborati fantasticamente e le famose Nanas, le ragazze, figure femminili enormi, esageratamente grasse, tonde, coloratissime, che danzano e galleggiano nell’aria a dispetto di ogni legge gravitazionale. Sono icone dell’emancipazione femminile e del superamento dello stereotipo della donna come bellezza da ammirare. |
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| Rappresentano, a una lettura più intima, l’artista stessa, che anela alla libertà, al sogno come momento catartico in grado di spazzare via i segni del tormento interiore e ricondurre l’anima verso un sentiero fatto di azioni e pensieri positivi. Questo percorso di liberazione dell’anima è ancora più evidente nell’ultima sezione della mostra, dedicata al Giardino dei Tarocchi, in cui sono esposti i disegni e i bozzetti preparatori del grandioso progetto che portò Niki a realizzare a proprie spese, insieme a Jean Tinguely, il giardino dei Tarocchi di Capalbio, che custodisce enormi sculture ispirate agli Arcani maggiori delle carte divinatorie. In linea con l’intento creativo di Niki, anche il giardino rappresenta il percorso dell’artista alla ricerca del senso della sua arte come rielaborazione dei momenti tragici della vita, delle decisioni da prendere, delle strade da scegliere ed esplorare. Niki de Saint Phalle, Roma, Fondazione Roma Museo |
![]() di Roberto Michilli |
Sono ormai più di quarant’anni che ad ogni inizio d’estate rileggo lo stesso libro. Si tratta di Le Trombe, di Giuseppe Cassieri, uscito da Bompiani nell’anno 65 del secolo scorso. La vicenda è racchiusa nello spazio di un’estate al mare. I protagonisti sono i componenti di una famiglia borghese - padre ex ammiraglio, madre casalinga, figlia nullafacente e genero giornalista - che seguiamo dal loro arrivo nella villa di famiglia, sul Golfo di Gaeta, fino alla tragicomica conclusione dovuta a una tromba d’aria. È un libro compatto e divertente, ricco di ironia, scritto con una lingua inventiva e trascinante, ma a me è caro soprattutto perché riesce ad evocare certe lunghissime, pigre e quiete estati lontane, quando ero molto giovane e tutto doveva ancora accadere.
Ne ho diversi altri, di questi libri che non appartengono al numero di Quelli Che Bisogna Leggere Assolutamente e tuttavia mi sono molto cari, al punto che li considero alla stregua di vecchi amici. Li rileggo a intervalli più o meno regolari, senza mai stancarmi. Anzi: spesso, in passato, mi sono rifugiato nelle loro pagine nei non rari momenti difficili della vita, e sempre ne ho ricavato gioia e conforto. C’è, per esempio, Il numero uno, di Hans Ruesch (quello di Paese dalle ombre lunghe e Imperatrice nuda). Il protagonista, Erwin Lester, è un campione automobilistico degli anni trenta. Tra corse, amori, incidenti e tradimenti, ne seguiamo le imprese dalle prime vittorie fino alla definitiva consacrazione, che coincide con il momento in cui, a partire dal 1934, irrompono sulla scena automobilistica fino allora terreno di lotta della triade Alfa Romeo, Bugatti e Maserati, le argentee vetture della Mercedes Benz e della Auto Union. Le macchine tedesche domineranno poi, quasi incontrastate, fino alle soglie della seconda guerra mondiale. Altro che la minestrina riscaldata della Formula 1 odierna! Qui i bolidi, simili a grossi siluri, senza limiti di cilindrata, sono veloci come e più di quelli d’oggi, ma in ogni gara corrono per almeno 310 miglia sulle loro ruote alte più d’un metro, e i piloti le guidano in tuta e cuffia di lino bianco e scarpe da passeggio. C’è il resoconto delle ultime fasi di una Mille Miglia, nelle pagine iniziali, che ti porta il rombo dei motori e l’odore inebriante della benzina fin dentro la stanza, e devi fare una fatica boia per controllare in curva la poltrona sulla quale sei seduto a leggere. Co-protagonisti, adombrati da nomi di fantasia epperò perfettamente riconoscibili, sono i grandi campioni di quell’epoca eroica, da Nuvolari (Dell’Oro) che Ferdinand Porsche definì "Il più grande pilota del passato, del presente e del futuro" a Stuck, da Varzi a Rosemeyer. Ne hanno anche fatto un film, Destino sull’asfalto (1955), diretto da Henry Hataway e interpretato da Kirk Douglas. Non ho mai avuto occasione di vederlo, ma non devo essermi perso granché, a giudicare dalla recensione che c’è sulla guida di Morandini. C’è poi La nuvola nera, un classico della fantascienza, (1958, apparso in Italia nel ’59 tradotto da Luciano Bianciardi), scritto da Fred Hoyle, uno dei più grandi astrofisici di tutti i tempi, fiero avversario dell’ormai imperante teoria del Big Bang, alla quale contrappone la sua idea di un universo stazionario nel quale si opera una creazione continua, che forse non sarà vera, ma meriterebbe di esserlo per quanto è fascinosa. Secondo Hoyle, il Big Bang riguarderebbe soltanto il nostro angolino del cosmo, potrebbe essere magari solo uno di tanti “grandi botti" dispersi in una specie di super-universo perfettamente stazionario. Per colmo d’ironia, fu proprio Sir Fred a coniare il termine Big Bang, per confutare scherzosamente la teoria dell’universo evolutivo. Non lo convinceva nemmeno l’evoluzionismo darwiniano. Diceva che la vita non può essere nata sulla Terra perché la storia del nostro pianeta è troppo breve, e che il darwinismo non riesce a spiegare quei salti evolutivi di cui non esiste documentazione nei fossili. Per questo lui era convinto che la Terra fosse soltanto una “catena di montaggio” della vita, la cui origine va cercata invece nello spazio. A “colonizzare” i pianeti, tra cui il nostro, provvederebbero poi le molecole organiche presenti nelle code delle comete, in una sorta di "inseminazione spaziale" nota come "panspermia". Negli ultimi tempi, la scoperta che sia le comete sia la polvere interstellare pullulano davvero di molecole organiche ha ridato credito alla teoria. Hoyle è stato sempre una voce fuori del coro, un cane sciolto osteggiato e spesso boicottato dall’establishment scientifico. In molti casi, ha affidato ai libri di divulgazione (e ai romanzi di fantascienza) quelle idee eterodosse che non avrebbero trovato accoglienza sulle prudenti riviste scientifiche. Anche se prove sperimentali sembrerebbero confermare l’idea di una esplosione originaria e di un universo in espansione, le teorie di Hoyle continuano a tenere in agitazione la comunità degli astrofisici e dei biochimici, ed è giusto così, perché di eretici come Fred Hoyle la scienza ha sempre bisogno per evitare di crogiolarsi in troppe sicurezze. Peccato che sia scomparso. Il mondo sarà più triste senza Sir Fred. Nel romanzo di cui parlo, una nuvola cosmica intelligente, che ama l’Op. 106 di Beethoven, oscura il sole causando sulla Terra un'era glaciale. Mi piace molto anche un altro libro di Hoyle, A come Andromeda (1962), dal quale fu tratto negli anni settanta un famoso sceneggiato con Luigi Vannucchi e Paola Pitagora. Vi si ipotizza la ricezione di un messaggio radio proveniente da una civiltà extraterrestre contenente le istruzioni per costruire un grande calcolatore. Idea ripresa da Carl Sagan, altro astronomo di fama internazionale, convinto assertore dell’idea che non siamo soli nell’universo, nel suo romanzo Contact, dal quale nel 1997 è stato tratto un discreto film con Jodie Foster. C’è ancora 84 Charing Cross Road, di Helene Hanff, nel quale, attraverso una corrispondenza ventennale, si racconta la storia vera dell’amicizia tra una scrittrice americana e l’impiegato di una libreria londinese specializzata in libri usati. Grazie al comune amore per i libri e pur non incontrandosi mai, i due finiscono per vivere buona parte della loro vita in una profonda intimità, fatta di reciproci racconti, esperienze di lettura, discrete confessioni e, all’occasione, aiuto concreto. Il libro mi affascina perché parla di libri e di amore per i libri; perché la Hanff è una tipa tosta, abituata a lottare, e la sua America è quella del 1949, e ci si può ancora credere; perché in librerie come quelle io non ci sono mai entrato ma l’ho sempre sognato; perché ne hanno fatto un film molto bello, interpretato da una bravissima Anne Bancroft e da un grande Anthony Hopkins. E infine c’è Whisky e gloria, di James Kennaway, che ci porta nella caserma scozzese dove è di stanza un battaglione del glorioso reggimento Highlanders, al cui comando è il vecchio Jock Sinclair, un militare venuto dalla gavetta, umano, generoso e amante del buon whisky. Jock ha condotto eroicamente i suoi uomini in guerra e incarna per tutti storia e leggenda del reggimento, eppure si vede ora sostituire da un damerino più giovane, fanatico della disciplina, che ha studiato a Eton e a Oxford e ha fatto le migliori accademie, ma non ha mai combattuto. Jock sarà anche tradito dagli amici e dalla donna che ama, ma alla fine, pur sbiellando un poco, si rivelerà centomila volte meglio di tutti i puzzoni che gli stanno intorno. Il suono struggente delle cornamuse, il whisky a fiumi, i tilt, le giacche cremisi, il gelo dell’inverno scozzese, la tradizione, l’amicizia… Buon Dio, che goduria. Nel 1960 ne hanno tratto un film, un bel film, anche in questo caso, che rende bene lo spirito del libro, interpretato da un superlativo Sir Alec Guinnes (ah, i grandi attori inglesi!) |
07feb
![]() di Simone Gambacorta |
A prima vista sembra un nonno come tanti, di quelli che non aspettano altro che raccontare le favole ai nipotini. Poi però, a guardarlo meglio, ti accorgi che non è così. Scopri che sì, è del 1922, ma scopri anche che di nome fa José e di cognome Saramago e che nel 1998 ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura. E poi ti accorgi che questo signore portoghese ha un blog sul quale scrive di cose che gli stanno a cuore. Se ti chiami Pinco Pallino e hai un blog dove ti piace parlare di questo e quello, ciò che scrivi potrà anche suonare banale o stupido. Se invece ti chiami Saramago e decidi di aprirti una finestra nel web per affrontare argomenti che ritieni importanti, stai sicuro che dirai cose che gli altri troveranno quanto meno utili e stimolanti: magari qualcuno concorderà e qualcun altro no, ma alla fine chi se ne importa, è normale, anzi è meglio così. “Il Quaderno” raccoglie i “Testi scritti per il blog” che Saramago ha pubblicati tra il settembre 2008 e il marzo 2009, testi che formano un libro veemente e risentito, vera e propria trincea virtuale dalla quale il nostro, grazie alla fionda della scrittura, scaglia parole a destra e sinistra (ce n’è per tutti, e di ogni dove). Ma quali sono i bersagli delle sassate che costellano questo diario pubblico di un contemporaneo? Semplice: la società in cui viviamo e i problemi del potere e del mercato, con tutti gli annessi e connessi. Siamo dinanzi a un libro “politico” nell’accezione più ampia. I diritti dell’uomo, la giustizia sociale, l’etica, la verità, la libertà qui non sono ameni enunciati, ma parole attraverso cui una coscienza critica sottolinea storture e problemi oramai tanto grandi da passare quasi inosservati. È soprattutto a questo che Saramago si oppone: all’indifferenza, al venir meno, negli altri, di quell’assillo cui lui non riesce a sottrarsi e che lo porta a gridare e a puntare i piedi. Altro che nonno, altro che favole. Comunista, ateo, pessimista, al nostro non vanno bene un mucchio di cose: è uno che non riesce a far finta di niente e che tenta, se non di ribellarsi, di opporsi. Però attenzione: nelle sue parole (che danno vita a “pagine” concentrate, chiare, immediate) non c’è niente di gratuito, non è uno che gioca a fare il predicatore, non ha la voluttà pedante e piagnona dello scontento professionista. Saramago è sinceramente preoccupato per lo stato delle cose, e sebbene non si faccia illusioni, e anzi possegga una lucida coscienza sui limiti di gittata della sua voce («Mi amareggia la certezza che alcune cose sensate che ho detto nella mia vita non avranno, in fin dei conti, alcuna importanza»), resta un combattente che non vuole rinunziare alla speranza. La speranza, in questo caso, è anzitutto quella di ottenere un ascolto. Qualcuno potrebbe considerare “Il Quaderno” il libro di uno sconfitto (cioè di uno che ha assistito al crollo di un “sogno”), ma certo nessuno può considerarlo il libro di un vinto (cioè di uno che si è rassegnato): è una reazione, un colpo di reni, il riflesso web di un impegno intellettuale e morale portato avanti con la perseveranza della sentinella. C’è però altro, in queste pagine: per esempio le belle note su scrittori come Pessoa, Fuentes, Amado, Borges e il nostro Saviano, o riflessioni sulla vita e sullo scorrere del tempo. E su tutto, lo slancio di una voce ansiosa di aprirsi al mondo. (José Saramago, “Il Quaderno. Testi scritti per il blog. Settembre 2008-marzo2009”, prefazione di Umberto Eco, Bollati Boringhieri, pp. 171, Euro 15) |
![]() di Giulia Merisi |
Gli amici trentenni de L’ultimo bacio sono tornati: adesso hanno quarant’anni e una vita che non ha visto realizzarsi i loro sogni di felicità. Dopo alcuni reciproci tradimenti Carlo e Giulia si sono separati. Entrambi hanno un compagno cui li lega un affetto (non un amore) e la paura di rimanere soli, anche se continuano a incontrarsi per via di Sveva, la figlioletta ormai decenne. Marco vive da anni una crisi coniugale, in parte dovuta al desiderio insoddisfatto di maternità della moglie che non esita a lasciarlo per andare a convivere con un ragazzo più giovane di lei e del quale rimane ben presto incinta. Livia, abbandonata da Adriano, si è ricostruita una vita attorno al figlio e all’amore di Paolo che invece si dibatte tra una depressione mai sconfitta e l’impegno nel negozio di oggetti sacri che ha sempre detestato. Dal canto suo Alberto si accontenta di un lavoro in un supermercato e delle solite storie di sesso che durano una notte o anche meno. In tutto ciò ricompare Adriano, dopo due anni passati in una prigione colombiana per aver tentato di imbarcarsi su un aereo con due chili di cocaina. E così l’avventura ricomincia, con esiti finali in bianco e nero. Dopo i due film “americani”, Muccino torna a raccontarci nel suo stile migliore, fatto di delicata crudezza, il mondo di questi uomini e queste donne che non hanno saputo coltivare il loro sogno e ora si trovano, ancora confusi, a fare i conti con i rispettivi fallimenti. Autore anche stavolta di soggetto sceneggiatura e regia, Muccino indaga, scopre e scarnifica i sentimenti con una scrittura scabra, diretta ed efficacissima. Si affida alla fotografia di un Arnaldo Catinari sempre più maestro dell’immagine e al montaggio dominato e scandito di Claudio Di Mauro, oltre che alla stessa squadra di attori dell’Ultimo bacio (a parte la Puccini). Oggi come allora ciascuno riesce a dare corpo e anima al proprio personaggio. Il risultato è un film di pregio illuminato dall’ironia dolente di chi vuol credere in un domani migliore. Unica pecca: un finale troppo “allungato”. BACIAMI ANCORA di Gabriele Muccino, con Stefano Accorsi, Vittoria Puccini, Pier Francesco Favino, Claudio Santamaria. ITALIA 2010. |
29gen
![]() di Davide Sapienza |
Le strategie inventate dal Canada E' nelle foreste il laboratorio della rivoluzione dell’industria cardine del Canada, quella del legname. Oggi vale il 3% del pil e, dei 403 milioni di ettari coperti da alberi, 370 sono di proprietà demaniale: questi dati si traducono in forti entrate per lo Stato grazie alle concessioni, mada oltre due anni è esplosa la crisi più grave da molti decenni. Mario Gibeault, direttore dell'ente per lo sviluppo forestale del Quebéc, la inquadra così: «C’è stato un crollo superiore al 20% ed è frutto di una “tempesta perfetta”. Il dollaro canadese ha raggiunto quello americano, i prezzi sui mercati internazionali sono stati stravolti e si è abbattuta una pandemia di parassiti. Così il Paese è stato costretto a ripensare l'uso delle foreste». Ma questi problemi - aggiunge - «rappresentano anche un’opportunità per trasformare la nostra economia e indirizzarla verso una vera sostenibilità». E’ un cambio di prospettiva che, secondo il biologo Damine Coté, «deve tenere conto dei “disturbi naturali”». Nel British Columbia il «disturbo » si chiama «mountain pine beetle»: qui il parassita dilaga e si è spostato anche all’Alberta, facendo assumere all’emergenza i contorni di un monito della natura. Nei prossimi anni - è la previsione - moriranno tre quarti dei pini e la devastazione sembra non avere fine. Mentre le industrie si danno da fare per tagliare gli alberi colpiti entro il primo anno dall'attacco, si studiano nuovi materiali per sfruttare il legno «malato»: per esempio un tipo di cemento leggero, che lo utilizza nella miscela e che è stato brevettato dall'Università del Northern British Columbia. Qui il legno coinvolge il 15% delle attività produttive e 60 milioni di ettari su 95 del territorio sono ricoperti da foreste, ma 8 milioni, già colpiti dal «pine beetle», richiedono misure drastiche. «Il dramma dei parassiti non sarà di facile soluzione e per questo cerchiamo di orientarci verso un’economia verde, basata sull'uso del legno, anche nell'edilizia pubblica. Un esempio è lo “Stadio del ghiaccio” di Richmond, simbolo delle prossime Olimpiadi », sottolinea Roxanne Comeau di «Natural Resources Canada». Per farlo sono state individuate 2 linee-guida: accanto alla conservazione, quella dell’armonizzazione di tutte le attività forestali. Nella provincia del Quebéc - dove si trova un quinto degli alberi del Paese - l'area Saguenay- Lac Saint Jean è un laboratorio a cielo aperto. Basta sorvolarne gli enormi appezzamenti, tra fiumi, laghi e colline fino alle Montagne Bianche, per osservare il susseguirsi vorticoso delle decisioni politiche che hanno segnato la terra in tempi diversi. Le diverse epoche boschive si sono sovrapposte ai tempi dell' uomo, tra appezzamenti distrutti dagli incendi, aree attaccate dai parassiti, zone di rigenerazione e quelle del taglio a raso. A Nord, invece, oltre il parallelo 51, il Canada ha stabilito uno stop: fino a quando gli studi non garantiranno certezze sulla capacità di rigenerazione delle foreste boreali, non sarà possibile alcuna attività. E’ qui l'ultima frontiera del riscatto, la cintura di sicurezza che separa due mondi.
(da La Stampa del 23 dicembre 2009) |

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