"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
25gen
| Giulia Alberico parla dei giovani, dei libri e della scuola di Simone Gambacorta Giulia Alberico è nata a San Vito Chietino e vive a Roma. Ha esordito con la raccolta di racconti “Madrigale” (Sellerio) e ha firmato i romanzi “Il gioco della sorte” (Sellerio), “Come Sheherazade” (Rizzoli) e “Il vento caldo del Garbino” (Mondadori). Ha pubblicato anche “I libri sono timidi” (Filema), che parla dell’amore per la lettura, e “Cuanta pasión!” (Mondadori), il cui sottotiolo recita “Storie di fatica, d'avventura e d'amore nella scuola pubblica italiana”. Nessuno meglio di lei, che ha insegnato per trent’anni Lettere alle superiori, poteva parlarci dei giovani e la lettura. La tua esperienza di insegnante si allaccia a quella di scrittrice. Come vedi il rapporto tra i giovani e la lettura? «Per la maggioranza è inesistente o casuale. Faticoso da costruire se non si è partiti per tempo. Leggere è un piacere, una avventura della mente e se non c’é confidenza col libro fin da bambini è molto difficile crearla nell’adolescenza. In isolate occasioni – come per Moccia – leggere “quel” libro è un rito generazionale, una “moda” che, purtroppo, non ha seguito. Guardo con favore a questi fenomeni indotti dal mercato se offrono occasioni per entrare nel mondo della lettura. Ma quasi sempre restano episodi isolati». Quanti problemi dietro questo problema? «Tanti: insegnanti frustrati, famiglie distratte, case dove non entra un libro, l’idea diffusa che leggere sia superfluo, quasi da perditempo». Quali sono le responsabilità della scuola? «Insegnanti che leggono poco o niente, biblioteche museo, scarsa appetibilità dei testi proposti, spesso troppo distanti dal tipo di mondo e di vissuto dei ragazzi. Andrebbe fatto un lavoro lento e sistematico, anche utilizzando del buon cinema, che è un modo come un altro per raccontare delle storie». Nel provocatorio pamphlet “Contro la letteratura”, Davide Rondoni se la prende con gli insegnanti di lettere, preoccupati di tutto fuorché della forza e della bellezza della letteratura allo stato puro, cioè depurata dalle contestualizzazioni storiche e dalle domandine da antologia. «Ci sono professori e professori. Talvolta modesti, talvolta eruditi ma non colti, in generale sfiancati da un sistema che chiede loro troppo e allora il lavoro può divenire meccanico. Credo che il professore di Lettere riesca ad essere un buon piazzista della sua merce, la Letteratura, se la ama e la pratica in prima persona. I ragazzi lo sentono e, allora, anche il “racconto” del quadro storico e le “domandine” saranno un esercizio dignitoso. Se c’è passione per ciò che si propone, tra trenta allievi stai certo che l’entusiasmo dell’insegnante, spesso il suo carisma, accenderanno in più d’uno il desiderio di leggere». In un’intervista che mi ha rilasciato giorni fa sul suo libro “Asino chi legge”, circa le responsabilità della scuola Anonella Cilento ha detto questo: «La scuola ha molte responsabilità: il rapporto non sempre felice fra adulti e ragazzi, l’assenza di emozione o di piacere verso i prodotti d’arte che pure a scuola si studiano, ma che vengono messi sul tavolo operatorio dell’analisi del testo troppo presto, prima cioè che i ragazzi possano identificarsi nella verità di romanzi, racconti e poesie». Che ne dici? «Anche a scuola ci sono delle “mode” e, per anni, una eccessiva segmentazione del testo ha ingabbiato l’approccio più immediato, emotivo. Credo che una analisi delle strutture vada proposta nella scuola superiore, cum grano salis. Adeguatamente usata, l’analisi avvicina al testo in modo più profondo e consapevole, porta al di là del “mi piace / non mi piace”». «Ho capito che la poesia poteva arrivare dove la narrativa, la saggistica, il giornale non arrivano». Lo scrive Marco Lodoli ne “Il rosso e il blu”, un libro sulla scuola, a proposito di una classe di scalmanati che, incredibile ma vero, si mostrò d’improvviso sensibile ai versi dei poeti italiani contemporanei. Solo la poesia ha questa virtù? «Non solo. Quel che arriva, se arriva, è la potenza folgorante della parola, anche di un solo aggettivo; la bellezza o l’efficacia di un’immagine; l’autenticità di una scrittura. In questo senso la prosa è valida quanto un verso. Naturalmente va scelta narrativa che, per temi e scrittura, possa intercettare i gusti dei ragazzi. Uscendo, spesso, dalle proposte dei libri di testo». Nel tuo bellissimo “I libri sono timidi”, racconti la tua formazione letteraria, parli delle pagine amate, degli scrittori più “tuoi”, delle gioie e delle scoperte della lettura. Parli della letteratura come scoperta, come nutrimento che ricerca sempre se stesso. Quel libro dimostra come, per poter scrivere, per poter raccontare, occorra prima leggere. «E’ una condizione indispensabile che, purtroppo, mi pare poco seguita. Mi capita sovente che persone che vogliono assolutamente pubblicare mi chiedano giudizi su manoscritti. Si sente, quasi sempre, che non sono dei lettori forti, appassionati. E la loro scrittura è autoreferenziale, anche se pulita, non vola, non accende». Come vedi il mondo delle scuole di scrittura? «Dipende da cosa ci si aspetta. La fioritura di tante scuole può essere un gran commercio e un’illusione per molti. Possono emegere dei talenti, ma a patto di essere già talentuosi. Uno, il talento per la scrittura, o lo ha o non lo conquista con una scuola. Lì può imparare delle tecniche utilissime, soprattutto per leggere in modo più scaltrito e consapevole». (intervista pubblicata sul quotidiano «La Città» di Teramo il 23 novembre 2010) |

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