"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
![]() di Simone Gambacorta |
Alcuni scrittori non si riesce mai a prenderli del tutto. C’è sempre, in loro, qualcosa che scappa, che suggerisce un indizio ulteriore, qualcosa che allude a un’altra pista, a un’altra possibilità, a una possibilità altra. Flaiano è stato uno di questi, uno di quelli, cioè, che a volerli per forza stringere in una mano, fanno come l’acqua, che scivola via e lascia il palmo vuoto. A suo modo, e in certo qual modo, questo scrittore disperatamente italiano ha detto tutto, tutto quello che aveva da dire. Ma l’ha fatto come un dispetto, come un gioco troppo intelligente per poter essere racchiuso in una formula, in un’etichetta. C’è sempre una chiosa bianca, impalpabile, attorno alle sue parole, un nugolo di segni non scritti eppure autografi. È lì che sta il segreto, l’enigma, il punto di fuga di una prospettiva mobile e saettante. È uno spazio ulteriore, il luogo invisibile dove la pagina trova di volta in volta un’occasione sorgiva, di ricominciamento. È così che lo scrittore si consegna e si sottrae al nostro dominio. Ed è così che si perpetua, che vive ogni volta una vita nuova e diversa: se la coerenza non esclude l’imprevedibilità, la seduzione si fa cangiante e tiene il lettore sotto scacco, lo costringe a un pensiero incerto e fedele. L’inchiosto di Flaiano ha forme e registri diversi, è una tavolozza, un puzzle, un’intera geografia. La sua ironia dissimula, o maschera, un sentimento tutt’altro che gioioso dell’esistere: il suo è il passo di un uomo incalzato, scortato dalla lucidità del disincanto e della disillusione, e munito di una sin troppo esercitata coscienza di quanto la vicenda umana sia fallace e fallimentare, delusa e deludente, farsesca, davvero troppo sensibile ai capricci del caso e costituzionalmente abitata dai germi dell’errore (rivelato dalla casualità delle cose). Ecco allora vari esorcisimi, vari escamotage per osservarla, per studiarla, e per darne severa testimonianza in un edificio letterario composito e diversificato, ma sorretto dalla struttura portante di uno sguardo disarmato sino alla rassegnazione e sincero sino alla spietatezza. Figlio di un tempo tutt’altro che accomodante, e reduce (perpetuamente, verrebbe da dire) da un vissuto certo non facile, Flaiano è come avvolto da un alone di sradicamento e orfanezza, dal sudario di una solitudine “formalizzata” in una scrittura sempre uguale e diversa da se stessa, e in effetti incapace, o meglio, impossibilitata a pronunciarsi in una direzione assolutoria e men che meno consolatoria riguardo quel che riscontra, implica o “inventa”. Ogni scrittura è in fondo sintomo di una maledizione, di una malattia, di un morbo, il riscatto che si paga per la colpa inespiabile del comprendere e del sentire: Flaiano non ha potuto giovarsi di nessuna oscurità, di nessuna notte che lo nascondesse a se stesso, e l’autenticità della sua esperienza letteraria sta proprio nell’assenza di alibi ed elusioni. In Flaiano tutto sembra discendere dalla coscienza di un’asimmetria originaria e insormontabile: come se, da un lato, lo scrittore pescarese avesse ben chiara un’idea, un modello astratto, un miraggio di felicità possibile e, dall’altro lato, una sin troppo netta percezione delle effettive possibilità di essere felice che l’uomo, ogni uomo, possiede (e il dislivello sarà tanto più cogente quanto più inemendabile si mostrerà l’incongruenza tra il piano del desiderio e quello della capacità). Vi è dunque un’addizione (che sa di sottrazione) fra le reali possibilità dell’individuo e gli sgambetti che all’individuo il destino riserva, e che si incaricano di indurlo e introdurlo nella regione di quell’errore che ne definisce e conferma l’endemica inettitudine. Il seme teatrale insito nelle dinamiche dell’esistenza si manifesta nel momento in cui va in scena la recita tragicomica del vivere: e se l’errore e il destino (si chiami caso o si chiami fato o in qualsiasi altro modo) vi ricoprono rispettivamente i ruoli di protagonista e regista, l’uomo, costretto nella sua dmensione-gabbia, vi agisce come attore e spettatore a un sol tempo. Dall’intossicazione del vivere, Flaiano ricava una scrittura deliziosamente vulnerata e malinconica: basti pensare al “Diario degli errori” (un libro tanto centrale, Flaiano non poteva che darcelo postumo), che in buona parte è un toccante catalogo di luoghi distrutti e commoventi. Lo scrivere diviene insomma lo specchio non di uno solo, ma di tutti, ed è in quello specchio che si riflette l’immagine dell’uomo per come Flaiano parve sempre vederlo, ossia come un soggetto fondamentalmente non all’altezza della condizione che naturalmente lo accoglie: la vita. Esiste qualcuno che possa negare che la parola di Flaiano, anche laddove paia più temperata dalla satira, non verta intorno a una specie prognosi, o che non graviti sul vario atteggiarsi di una dimensione esposta alla corruttela dell’affanno di esistere? Il riso e il sorriso, laddove non si voglia fare a meno di indugiare sugli aspetti particolari di una ben più sfaccettata e labirintica produzione, sono di per sé una risposta “cattiva”, ustoria, assai poco lenitiva a quel che gli uomini “non” sanno e “non” possono fare ed essere. Tutto questo per dire quest’altro: che Flaiano potrebbe apparire a chi ne scorra l’opera come un autore facile, la qual conclusione sarebbe la più errata e miope tra le possibili. Flaiano è un autore difficile, sfuggente, faticoso: certo generoso e accomodante nell’aprirsi a chicchessia nelle evidenze più palesi e immediate dei suoi testi, ma pieno di interstizi, di golfi nascosti, di giochi di specchi per chi voglia provarsi a costeggiare, o addirittura penetrare, le gole e i cuniculi che si celano negli strati fondativi e fondamentali delle sue carte.
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