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Stevenson sotto le palme
 Galaad Edizioni (del 08/06/2008 @ 15:03:12, in Libri, linkato 436 volte)


di Paolo Ruggieri

Più che un romanzo, “Stevenson sotto le palme” di Alberto Manguel è un lungo racconto che concentra in poche pagine una grande varietà di temi, invitandoci a riflettere sull’immenso potere del vero artista. L’artista è colui che è in armonia con la natura e da essa trae ispirazione, riproducendola senza privarla della vita che la anima. Dunque nel vero artista l’arte è natura. Lo scrittore con la “S” maiuscola ha la capacità di ricreare la realtà che lo circonda senza dare l’impressione di crearne un mero duplicato, ma dando vita, con carta e inchiostro, a qualcosa che è esso stesso realtà, che è esso stesso natura, anche se fatto di una sostanza diversa. Dio crea l’albero così come siamo abituati a vederlo, l’artista fa lo stesso ma con materiali diversi. E questo piccolo gioiello narrativo vuol farci capire che Stevenson - Tusitala, il grande narratore, in quanto artista non era semplicemente un uomo che viveva in pace con la natura, ma un essere che della natura era parte integrante. La storia è molto semplice. Manguel ci racconta gli ultimi giorni di vita di Robert Louis Stevenson nell’isola di Samoa. Stevenson è malato ma continua a scrivere, supportato dall’amorevole moglie Fanny. Sull’isola incontra un predicatore scozzese accecato dall’odio verso i samoani, colpevoli a suo giudizio di abbandonarsi ai piaceri più bassi della carne. Stevenson non è d’accordo con questa visione: lui ama la bellezza incontaminata del luogo e la naturale spontaneità degli indigeni. Ciononostante verrà accusato di aver stuprato e ucciso una ragazza samoana e di aver dato fuoco a un locale frequentatissimo dagli abitanti dell’isola. Dopo qualche giorno, lo scrittore morirà senza aver potuto provare la sua innocenza e lasciando incompiuto il suo ultimo romanzo. Tre sono i profili del racconto sui quali conviene soffermarsi. Il titolo, profondo ed evocativo, va collegato all’ammonimento di Goethe che troviamo in epigrafe: “Nessuno cammina impunemente sotto le palme”. Quando si cammina sotto le palme c’è sempre il pericolo di essere colpiti da una noce di cocco. Come dire: la natura sa riconoscere chi fa del male o nasconde un peccato, ma Stevenson può starsene sotto le palme senza correre alcun pericolo, perché è puro e buono come la natura stessa. Ed è proprio il titolo del romanzo a suggerirci l’innocenza di Stevenson ancor prima che la storia abbia inizio, perché lui non è e non potrebbe mai essere l’autore degli atroci delitti di cui è accusato. Nel racconto si ha l’impressione che il predicatore sia un essere che solo Stevenson vede e che sia lui a commettere gli omicidi. A un certo punto questa misteriosa entità ci appare come una sorta di alter ego dello scrittore, un parto della sua mente, una proiezione degli aspetti malvagi della sua personalità, fino a instillarci il dubbio che sia stato davvero Stevenson a commettere le atrocità di cui è accusato, magari in preda ai deliri della sua malattia. Manguel non si dà pena di sciogliere il mistero, ma insiste più e più volte sul potere della fantasia del vero artista. Così potente è il vero scrittore  da riuscire a creare dal nulla situazioni e personaggi che interagiscono con la realtà, producendo effetti reali; ma il vero artista riceve questo dono dalla natura benevola e di conseguenza non può far del male. Infine, l’ultimo spunto di riflessione ci è offerto da una dichiarazione di poetica che lo scrittore argentino inserisce con maestria nel racconto: “Una volta (Stevenson) aveva fatto notare a Henry James che ciò che intendeva fare nei suoi libri era privarli del senso della vista. Lui udiva la gente parlare, li sentiva agire…”. Questo, sembra suggerire il fantasma di Tusitala attraverso l’abile penna di Manguel, è il vero scrittore: colui che narra coinvolgendo tutti i sensi.

Stevenson sotto le palme
Alberto Manguel
Traduzione di Silvia Bre
pagg 80
Nottetempo, 2007

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