"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
16mar
![]() di Roberto Ruggieri |
Un ossimoro. Ecco cos’è Zia Mame: un ossimoro. Per chi non lo sapesse o non lo ricordasse l’ossimoro è una figura retorica che consiste nell’accostare due termini di significato diametralmente opposto. Come ad esempio brivido caldo o i più aulici “O viva morte, o dilettoso male” (dal sonetto di Petrarca “S’amor non è”). Questa definizione rende perfettamente l’idea del personaggio Zia Mame. Lei è tutto e il contrario di tutto, è la simpatia e l’antipatia, è il bene e il male, è la saggezza e la follia. Per questi motivi induce il lettore a subirla, con irritazione e con piacere; induce a provare nei suoi confronti i sentimenti e le emozioni più contrastanti: quando sembri essere convinto di odiarla, nella pagina successiva ti spiazza in maniera assolutamente imprevista e cominci ad adorarla; quando pensi, ad un certo punto, che nulla potrebbe scalfire l’immagine positiva e accattivante che si è conquistata all’interno del tuo cuore, la scure si abbatte improvvisamente sulle tue convinzioni e torni a detestarla. È proprio questo il bello di Zia Mame (sia il romanzo che il personaggio): non ti dà tregua. Ma ogni trauma, che sconvolge le tue precedenti convinzioni, ti consente di delineare in modo sempre più vivido la complessa struttura psicologica della protagonista e la ricca alternanza di emozioni e di rapporti interpersonali tra i vari personaggi. Inizi, cioè, ad apprezzare l’arte dell’ossimoro che è in lei e che traspare continuamente in ogni episodio. Il romanzo, in realtà, non è un vero e proprio romanzo perché era, in origine, una raccolta di racconti. E ciò emerge chiaramente nella suddivisione dei capitoli, che narrano, incastonata nella new york tra gli anni ’30 e gli anni ‘50, la vita della protagonista in alcuni episodi, spesso esilaranti, che la descrivono, nonostante la sua esasperata poliedricità, prevalentemente come “zia”. Sì, perché questo romanzo non sarebbe ciò che è, cioè una geniale commedia, senza la determinante presenza del nipote Patrick, la spalla ideale per una prima donna tanto stravagante, ma soprattutto una figura necessaria per far innescare la miccia e far esplodere la potenza del personaggio principale. Senza l’incursione di Patrick, nessun racconto sarebbe potuto nascere. Senza Patrick l’ossimoro non si sarebbe generato. Zia Mame sarebbe rimasta la signora Dennis o, al massimo, solo “Mame”. Invece è “Zia Mame”, un ossimoro anche nel nome. Lei, infatti, è innanzitutto una zia e, come tale, non si dimostra eccessivamente protettiva nei confronti del nipote, ma desiderosa di essere sua complice e di coinvolgerlo, spesso invano per sfortuna e per fortuna, nelle sue interminabili sequele di eccentricità, che la rendono affascinante, odiosa, seducente, irritante, amabile, pericolosa, comica, ridicola ma mai spenta, noiosa, “sotto le righe”. Lei, d’altra parte, è anche una mamma (quasi banale è l’assonanza di “Mame” con i termini inglesi “mum” o “mam”); deve forzatamente essere una mamma, per suo nipote, rimasto orfano e affidato alle proprie cure per volere del fratello che la nomina, nel testamento, tutrice del piccolo Patrick. È un ruolo imposto, a cui la protagonista non si rassegna mai, fino alla fine. Ma non è il ruolo di madre in sé e per sé che Zia Mame disdegna (anzi è convinta di esserne l’esemplare perfetto), piuttosto ne detesta il significato tradizionale e conformista che gran parte della società americana bigotta del suo tempo pretende che lei incarni. Zia Mame, però, resiste, e non si piega a questo cliché. Tutto, tranne che uno stereotipo, vive la sua vita senza limitazioni e tabù: da giapponesina a moglie sudista, da improvvisata teatrante ad eccentrica scrittrice, veste ruoli mai scontati, mai incasellati in ciò che può essere definito tradizionale. Ma tutto ciò non le impedisce di insegnare, di riffa o di raffa, valori e princìpi a Patrick, che probabilmente solo da adulto riuscirà a comprendere in modo completo quale fortuna abbia avuto ad aver intrecciato la propria vita con quella di sua zia. Infine, un dettaglio, una curiosità: Edward Everett Tanner III è il vero nome dell’autore di questo romanzo, e non Patrick Dennis che è anche il nome del nipote di Zia Mame. Insomma, lo scrittore usa uno pseudonimo omonimo di uno dei suoi personaggi. Mi chiedo se avrò altre occasioni per poter utilizzare di nuovo queste due parole nella medesima frase… |

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