"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
12ago
![]() di Daniela Di Pietrantonio |
Alanis Morissette ha sempre e solo parlato di sé nei suoi album, ma mai come questa volta è stato facile cogliere il nesso tra la sua vita personale, e in particolar modo la fine della storia con Ryan Reynolds (ora tra le braccia di Scarlett Johansson), e i suoi pezzi. E così per molti “Flavors of entanglement” non è altro che il grido di rabbia e di dolore di una donna ferita, e il buco della serratura che permette a noi comuni mortali di spiare cosa accade dietro le quinte di una storia da jet set. Ma non è così. Non ci si può limitare all’interpretazione di questo lavoro come viaggio individuale attraverso le fasi del dolore (shock, contrattazione, rabbia, tristezza, rassegnazione e accettazione), suggerita da Alanis stessa. Perché lei non è mai stata capace di rimanere in superficie, nell’ordinario o nel personale. Quando parla di sé non ha paura di aprire davvero il cuore e la mente, e finisce sempre con lo svelare anche un pezzetto del mondo e dell’uomo. Sarà che i suoi pezzi non sono mai scontati e portano sempre un messaggio inconsueto, un’emozione intensa, una verità profonda dentro. Sarà che Alanis è complicata, un miscuglio intricato di sentimenti forti e opposti e visioni del mondo ferme e originali. Che non sia un’artista scontata lo si capisce già dai titoli degli album - mai banali, fortemente simbolici, sempre scelti all’interno del testo di una delle canzoni della tracklist - e dai testi - ricchi di termini ricercati e neologismi, di riferimenti culturali trasversali e immagini, a volte evidenti, a volte ermetiche. |
Commenti