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“Asino chi legge”
 Galaad Edizioni (del 22/01/2011 @ 11:59:48, in Interviste, linkato 225 volte)


Intervista ad Antonella Cilento su un libro che racconta il rapporto dei giovani con la lettura e la scrittura

di Simone Gambacorta

Antonella Cilento vive a Napoli, dove è è nata nel 1970. Fra i suoi libri di narrativa, “Una lunga notte”, “Neronapoletano”, “L'amore, quello vero” e “Isole senza mare”, tutti editi da Guanda. Finalista del Premio Calvino nel 1998 e vincitrice del Premio Tondelli nel 1999, la Cilento ha fatto anche parte della giuria del Premio Teramo. Da anni insegna scrittura creativa, ed è da questa sua attività che nasce “Asino chi legge” (Guanda, pp. 184, Euro 16), un libro che racconta problematiche che riguardano “I giovani, i libri, la scrittura”. L’abbiamo intervistata.

Che cos’è “Asino chi legge”?
«“Asino chi legge” raccoglie le esperienze di oltre cento laboratori che ho tenuto in diciassette anni nelle scuole di tutt’Italia, da Bolzano a Modica, dal Trentino alla Sicilia, con particolare attenzione, naturalmente, alla Campania e all’hinterland napoletano. Sono convinta che la scuola sia la cartina di tornasole dello stato di un Paese: vizi e virtù vi sono rappresentati al massimo grado. E uno dei problemi più grandi che noi viviamo consiste proprio nella non considerazione che la scuola pubblica riceve: qui si gioca la partita del futuro, ma i tagli incombono, le cattive riforme impazzano e di conseguenza insegnanti e studenti si ripiegano su consuetudini talvolta aride, talvolta improduttive. Tuttavia, basta innestare piccoli cambiamenti per capire che il tesoro intellettuale e creativo degli insegnanti come dei ragazzi è intatto, ha solo bisogno di nuova fede».

Un libro nato da un’esperienza in prima persona...
«Il libro è frutto di anni di appunti, di quaderni prodotti con i ragazzi di tanti licei e istituti e di una pratica che conduco quotidianamente viaggiando per raggiungere le scuole. Non è stato difficile mettere insieme i fatti più rappresentativi: mi si agitavano dentro, sono il mio pane quotidiano».

Che cosa significa girare l’Italia per diffondere la lettura e la scrittura fra chi i libri non ha ancora imparato ad amarli?
«Significa accendere motori che funzionano ma che non si è, spesso, avuto la voglia o il coraggio di accendere. Io vivo di scrittura e di passione per i libri e dunque mi è certo più facile di quanto possa essere per la media degli insegnanti, afflitti da una burocrazia magniloquente quanto inutile, stretti in ore sempre più brevi e in spazi sempre meno idonei, compiere quest’operazione. A volte, certo, si semina su un terreno da troppo tempo inaridito. Ma ne vale sempre la pena, il risultato è sempre visibile e concreto».

La scuola avrà anche qualche responsabilità, suppongo.
«La scuola ha molte responsabilità: il rapporto non sempre felice fra adulti e ragazzi, l’assenza di emozione o di piacere verso i prodotti d’arte che pure a scuola si studiano, ma che vengono messi sul tavolo operatorio dell’analisi del testo troppo presto, prima cioè che i ragazzi possano identificarsi nella verità di romanzi, racconti e poesie. La scrittura e la letteratura sono considerati spesso una seccatura, non se ne vede l’uso pratico o sono state messe in caselline così strette che non se ne intravede più la bellezza».

Della televisione che mi dici?
«La televisione degli ultimi vent’anni è un disastro assoluto, specie quella commerciale. Ma il vero disastro lo hanno compiuto alcune generazioni d’italiani abbandonando se stessi e i propri figli alla passiva recezione di uno strumento che, se ben orientato e a dosi omeopatiche, può produrre anch’esso formazione culturale. Ma il modello imperante fra i più giovani – e anche fra molti adulti – viene purtroppo da lì: fare soldi, farli in fretta, farli senza scrupolo e senza alcuna disciplina o talento. E’ tutto facile. Siamo tutti Icaro, voliamo tutti in alto, nessun Dedalo che costruisca. Ma si dovrebbe ben ricordare che fine ha fatto il povero Icaro».

Nel libro parli di cultura come valore…
«La cultura, tolta dalle teche polverose o dalle etichette politiche di convenienza, siamo noi. E’ l’enorme, infinita rete di opere d’arte – libri, quadri, film, statue, edifici, musica – che ci lega alla nostra esistenza come specie. I libri ci dicono che non siamo soli, che altri hanno vissuto e provato come noi, che altri si sono fatti le stesse domande. I romanzi – quelli veri, non il mero intrattenimento commerciale – sono un’arma per reagire meglio e prima alla vita».

Come mai in Italia nessuno legge e tutti vogliono scrivere?
«Perché sembra facile. E invece non lo è. C’è un’ansia d’espressione dovuta a un esteso narcisisimo, ma anche a una ben più preoccupante assenza di luoghi condivisi di felicità ed esperienza. Quando però si entra in un laboratorio di scrittura si scopre che scrivere non è affatto facile, che è un’arte e che ci sono regole, che c’è una fatica da compiere. Niente reality show, ma sudore e delusioni».

Hai un aneddoto che spieghi che cosa cambia quando la letteratura inizia ad attecchire là dove era qualcosa di sbiadito e lontano.
«E’ cambiato molto in una scuola di Ercolano – dove le ragazze sono spesso incinta a dodici anni, si fanno comandare dai maschi e non hanno sogni per il futuro salvo l’essere madri – quando abbiamo letto, profittando della loro piccola passione per i film del terrore, un intero racconto di Lovecraft a voce alta. Nel bel mezzo della storia ha fatto irruzione in classe, urlando e sbattendo la porta, uno di quei bidelli cui non importa che si stia facendo lezione: l’hanno mandato via in coro. E siamo rimaste quasi un’ora in più per finire il racconto».

In “Il rosso e il blu”, un libro sul mestiere di insegnante, Marco Lodoli scrive che un giorno, in una classe di scalmanati, iniziò a leggere versi di poeti italiani contemporanei, il che gli valse l’attenzione dei ragazzi: «Ho capito – dice Lodoli – che la poesia poteva arrivare dove la narrativa, la saggistica, il giornale non arrivano». Solo la poesia può questo?
«Il libro di Lodoli è molto bello. E’ vero, la poesia arriva molto ai ragazzi, ma nella mia esperienza accade lo stesso con la narrativa e con la pittura. Se si vuole raggiungerli, ci si riesce. Sempre».

(intervista pubblicata sul quotidiano «La Città» di Teramo l’11 novembre 2010)  
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