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"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)

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Ferruccio Parazzoli e la scrittura
 Galaad Edizioni (del 14/04/2009 @ 08:51:24, in Interviste, linkato 284 volte)
Intervista di Simone Gambacorta

Ferruccio Parazzoli (Roma, 1935) è uno dei grandi nomi della scena letteraria italiana. Scrittore, saggista, romanziere, direttore degli Oscar Mondadori dal 1984 al 1993, in questa conversazione parla dei propri esordi, di come nascono le sue storie, dell’importanza che può avere– per uno scrittore – l’inquietudine spirituale. L’autore dell’intervista ringrazia l’amica scrittrice Cynthia Collu per aver fatto da tramite con il maestro Parazzoli.

Lei ha esordito come romanziere nel 1976 con “O città o Milano”: che scena letteraria era quella di quegli anni?
«Nel ‘76 avevo quarant’anni. Pubblicare il primo libro a quarant’anni oggi sarebbe considerata un’età piuttosto tarda per iniziare la carriera letteraria, come allora si chiamava. Poiché apparire come scrittore, se accolto, voleva dire iniziare una strada, un lavoro continuo, assiduo, non il colpo di fulmine del bestseller come si pretende da qualche tempo a questa parte dagli editori e, di conseguenza, dagli scrittori soprattutto esordienti. Mi consolavo dei miei quarant’anni pensando che era la stessa età in cui aveva esordito Bernanos. Allora si avevano scrittori di riferimento che si amavano davvero. Oggi non so. C’era una certa vivacità nell’aria, c’era stato il ‘68 e ancora i postumi delle B.R., già da diversi anni lavoravo in Mondadori e avevo conosciuto scrittori quali Vittorini, Sereni, Ungaretti, Bacchelli, Piovene, Testori, Soldati, Simenon, Kerouac… ero andato a Barbiana da don Milani…e scrivere era ancora un fatto serio, preso in considerazione dalla società. Il mio libro fu accolto con questo impegno nello scambiarsi idee, esperienze, anche se uscì da un piccolo editore quasi sconosciuto».

Quand’è che decise di cimentarsi con un romanzo?
«Cimentarsi con un romanzo, non è una decisione, è una marcia di avvicinamento. Spesso favorita, spesso ostacolata. Non c’è un giorno in cui si comincia. Scrivere è osservare, leggere, pensare, prendere appunti, quaderni su quaderni, ritagliare giornali, archiviare, scrivere pagine e pagine, abbandonarle in qualche cassetto, e intanto pensare al lavoro, alla famiglia. Quando scrivevo lo facevo dalle 6 alle 8 del mattino, prima di andare al lavoro, scrivendo a mano su quadernetti per non svegliare con il ticchettare della macchina da scrivere, dato che i computer non esistevano ancora, i bambini che dormivano».

Qual è stata la sua “scuola” di scrittura?
«L’attenzione. Mai allentare l’attenzione. Ogni cosa, ogni persona è degna di attenzione. L’indifferenza non esiste. Stupirsi del miracolo della quaotidianità. Non spegnere mai la voce che parla dentro di te. Non ho avuto maestri, se non ideali».

In ambito editoriale ha diretto la collana “Oscar” presso Mondadori, dal 1984 al 1993: che esperienza è stata questa per lei come narratore? Una palestra, uno stimolo, un laboratorio?
«Il mio lavoro editoriale non ha mai avuto nulla a che vedere con il mio lavoro di scrittore. Sono una persona dimezzata. Ho sempre desiderato, dato che lavorare dovevo, lavorare nell’editoria. Mi piaceva e mi piace ancora quella puzza di zolfo che ne vien su: cercare, discutere, fiutare. Scrivere è altra cosa. Come faceva Balzac è andare a casa dopo una giornata di chiacchiere e di chiasso anche mondano, e indossare il saio di frate. (Balzac lo faceva davvero)».

Sempre in veste di direttore degli “Oscar”, quali dinamiche e quali cambiamenti ha registrato attraverso quell’osservatorio?
«Sono stato costretto a tenere sempre presente che esiste un mercato, che la società cambia continuamente, è come una pedana mobile sotto i piedi, guai a non rendersene conto. Ma in quegli anni non c’era stato ancora l’appiattimento di interessi e di gusti del pubblico e del mercato come è ai giorni nostri, dovuto sempre di più all’invasività e all’omogenizzazione televisiva, tranne a schizzare tutti insieme su uno o due titoli, in preda a ipnosi di massa. C’era ancora spazio per la creatività, per l’esercizio della curiosità».

I risultati di cui sente di poter menare vanto come responsabile degli “Oscar”?
«L’editoria è sempre un fatto collettivo. Bisogna proporre, combattere, accettare vittorie e sconfitte. Guardando indietro credo di avere lasciato agli Oscar una buona eredità con dieci anni di lavoro, trasformando, con l’intervento forte e entusiasta di Leonardo Mondadori, una pur vasta collana di tascabili, in una casa editrice completa con una spiccata fisonomia soprattutto culturale».

Andiamo avanti. Lei è autore di molti romanzi, dunque vorrei chiederle – semplicemente – che cos’è per lei il romanzo.
«Il romanzo è la rappresentazione di un mondo parallelo, è l’avventura verso un orizzonte che continuamente si sposta, è uno sprofondarsi e un innalzarsi, mai procedere in orizzontale. Il romanzo è un’infernale macchina che lo scrittore costruisce per sorprendere che cosa abbia fatto e cosa stia facendo Dio. E’ infilarsi dietro le quinte della rappresentazione».

Come funziona la sua officina scrittoria? Quali sono cioè le fasi – chiamiamole così – che dall’idea iniziale portano alla pubblicazione?
«Enormi, rigonfi quaderni di appunti. E’ una semina di campo assolutamente gratuita in cui, chissà perché, un giorno germoglia un seme abbandonato in mezzo agli altri semi».

Cos’è che rivela poi se l’idea è buona oppure no?
«La possibilità di condurla fino in fondo, come una vita, come una cavalcata a ostacoli: da evitare, da affrontare, da scavalcare senza che si azzoppi mai il cavallo».

Fin quando l’officina è aperta, che tipo di rapporto ha con quello che sta scrivendo? Di concentrazione continua, di tormento, di gioia?
«Ossessivo. Un compagno esigente che mi insegue sempre e ovunque, un affamato che pretende cibo, cibo, cibo».

Riguardo i romanzi che ha scritto, come è cambiata, ammesso sia cambiata, la sua concezione di questa forma?
«La forma cambia continuamente, è il filo della ricerca che si srotola, pur essendo sempre il medesimo. E’ come rigirarsi nello stesso letto ma in un unico sonno, magari sognando sogni diversi ma che nascono tutti da uno stesso inconscio».

Quanto deve ustionare e scavare un romanzo? Voglio dire: in una prospettiva verticale, qual è la quota di profondità che occorre raggiungere perché personaggi, voci, vicende, psicologie e ambienti “dicano” qualcosa al lettore?
«Non cerco la profondità per il gusto di calarmi in caverna come uno speleologo. E’ la profondità che mi si apre sotto i piedi e di cui non devo avere paura. I migliori romanzi, i capolavori, a badarci bene – e bisogna farlo – sono pieni di trabocchetti che si spalancano prima sotto i piedi dello scrittore e poi, necessariamente, sotto quelli del lettore il quale magari non si accorge di stare innalzandosi o sprofondando su una navicella delle montagne russe. Oggi, purtroppo, questo movimento è insopportabile a molti, scrittori e lettori, per cui si preferisce andare sul liscio, magari su un paio di pattini a rotelle facendo finta che il mondo sta tutto lì, in uno spiazzo di asfalto ai giardini pubblici».

E come la si tocca, questa quota di profondità?
«Non la si tocca mai fino al fondo. Si va giù finchè c’è fiato, tanto o poco che sia».

Come definirebbe il suo rapporto con la lingua italiana? In che modo le piace impiegarla nella scrittura?
«Come un barattolo di pongo. Ci gioco. Anche se niente è più serio del gioco».

Diverse fra le sue pagine – narrative e saggistiche – racchiudono, o meglio, esprimono un duplice confronto: da un lato con la realtà – intesa anche come attualità “storica” – dall’altro con una dimensione metafisica, per esempio quella rappresentata dalla possibilità di dialogo con Dio. Da cosa nasce questa spinta?
«La realtà è solo la punta dell’iceberg. Il grosso è quanto c’è sotto, chiamiamolo pure metafisica. Scambiare quanto spunta dell’iceberg per il tutto è semplicemente ridicolo».

Con Dio che rapporto ha?
«Estremamente polemico, ammesso che ascolti. Oggi è di moda parlare, anzi, riparlare, di un Dio impersonale. A mio parere le cose non cambiano, se non nel fatto che parlare con un Dio impersonale non si può proprio né può servire a nulla. Così continuo a modo mio».

Nel romanzo “1994. La nudità e la spada” ha affrontato il problema della scomparsa del cristianesimo dall’Occidente. Una problematica enorme, tuttora carica di attualità…
«La Chiesa l’ha capito da un pezzo, ma fa finta di non accorgersene e maschera il problema con le grandi adunate. C’è poco da fare: l’Europa è assai poco cristiana. Lo è certamente stata, nel bene e nel male. Sbaglierò, ma credo che oggi vorrebbe tornare a esserlo ma non sa da che parte cominciare, ha parso il filo del cristianesimo e brancola correndo dietro a questo e a quello, restando continuamente a mani vuote perdendo il suo tempo a discutere su etica e bioetica. Ho sempre in mente quella vignetta dove Gesù si nasconde per non farsi trovare dai teologi chiacchieroni. Insomma, il cristianesimo se ne sta ben nascosto da quelche altra parte. Come diceva per assurdo Nietzsche Gesù è stato l’unico cristiano».

Recensendo quel libro su “L’espresso” (20 aprile 1990), Sergio Quinzio si domandava questo: «Siamo sicuri che non sia già tutto accaduto, compresa la dimenticanza del cristianesimo?». Qual è la sua opinione oggi su questo punto?
«Che è accaduto. Tutto è accaduto e torna ad accadere. Le forze e l’intelletto degli uomini sono quello che sono. Siamo scalcagnati guerrieri ma degni di onore».

Quanto conta per lei come scrittore l’inquietudine spirituale?
«Purtroppo non potrei vivere, non solo scrivere, senza. Qualcuno ha detto che è una bella malattia.Può darsi, ma è decisamente scomoda».

In quest’ottica è possibile parlare d’una coincidenza tra uomo e autore?
«Certo, Ma sostengo sempre che è meglio non conoscere lo scrittore di cui si legge e magari si ammira l’opera. Tutti gli scrittori che amo di più, infatti sono morti».

Quindi quanto vissuto, quanta vita finisce in quel che si scrive?
«Sul pesce ci finisce il succo del limone, non il limone intero con buccia e semi».

Tra i libri altrui che sente più “suoi”, ce n’è qualcuno che in questo senso ritiene emblematico?
«Sono tanti, e li amo. Tutti morti, naturalmente, come dicevo».

A proposito di inquietudine e (cito) del «rifiuto della pace e dell’approdo», lei ha scritto “Nessuno muore”, vibrante romanzo nutrito di tradizione mitologica: come mai una simile impresa narrativa?
«La mitologia, specie quella di cui si parla comunemente, è una nostra stupida invenzione. Esistono i miti. In “Nessuno muore” non c’è mitologia. Il mio Nessuno è egli stesso un mito, quello dell’uomo in rivolta permanente, che non conosce tempo e spazio, abbatte le quinte, lacera le scene graziosamente dipinte della nostra meschina rappresentazione».

Visto oggi, che allegoria è Ulisse?
«Quello dell’Odissea? Per me è uno che fa piazza pulita degli altarini».

Ha scritto anche una “Vita di Gesù”. Esistono a suo parere rapporti (im)possibili tra Gesù e Ulisse?
«Qualche altarino l’ha buttato giù anche Gesù».

Cosa ha significato, per lei come scrittore, raccontare Cristo?
«Compiere un atto di onestà: cercare di corrergli dietro, ma andava troppo veloce. Almeno per me».

Ultima domanda, che poi è un invito: le va di tracciare una “micro geografia” della sua produzione letteraria, magari anche solo individuando delle “stagioni”? Dal primo romanzo a “Ti vestirai del tuo vestito bianco”…
«Non posso aderire al suo invito. Per uno scrittore è assurdo storicizzarsi. Come ho detto, si è trattato di mettersi per strada e camminare. Non sempre per la strada maestra. Le strade che sembrano secondarie spesso sono le migliori. Ma tra i miei ormai troppi libri non saprei distinguere quali abbiano camminato sulla strada principale e quali sulle secondarie. Del resto, che importa?».
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