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"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)

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Imre Kertész, “Diario dalla galera”
 Galaad Edizioni (del 20/01/2010 @ 14:14:58, in Libri, linkato 353 volte)


di Simone Gambacorta

Proviamo a dare una possibile definizione di scrittore. Siamo di fronte a uno scrittore quando vediamo di più, quando ascoltiamo diversamente. La parola dello scrittore comporta un’effrazione verso le tante verginità che fanno da argine al nostro sguardo. È scrittore colui che introduce una quota di differenza rispetto alle geografie del consueto, è scrittore colui che sa sorprenderci, colui che sa indurci a una “scoperta”, a una vicinanza diversa alle cose e agli uomini. Questa “scoperta” coincide con l’inaudito, con quello che, fino a un dato momento, ancora non era stato detto (udito) in un certo modo (niente a che fare con l’eclatante e col sensazionale). Affinché ciò avvenga, occorre che chi scrive sappia prospettare una complessità e sappia porre la nostra mente dinanzi a una forma di “difficoltà”, a una domanda, a una riflessione, a una vertigine, a un problema. Da questo punto di vista, il “Diario dalla galera” di Imre Kertész è un libro esemplare. Il volume racchiude gli appunti intimi scritti dal Premio Nobel ungherese tra il 1961 e il 1991, e la “galera” del titolo è quella che impedisce all’individuo di liberarsi dalle «condizioni dell’essere», quella in cui si rapprendono i misteri dell’uomo («Che io rimarrò in eterno indecifrabile a me stesso è ovvio») e della vita («L’uomo non può capire la vita, può solo viverla ed esperirla»). Kertész impone a chi si immerge in questo diario un serrato periplo tra letteratura, filosofia e politica, con meditazioni sul suo essere ebreo e con l’ombra della deportazione ad Auschwitz e Buchenwald che serpeggia come uno spettro: «Dio è Auschwitz ma è anche colui che mi ha portato via da Auschwitz. E’ colui che mi ha costretto, anzi mi ha obbligato con la forza a rendere conto di tutto ciò, perché vuole sentire e sapere ciò che ha fatto». Nel diario tutto si colloca in una dimensione di inquietudine, di dolore, di ricerca, di travaglio, di dramma: «Scrivo un romanzo perché cerco il più grande dolore immaginabile»; «Tutto fa pensare che la vita, se non del tutto sbagliata, in ogni caso non è una condizione appropriata per l’uomo». In queste pagine, la profondità della parola è figlia di un disperato dibattersi del pensiero nel rebus dell’esistere, e ogni nota crea un impatto, un’abrasione, un accesso in quelle “difficoltà” che la voce e la sensibilità di uno scrittore sanno suscitare. Il Kertész del “Diario dalla galera” è una foglia colpita dalle folate dei giorni e della storia, e lo spazio in cui volteggia è il tempo che lega gli enigmi cruciali del nascere e del morire: «Vivo come una persona che, tra due impegni assai importanti, stizzito deve far passare un’ora irrilevante, e quest’ora è la mia vita».

(Imre Kertész, “Diario dalla galera”, traduzione di Krisztina Sándor, a cura di Alessandro Melazzini, Bompiani, 2009, pp. 296, Euro 18)
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