"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
03apr
![]() di Simone Gambacorta |
Di Mario Pomilio possiamo dire quello che vogliamo. Possiamo attardarci a scoprire quanto ci sia di Manzoni nelle sue parole, possiamo valutare l’influenza che hanno avuto su di lui Bernanos e Mauriac, possiamo ragionare sulla sua lingua e trarne squisiti ricami. Con Pomilio possiamo fare tutto, perché la ricchezza della sua opera è davvero enorme, ma non possiamo dimenticarne la problematicità. Pomilio “non è”, senza la sua problematicità, e se anzi sottraessimo alla sua narrativa quel fondamentale coefficiente problematico che la innerva, le toglieremmo tutto: e dopo potremmo pure tornarcene a casa, il delitto sarebbe stato compiuto, avremmo eluso il fulcro di un’esperienza letteraria tra le più originali e autentiche del secondo Novecento (e di respiro europeo, come dimostrano le numerose traduzioni, i premi e i riconoscimenti esteri). Problematicità è insomma la parola d’ordine per accedere nel complesso universo narrativo dello scrittore abruzzese. Questo perché Mario Pomilio non ha avuto certezze, o meglio: perché i personaggi dei suoi romanzi, così incisivamente scolpiti negli spessori della pagina, non hanno certezze. Ciò che li anima, ciò che li smuove e li percuote, ciò che li sevizia e li lacera, è la domanda, il porsi domande, l’interrogarsi: su tutto, a cominciare da se stessi per finire con i rapporti tra assoluto e storia, e ripercorrendo, spesso, le orme di quel Signore che si chiama Dio. Se l’atto dell’inquisirsi è una peculiarità che contrassegna e contraddistingue i pesronaggi pomiliani, è pur vero che la domanda, le domande, l’interrogazione, inducono queste entità in un costante stato di crisi: quella delle domande, appunto, e delle risposte: che non ci sono, o che se ci sono, sono difficilissime da trovare e da comprendere, perché di fronte a certi quesiti, l’uomo entra in contatto con la propria insufficienza, si accorge di non bastare a se stesso, scopre di essere troppo poco. Il personaggio di Pomilio entra in sé, e nelle vicende che affronta, per tastare i fiordi più riposti, nonostante il rischio, sempre incipiente, di tirar fuori altre domande: ingarbugliate, difficili, scomode, perché quando l’uomo ridiscute se stesso e la propria “semantica”, diventa scomodo in primis per se stesso. Il cerchio si chiude proprio perché non si chiude. Questa è la problematicità pomiliana: l’andare a mettere mano ai nodi più stretti, nodi impossibili da ignorare e con cui occorre confrontarsi, facendo e disfacendo le tessiture del profondo e perquisendo i perimetri del paradosso, vale a dire quelli dove si odono voci che tuttavia non si riesce a comprendere a fondo. Per Pomilio la geografia umana è una dimensione, una materia, da penetrare e tastare in lungo e in largo, ma senza il loto di rassicuranti miopie. Da qui l’itinerario di demolizione dei canoni dell’apparenza, che conduce alla dialettica tra realtà e verità; oppure, da un punto di vista più marcatamente religioso, la discussione degli schemi precettivi e dommatici, che conduce ad una laica interrogazione cristiana: quella che, con le sue punte di indomita inquietudine, e nei suoi sconfinamenti in aree di matrice ereticale, si riconosce ne “L’uccello nella cupola”, ne “Il Natale del 1833” e ne “Il quinto evangelio”. Del resto ce n’è per tutti, in Pomilio: discorsi interrotti e discorsi ripresi; glaciazioni (grandi e piccole) e struggimenti; Vangeli vecchi e Vangeli nuovi; e ancora compromissioni, enciclopedie del dissesto e nuovi corsi. Di più. In Pomilio non c’è soluzione di continuità tra il prima e il dopo: le poesie giovanili intitolate “Emblemi” (una sorta di pre-esordio letterario sottoforma di officina della parola) e “Una lapide in via del Babuino” (il racconto pubblicato in un volume postumo) si prendono per mano e diventano una cosa sola. Così la “Lapide” si fa “Emblema” del destino, per esempio quello di Girolamo Napoleone, il personaggio «non nato» in cui Pomilio riflette se stesso e gli altri uomini. Il gioco è fatto, peccato non sia un gioco, ma la vita, quella da cui «nessuno, per quanto faccia, esce vivo». Nella letteratura pomiliana, il dato della finitudine della condizione umana, ben lungi dal tradursi in una deriva disfattista, depressa o “nichilista”, si apre con estrema porosità agli spinosi e concentrici affioramenti dibattimentali che inducono a osservare la vita, intesa quale segmento transitorio (provvisorio, sì, ma non casuale o accidentale, e in definitiva antitetico al “Caso e la necessità” di Monod) tra i terminali del nascere e del morire, come luogo di problematiche necessariamente connesse con un altrove metafisico e spirituale. Nell’ambito di questa ricerca solo parzialmente appagabile (le domande saranno tanto più ficcanti e significanti, quanto più le risposte rimarranno “distanti”), l’individuo, ossia il personaggio romanzesco (con tutti gli echi metaforici e simbolici che il caso importa e comporta), è costretto a operare un continuo ed estenuante ricorso alle risorse intellettuali e morali, nel tentativo di lumeggiare il proprio incedere nell’esistenza non meno che la collocazione di se stesso entro le dinamiche che quell’incedere determina (in linea diretta) e sottende (in linea indiretta). Ecco allora che l’insistito esercizio di un pensiero scrutinante giunge a produrre un dimidiarsi delle certezze poste a fondamento dei contrafforti relazionali, politici e religiosi, ed ecco allora chiarirsi quel concetto di “crisi” che interessa gli abitatori dei mondi pomiliani, e che tutto sommato costituisce una “crisi” di tipo conoscitivo, essendo essa innescata dalla spinta a “porsi il problema” del comprendere, dell’interpretare, del discernere, del meditare (problema che, per altro verso, riflette quello “preliminare” e centralissimo dello scrivere, in una saldatura tra etica ed estetica basata su un’istanza veritativa e interrogante). È qui che la mente dell’uomo, considerata come sede delle circuitazioni cognitive e razionali, attua un decisivo flusso di scambio con i sostrati emotivi, coscienziali e psicologici, ed è qui che, revocando le proprie presunzioni (gli esiti del presumere), riduce la fede in se stessa e prende le distanze dalle spesso menzognere sintesi decodificatorie e connotative con cui solitamente “dà nome” alle cose per azzardare una signoria su di esse. Tutto questo è presente in Pomilio, ed è quanto di meglio si possa sperare di trovare vuotando la sacca di un viandante che ha cercato la propria strada nella storia, e soprattutto il senso della propria strada nella storia. Si sa: gli scrittori cercano, se però non trovano, meglio: segno che il loro cantiere è ancora aperto. Ma forse, più che un cantiere, quello di Pomilio è un’isola che non c’è: il nostro l’ha dissodata zolla per zolla, ha cercato di vedere cosa vi fosse sotto ogni ognuna, e ha cercato di capire in quale più alta mappatura, in quale pagina di un atlante ignoto e originario potesse mai posizionarsi quell’isola. Gli occhi superano sempre le mani, e se la penna riesce a sorreggere il peso specifico di un pensiero onnivoro e parcellizzato (e a farsi portatrice di uno stile raffinato, prensile e denso sino al virtuosismo), può accadere che l’intelligenza diventi un aratro. Pomilio ha arato l’esistenza e ne ha cavati gli strati profondi. È questa la ragione per cui oggi, a sfogliarne le pagine, quasi ci inibiamo: perché ci troviamo di fronte a un panorama di quesiti e ricerche che prospetta una misura di difficoltà quanto meno “impattante”. Però, se con un po’ di coraggio prendessimo a scorrerle, quelle pagine, e non solo a sfogliarle, ebbene allora resteremmo sorpresi: scopriremmo che questo scrittore, con i suoi libri, ci ha lasciato in eredità una messe di “appunti”, una sorta di catalogo di nuclei e livelli problematici della vita, in altre parole il diario di bordo di chi si è confrontato con l’esistenza, col mistero del dolore e della morte, del tempo e del destino, della colpa e del peccato, della fede e della speranza. Potrebbe perfino accaderci di immedesimarci in quest’uomo, di accompagnarlo lungo i segreti tratturi dell’anima, di immaginarlo nel laboratorio delle sue narrazioni, mentre impianta nei meccanismi delle sue “storie” i congegni affabulatori capaci di restituire la densità dei serrati confronti e delle ricognizioni intime. Ne ricaveremmo il significato di un’indagine sull’uomo, un’indagine dell’uomo e nell’uomo: un uomo colto, s’intende, nell’esplorazione delle sue più remote sintassi e nelle trazioni dei suoi rapporti con una latitudine ulteriore dell’essere. E potremmo sbalordire nel constatare che, essenzialmente, la problematicità pomiliana altro non è se non una straordinaria e particolarissima forma di libertà.
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