"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
![]() di Paolo Ruggieri |
Please could you stop the noise, I'm trying to get some rest From all the unborn chicken voices in my head What's that...? (I may be paranoid, but not an android) What's that...? (I may be paranoid, but not an android) Rain down, rain down Come on rain down on me From a great height From a great height... height... Rain down, rain down Come on rain down on me From a great height From a great height... height... Rain down, rain down Come on rain down on me (da Paranoid Android - Radiohead) Il tempo è un distinto e affabile signore che cammina per la strada, ma nessuno sa esattamente chi sia. Beh, a dir la verità ogni tanto qualcuno riesce ad avvicinarlo e a fare la sua conoscenza. Nell’ultimo film di Gus Van Sant, per esempio, Alex, l’adolescente protagonista della storia, è uno di quegli esseri capaci di “vedere” il tempo nella sua vera essenza, di cogliere quale legame estremamente soggettivo esso abbia con la realtà fisica. Ci sono piani diversi della realtà, dice Alex. Quasi tutti gli esseri umani si fermano alla percezione del primo strato, ma alcuni si spingono oltre, lo penetrano e scoprono che esiste una dimensione infinitamente più ricca e complessa di quella che i sensi, usati secondo le normali abitudini, registrano. Paranoid Park è la rappresentazione visiva di questa anarchica complessità: un parco frequentato soltanto da appassionati di skateboard, il ritrovo di una gioventù eterogenea che ha problemi di comunicazione con il mondo degli adulti e preferisce dimenticare il grigiore di Portland (Oregon) con funamboliche piroette a bordo dello skate. Il titolo del film sembra ispirarsi al Paranoid Android Marvin di “Guida galattica per autostoppisti” (memorabile romanzo di Douglas Adams), un robot depresso la cui mente "è troppo vasta per essere riempita da qualsiasi occupazione". Alex, come Marvin, è sempre distratto, assente, i pensieri rivolti a un altrove inafferrabile, slegato dalla realtà sensibile eppure alla realtà intimamente connesso. In superficie il film è la denuncia dell’alienazione dei giovani del nostro secolo: Alex ha i genitori separati, è annoiato, non trova stimoli adeguati nel mondo che lo circonda e si rende responsabile, quasi involontariamente, della morte di un vigilante. Ma c’è dell’altro. Il film è pieno di sequenze – rallentate, sospese, frammentate, ripetute più volte, ma mai allineate in ordine cronologico, come se nessuna linearità fosse possibile - che alludono all’idea del fluire del tempo: e così gli skateboard disegnano sull’asfalto traiettorie fantasiose e imprevedibili, ondeggiano in giganteschi tunnel di cemento, schizzano nel vuoto e rimangono sospesi per istanti interminabili; una ragazza in bicicletta traina Alex sullo skateboard; sfreccia veloce il treno dal quale il vigilante prova a far scendere Alex, e nella stessa notte fatale l’acqua della doccia scorre al ralenti sul viso del ragazzo, e mentre s’intravvede il mare in tumulto, sullo sfondo, e il vento accarezza l’erba sulla spiaggia, la penna di Alex corre sul foglio cercando di catturare un’esperienza di vita vissuta che non può essere ricostruita in modo consequenziale, perché farlo significherebbe regredire a un’ idea codificata del tempo, cercare ancora una volta di contenerlo, di ingabbiarlo in uno spazio. Un tentativo destinato a fallire miseramente, e infatti quei fogli finiranno per bruciare in un falò. Ma il regista riesce magistralmente nell’intento con la sua arte. Alex è totalmente immerso nello scorrere del suo tempo e vive ogni secondo in maniera più intensa del normale. Cosa vede Alex? Come vede la realtà che lo circonda? E’ quello che Gus Van Sant vuole mostrarci. E’davvero Alex ad essere alienato rispetto al mondo o è il mondo ad esserlo rispetto a lui? “Nessuno è pronto per Paranoid Park”, nessuno è pronto per guardare la realtà con gli occhi vergini di un adolescente che, nell’aprirsi alla vita, si rende conto, non senza smarrimento, che non esiste un tempo esteriore che possa essere scandito da unità di misura codificate e che ognuno ha un suo tempo interiore (e un suo modo particolare di percepire e interpretare la realtà). Comunicare significa accordare di volta in volta il proprio tempo interiore a quello degli altri. Anche i brani della colonna sonora sembrano sfasati e stonati rispetto alle immagini del film, ma è solo un espediente stilistico attraverso il quale Gus Van Sant ci fa sentire che, se ci immergessimo nel mistero del tempo e avessimo la necessaria sensibilità per coglierne e comprenderne ogni sfumatura, riusciremmo forse a rallentarne lo scorrere o a velocizzare l’ingresso dei dati che i nostri sensi registrano, afferrando quei rilevanti dettagli della realtà che ogni giorno ci sfuggono. |

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Commenti
Sarebbe bello se qualcuno ci insegnasse ad armonizzare il tempo interno a quello esterno!

Qualcuno sa come fare?
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