"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
13feb
![]() di Simone Gambacorta |
Intervista a Federico Premi, autore del saggio “Fabrizio De André, un’ombra inquieta. Ritratto di un pensatore anarchico” Federico Premi (Verona, 1983) è laureato in Filosofia e si occupa di comunicazione ambientale. Collaboratore di diverse riviste, fra cui il periodico «A» e i mensili «Il Margine» e «Il Momento», è autore del bel saggio “Fabrizio De André, un’ombra inquieta. Ritratto di un pensatore anarchico” (Il Margine, pp. 200, Euro 18).
Quand’è avvenuto il primo “incontro” con De André e quando hai deciso di cimentarti con un libro sul suo pensiero anarchico? «Il primo incontro è stato a dir poco disonorevole, e oggi lo ricordo con un po’ di vergogna. È entrato nella mia vita solo dopo il ’99, o nel Duemila, sulle profane note di una musica da discoteca. Allora ero ancora un eracliteo “dormiente”, e frequentavo luoghi insalubri. Era un remix di “Geordie”. Strano! Una musica e un testo così “forte”… Un pomeriggio canticchiavo quelle parole e mia mamma mi portò un disco dimenticato in cui c’era la canzone nell’originale. Ho messo su il disco, è partita “La guerra di Piero”, “La ballata dell’eroe”, “Fila la lana” e infine “La canzone di Marinella”. Ricordo che guardavo fuori dalla finestra ed ero completamente pieno, assorto, consolato, finalmente “non solo”. Ecco, Fabrizio è entrato così, circa undici anni fa. Da quel pomeriggio abbiamo sempre convissuto. Era ciò di cui avevo bisogno. Di qui una sempre più morbosa conoscenza, fino a che ho avvertito la necessità di capire meglio, più a fondo da dove De André facesse nascere questa libertà che riusciva e riesce tuttora a donarci col balsamo della sua voce. “Che connessione – mi chiedevo – c’è con questa grande madre che è l’anarchia?”, la stessa che, fra l’altro, proprio, come Fabrizio, mi ha posseduto per non lasciarmi mai più? Finalmente due anni fa ho deciso di “restituire” il favore a De André. Toccando con mano e con emozione i suoi testi, i suoi libri, le sue carte oggi conservate in piccolissima parte all’archivio di Siena, mi sono messo sulle tracce del suo pensiero anarchico, nell’intimità delle sue scritture. Se poi da questo favore “personale” anche altri lettori trarranno un beneficio, beh, tutto di guadagnato». In quali e quante fasi di lavoro si è articolata la ricerca che ha portato alla pubblicazione del libro? «Ho fatto esplodere – anarchicamente – tutto il suo canzoniere, ad ogni livello di senso. Questo significa che prendevo un album e cercavo – ascoltandolo e riascoltandolo invece che leggerlo, proprio per non perdere nemmeno una nota, un giro armonico o una traccia melodica – di capirne il senso; poi scendevo di “livello”, e scomponevo le sette-dieci canzoni nel tentativo di cogliere il perché della disposizione, il perché di quella canzone in quell’album; infine – terza e ultima fase decostruttiva – smontavo verso per verso ogni canzone, per vedere l’autosufficienza della frase. Autosufficienza testimoniata, tra l’altro dall’uso di singoli versi che continua a fare, imperterrita e anche con successo, la letteratura secondaria su De Andrè. Questo il primo atto: con il bagaglio prodotto da questa prassi critica sono andato su e giù come un pendolo da Verona a Siena, da Trento a Siena, per vedere “se tutto tornava”. Ho passato in rassegna tutti i libri di De Andrè allora consultabili – oggi sono di più, ma spero il prodotto del mio libro non sia ancora avariato – cercando nei suoi appunti, nei suoi aforismi, nelle sue lunghe riflessioni a margine dei libri e su fogli sparsi, una linea comune che collegasse un dato verso – includente un sempre dissimulato significato anarchico – con una sua riflessione. E pian piano si è costruita una vera e propria storia interrotta, fatta di versi e di poesia, che racconta proprio l’anarchia. Mi si passi la rima». Hai parlato di testi “a più strati”… «Appunto: una bella poesia si appoggia ad una bella musica che a sua volta serve a richiamare l’attenzione, ad av-vincere l’ascoltatore portandolo verso lidi di profondità che altrimenti – soffocati dal rumore quotidiano – rimarrebbero insondati. Chi oggi può cantare la morte rendendo estremamente suadente questo atto?». Dietro le parole che De André ha scritte, hai individuato un’enorme ricerca sia in ambito linguistico che in ambito letterario… «C’è più letteratura nelle cento canzoni di De André che in un antologia di scuola superiore. Ogni verso richiama un autore, un passo, un libro. Da Omero a Calvino nelle canzoni di Fabrizio trovano spazio davvero tanti nomi (dai più famosi a quelli più improbabili e locali)». Nel complesso, quanto tempo hai lavorato al libro? «Non più di due anni. Il vero sacrificio è stato non poter mettere nel libro tutto quello che ho trovato. Per motivi anche di spazio». Una delle prime cose che mi ha colpito del libro è stata una parola del sottotitolo: “pensatore”. Mi ha colpito perché hai riconosciuto a De André un ruolo specifico, diverso da quello di cantautore come da quello di intellettuale o di – come dicono tutti – poeta… «Sì, la ritrita affermazione secondo la quale De André non si può classificare sta diventando ormai una frase di circostanza. Il problema di Fabrizio è semmai il fatto di essere “classificabilissimo” in categorie talvolta distanti tra loro. Non esiterei, dopo aver visto con quale padronanza e sistematicità ha affrontato determinate tematiche esistenziali, a definirlo un filosofo anarchico. L’idea di anarchia che De André ha in mente, racchiude anche, a livello teoretico, la modalità di trasmissione di questo stesso concetto. È una visione sopraffina. Il fatto che l’estetica – frutto ultimo della sua visione anarchica – non sia per De André solo una forma posticcia, ma svolga – per usare forse le sue parole, ora non ricordo – la funzione del barocco borrominiano, in cui gli ornamenti svolgono funzioni portanti, quindi un ruolo inscritto nell’economia del tutto, è davvero impressionante. De André ha pensato davvero tanto a cosa, come e quando dirlo. Ha letto, vissuto, studiato, fatto rifatto trascritto e riscritto. Ha “lavorato” davvero assiduamente con la sua “ragione sentimentale”. Non una parola, una nota o un colore sono a caso nelle sue opere. Dal piccolo al grande. E questo perché le canzoni non sono altro che la sintesi compiuta di un pensiero anarchico sotteso a tutta la sua attività di libero pensatore: uno che ha scelto di prendere in mano una chitarra invece che vomitare pagine e pagine di teoresi che sarebbero arrivate solo ad una cerchia ristretta di “onanisti culturali”, per usare sempre un quadro lessicale deandreiano». Nel titolo parli anche di “inquietudine”: qual era l’inquietudine di De André? «Credo quella di non riuscire a dare tutto il “donabile”; il fatto che qualche parola, che qualche canzone, che qualcosa, insomma, per un determinato motivo non riuscisse a prendere forma e poter quindi lenire dell’altro dolore, o semplicemente riempire qualche vuoto di senso. Traspare appunto un’insicurezza riguardo il “non detto”, riguardo quello che “ancora” rimane da dire, e l’inquietudine derivata dal fatto di sapere di doverlo dire ad ogni costo. Il come e il quando, poi, sono variabili di una dimensione prettamente artistica». Dovendolo riassumere, come condenseresti il pensiero anarchico di De André? Te lo chiedo appunto perché troppo spesso la parola “anarchia” viene letta in maniera semplificatoria. «De André ha il merito di mostrarci un’anarchia del tutto priva di connotati banali o ideologici, un’anarchia che si inscrive, molto praticamente, nella quotidianità. Un’anarchia che è scelta di vita, modo di pensare, stile di esistenza. Un’anarchia che, secondo l’etimologia della parola, mette il soggetto in un certo rapporto – di negazione – con ogni fondamento, ogni dogma, ogni morale prefissa, ogni arché a sua volta fondante: ora una tradizione, ora una religione, ora semplicemente un’idea. Fabrizio intreccia le grandi tematiche che coinvolgono la nostra vita – l’esperienza della morte e del dolore, dell’amore e dell’invidia, della solitudine e del sentimento della Natura – con una prospettiva che cerca di trovare sempre, in queste “situazioni-limite” da tutti, prima o poi, vissute, un lato autentico, vero, sincero. De André canta, di fatto, un continuo invito all’onestà verso se stessi e gli altri, al di fuori degli schemi rassicuranti, dei ruoli vincolanti, delle ossessioni paralizzanti. Cosa ci dice il pensiero anarchico di De André? Una cosa vecchia come il mondo: conosci te stesso. “Prinzesa”, “Sally”, “Andrea”, il “Suonatore Jones” che tutti li racchiude, sono personaggi al massimo grado anarchici, che hanno avuto il coraggio di “rassomigliare” a se stessi. È questo il punto d’arrivo del pensiero del Faber che metto in luce nel mio libro. L’etica – il “vestito” per dirlo alla greca – che noi scegliamo per noi stessi è anche la nostra estetica. Dobbiamo rassomigliarci per salvarci. Divenire anime salve. Quella di De André è un’anarchia dell’esistenza». Dicevi del rapporto tra etica ed estetica. «Colgo l’occasione per puntualizzare come sia proprio l’artista, in senso lato, l’artista di se stesso, colui che della sua vita fa un’opera d’arte, ad essere l’esito naturale per chi sceglie la via dell’anarchia. Forma e contenuto stanno in un rapporto che va ben oltre uno sterile dualismo. Ciò che siamo e che diciamo di essere, ciò che sosteniamo in una canzone e il modo in cui lo diciamo… togliamo dal canzoniere di De André il lavoro sulle armonie, sul tono della voce, o sulla scelta della rima, e ora non starei nemmeno facendo questa intervista. La tensione verso la bellezza è massima. La verità, ci fa intendere Fabrizio, muore di freddo se non sceglie la via del bello. Ecco perché non sfornava un album dietro l’altro e ciò che abbiamo è poco – relativamente, poi – ma estremamente buono. Nessuno impersona tante qualità – poetica, musicale, filosofica – come De André». Un altro aspetto importante è la “malattia borghese”… «Bisogna introdurre il concetto di malattia. Se vogliamo diventare anime salve, il cammino verso l’anarchia – che è conoscenza di sé e quindi cessazione dell’invidia e della violenza verso l’Altro – è un cammino di guarigione. La vicinanza con la tematica stoica è presente in Fabrizio. Se non direttamente, di riflesso, visto che era molto legato ai classici. Tutti noi, ci dice, nasciamo borghesi, perché nasciamo in un determinato momento storico, con determinati valori, con determinati linguaggi e orizzonti di senso. Il nostro è il borgo: un sistema storico complesso in cui tutto è mediato, niente più naturale, e in cui il denaro, il successo, il mercato e l’apparenza hanno soppiantato valori fisiologicamente più sani per l’uomo, come l’amicizia, la solitudine, la conoscenza. La borghesite, autentica «malattia dello spirito», come si legge negli appunti autografi, va curata. Tutto sta nel riconoscere in noi i sintomi – descritti nelle sue canzoni – di questa malattia». Parliamo del rapporto di De André con i Rom, con i nomadi… «I Rom sono esempi di persone appartenenti ad un popolo che scappa dalla «paranoia sedentaria»– così leggiamo in un appunto su “La provincia dell’uomo” di Elias Canetti – e che quindi evita il contagio della borghesite. Il rom è il viandante nietzschano che, cambiando nel mondo, cambia in sé stesso. Il viaggio di Ulisse che attraversa «il mare scuro come vino» non perché vuole essere un eroe, come Achille, ma perché vuole semplicemente conoscersi come uomo. Il rom, in De André, impersona l’altra faccia del marinaio, vite sulla soglia». Scrivendo questo libro, hai “scoperto” qualcosa su De André che ti ha sorpreso? «Sì: che per quanto fosse un lettore onnivoro di grande cultura, ha piantato lì a metà un gran numero di libri! E non tutti gli autori gli andavano poi così a genio (è il caso dell’ultimo Pasolini)». Secondo te qual è il motivo per cui più o meno a tutti, giovani e meno giovani, piace De André? «Perché tocca tematiche universali dell’umano, e nel momento in cui queste tematiche, a tutti noi vicine, ci parlano la lingua della bellezza, il tempo dell’ascoltatore scompare». Sono costretto a scadere nel peggiore fra i luoghi comuni: vuol dire che De André è assolutamente attuale? «È attuale nella misura in cui se ne sente il bisogno. Mi sembra dunque avere tutte le caratteristiche del classico, attuale in ogni presente. Evidentemente il nostro presente, o noi, non siamo poi così distanti dalle storie, dalle prospettive e dalle verità che lui raccontava. O forse è lui che si è spinto di molto oltre il suo presente». Se dovessi descrivere a un bambino chi era Fabrizio De André, che diresti? «Che è stata una persona in grado di ristabilire in questo mondo un po’ di quella giustizia di cui tanto si parla ma che quasi mai incontriamo per via. Una persona che, nel rincorrere l’utopia di un mondo più giusto, ha usato la bellezza per consolare, per dare un senso e per aiutare nel fondo dell’anima chi ne ha avuto bisogno». |

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