"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
di Riccardo Colli |
| (Il disco) “Viaggio in Italia” è un album di Alice uscito nell’autunno 2003, ed è tuttora la sua ultima fatica discografica. Curiosa è la gestazione di questo lavoro, realizzato insieme al produttore Francesco Messina: inizialmente doveva chiamarsi “Le parole del giorno prima”, ed essere un progetto dedicato a canzoni della musica leggera contemporanea con testi scritti da grandi poeti e narratori. Fin dalle prime registrazioni, però, una sorta di “auto-dirottamento” involontario ha spostato l’interesse di Alice sui grandi autori della musica italiana, e così è nato un diverso progetto con un nuovo titolo. Si tratta di un album composto in prevalenza da cosiddette “ cover”, ma in più ci sono un inedito di Battiato/Sgalambro (“È stato molto bello”), due poesie di Pier Paolo Pasolini musicate da Mino Di Martino (“Al Principe” e “Febbraio”) e, anomalia delle anomalie in un disco dedicato ad autori italiani, due canzoni in inglese: “Islands” dei King Crimson e “Golden hair” di Syd Barrett (da una poesia di James Joyce), cantate insieme a Tim Bowness dei No Man. (Rece-sensazione) L’artista forlivese, signora dagli squisiti gusti musicali e letterari a quanto pare, sceglie con cura dalla discoteca del proprio salotto pagine intense di Ivano Fossati (“La bellezza stravagante” e “Lindbergh”), Fabrizio De Andrè (“Un blasfemo”), Francesco De Gregori (“Atlantide”), Lucio Battisti nel periodo panelliano (“Ecco i negozi” e “Cosa succederà alla ragazza”), Francesco Guccini (“Auschwitz”), Giorgio Gaber (“Non insegnate ai bambini”) e ancora Franco Battiato (“Come un sigillo”). Sono canzoni in cui il valore della parola è in primo piano rispetto alla musica, che spesso è un elegante e curato tappeto elettronico, impreziosito da interventi come quelli di Paolo Fresu alla tromba nel brano di apertura “Come un sigillo” e in “Islands”. A volte ci si emoziona ascoltando parole di altri e le si fanno proprie, e Alice allo stesso modo si emoziona in questo disco; anche per questo si capisce subito che non è il solito disco di cover, ma più l’espressione di uno stato d’animo interiore attraverso le parole e la musica di canzoni altrui. (Patchwork di testo) Per essere poeti bisogna avere molto tempo, ore e ore di solitudine sono il solo modo perché si formi qualcosa che è forza, abbandono, vizio e libertà / La vita è sospesa, la vita è sorpresa / My dawn bride’s veil, damp and pale, dissolves in the sun / La vogliono ricoprire di cioccolata, la vogliono servire in bocca, a una bocca sterminata di forno / Ditele che l’ho perduta quando l’ho capita, ditele che la perdono per averla tradita / La voglio fare tutta questa strada, fino al punto esatto in cui si spegne / Dentro quel cerchio l’amore per se stessi trovava che tutto gli assomigliava / Le pagine in cui Antonio con Cleopatra si strapazzano ancora, come otarie dalle braccia ormai implicite nell’altro / Io non invecchio, niente più mi imprigiona / Ponimi come un sigillo sul tuo cuore. (Cosa non piace) A volte la musica viene messa in secondo piano; è vero che i testi sono la cosa più importante, lo intuiamo fin dai primi secondi del disco, ma qualche impennata strumentale in più, come nelle due canzoni con Paolo Fresu, non sarebbe dispiaciuta. Di una nuova versione di “Auschwitz” di Guccini forse non ce n’era bisogno; è vero che c’è una piccola modifica al testo (Guccini canta “io chiedo quando sarà che un uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare”, Alice canta “non credo che l’uomo non potrà imparare a vivere senza ammazzare”), ma la canzone è stata interpretata già da moltissimi artisti e inoltre non sembra pienamente nelle corde di Alice. (Cosa piace) Tutta la concezione dell’album, con il suo percorso letterario-musicale. Mettere in musica due poesie di Pasolini. Dare risalto a un breve componimento di Joyce messo in note da Syd Barrett, il folle genio psichedelico dei primi Pink Floyd. Realizzare un progetto poco inquadrabile, tanto che non lo si può considerare né un vero album di cover né album di inediti. Includere due canzoni di Battisti, ma risalenti al periodo 1986-1993, segnato dal binomio col poeta Pasquale Panella e da testi enigmatici e giocosi: un periodo che, dopo l’iniziale sbigottimento, è sempre più riscoperto e apprezzato. |

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