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"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)

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Philippe Forest, “L’amore nuovo”
 Galaad Edizioni (del 27/01/2010 @ 13:56:07, in Libri, linkato 180 volte)


di Simone Gambacorta

Possiamo metterla come vogliamo, ma c’è un punto che rimane fermo: una narrativa che includa un dolore, e che scelga di orientarsi verso un confronto vero con una latitudine tanto impalpabile e liminare, è una narrativa che “arriva” e che “tocca”, e talvolta è una narrativa che “resta”. A patto, beninteso, che questo dolore non lo si confonda con qualcosa di gonfio e posticcio, come il «dolorismo» di saviniana memoria della “Nuova enciclopedia”. Il segreto sta nell’accogliere la sfida di un enzima etico, non già morale o moralistico, che imprima alla parola una reale coscienza veritativa: una spinta d’introflessione, insomma, che sappia restituire scopertamente, o che sappia trasfigurare e trascendere nella finzione, gli echi e le temperature delle regioni interiori (“On entering these regions”, direbbe Masters) e il peso specifico delle verità intime. Questo è quel che accade ne “L’amore nuovo” di Philippe Forest, romanzo autobiografico dotato di una prensilità davvero capace di “dire” la vita e di destinare alla pagina l’universalità delle dinamiche che, in maniera per tutti uguale e per tutti diversa, plasmano e contorcono i nostri sentimenti. “L’amore nuovo” si apre con la cronaca della devastazione causata dalla morte di una figlia, una bambina: la voce di un padre, che narra in prima persona, fa toccare con mano lo strazio e lo smarrimento provocati da una perdita che sembra riassorbire in sé tutto il dolore del mondo. Sarà poi nell’attrazione per due donne – Alice e Lou, la moglie e la nuova compagna – che quest’uomo continuerà a dibattersi, raccontando, come nella minuta rendicontazione di un auto-ascolto, il rapporto travagliatissimo con le ragioni di un mondo emotivo frastagliato e pregno di criticità. Toccato dalla grigia grazia di una intensa poesia del profondo, e mai smaccato nel contenere il magma che pure ingloba, “L’amore nuovo” è il referto dilaniato (letteralmente e letterariamente, non si sviscera senza squartare) di un sentire che, per comprendere e comprendersi, ha voluto affidarsi alle mediazioni della scrittura. Come per una necessità, come per un’urgenza. Come quando si deve dire una verità.

(Philippe Forest, “L’amore nuovo”, trad. Gabriella Bosco, Alet, pp. 152, Euro 15)
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