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"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)

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José Saramago, “Il Quaderno”
 Galaad Edizioni (del 07/02/2010 @ 15:26:06, in Libri, linkato 137 volte)


di Simone Gambacorta

A prima vista sembra un nonno come tanti, di quelli che non aspettano altro che raccontare le favole ai nipotini. Poi però, a guardarlo meglio, ti accorgi che non è così. Scopri che sì, è del 1922, ma scopri anche che di nome fa José e di cognome Saramago e che nel 1998 ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura. E poi ti accorgi che questo signore portoghese ha un blog sul quale scrive di cose che gli stanno a cuore. Se ti chiami Pinco Pallino e hai un blog dove ti piace parlare di questo e quello, ciò che scrivi potrà anche suonare banale o stupido. Se invece ti chiami Saramago e decidi di aprirti una finestra nel web per affrontare argomenti che ritieni importanti, stai sicuro che dirai cose che gli altri troveranno quanto meno utili e stimolanti: magari qualcuno concorderà e qualcun altro no, ma alla fine chi se ne importa, è normale, anzi è meglio così. “Il Quaderno” raccoglie i “Testi scritti per il blog” che Saramago ha pubblicati tra il settembre 2008 e il marzo 2009, testi che formano un libro veemente e risentito, vera e propria trincea virtuale dalla quale il nostro, grazie alla fionda della scrittura, scaglia parole a destra e sinistra (ce n’è per tutti, e di ogni dove). Ma quali sono i bersagli delle sassate che costellano questo diario pubblico di un contemporaneo? Semplice: la società in cui viviamo e i problemi del potere e del mercato, con tutti gli annessi e connessi. Siamo dinanzi a un libro “politico” nell’accezione più ampia. I diritti dell’uomo, la giustizia sociale, l’etica, la verità, la libertà qui non sono ameni enunciati, ma parole attraverso cui una coscienza critica sottolinea storture e problemi oramai tanto grandi da passare quasi inosservati. È soprattutto a questo che Saramago si oppone: all’indifferenza, al venir meno, negli altri, di quell’assillo cui lui non riesce a sottrarsi e che lo porta a gridare e a puntare i piedi. Altro che nonno, altro che favole. Comunista, ateo, pessimista, al nostro non vanno bene un mucchio di cose: è uno che non riesce a far finta di niente e che tenta, se non di ribellarsi, di opporsi. Però attenzione: nelle sue parole (che danno vita a “pagine” concentrate, chiare, immediate) non c’è niente di gratuito, non è uno che gioca a fare il predicatore, non ha la voluttà pedante e piagnona dello scontento professionista. Saramago è sinceramente preoccupato per lo stato delle cose, e sebbene non si faccia illusioni, e anzi possegga una lucida coscienza sui limiti di gittata della sua voce («Mi amareggia la certezza che alcune cose sensate che ho detto nella mia vita non avranno, in fin dei conti, alcuna importanza»), resta un combattente che non vuole rinunziare alla speranza. La speranza, in questo caso, è anzitutto quella di ottenere un ascolto. Qualcuno potrebbe considerare “Il Quaderno” il libro di uno sconfitto (cioè di uno che ha assistito al crollo di un “sogno”), ma certo nessuno può considerarlo il libro di un vinto (cioè di uno che si è rassegnato): è una reazione, un colpo di reni, il riflesso web di un impegno intellettuale e morale portato avanti con la perseveranza della sentinella. C’è però altro, in queste pagine: per esempio le belle note su scrittori come Pessoa, Fuentes, Amado, Borges e il nostro Saviano, o riflessioni sulla vita e sullo scorrere del tempo. E su tutto, lo slancio di una voce ansiosa di aprirsi al mondo.

(José Saramago, “Il Quaderno. Testi scritti per il blog. Settembre 2008-marzo2009”, prefazione di Umberto Eco, Bollati Boringhieri, pp. 171, Euro 15)
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