"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
28set
| Intervista di Simone Gambacorta Quarantaquattro anni, collaboratore di «Tuttolibri» e «L’osservatore romano», Stas’ Gawronski lavora alla Rai come autore e conduttore della fortunata trasmissione CultBook, il programma di Rai Educational che ha rinnovato il modo di parlare di libri in televisione e che è giunto oramai alla quinta edizione. Ma come si realizza una puntata di CultBooK? Che tipo di lavoro c’è dietro? E che cosa significa fare buona divulgazione culturale? Come si lavora in tv con gli scrittori e la letteratura? Sono queste alcune delle domande che gli abbiamo posto in questa intervista. Iniziamo da lei, dal suo percorso: com’è diventato critico letterario Stas’ Gawronski? «Non vengo da un percorso accademico, ma da un’esperienza intensa di letture e di confronto con critici (come Antonio Spadaro), scrittori (come Eraldo Affinati) e lettori fortemente motivati nella ricerca di uno sguardo profondo sulla letteratura e sulla vita. In questo senso l’esperienza vissuta all’interno della comunità virtuale e reale “BombaCarta” (www.bombacarta.com, un laboratorio sull’espressione creativa, ndr) è stata fondamentale. Sono un autodidatta mosso da una grande passione, ma anche un lettore che ha avuto la fortuna di trovarsi in contesti in cui la riflessione sull’esperienza della lettura e della scrittura era molto forte». Ecco, mi dica: che tipo di lettore è? «Un lettore molto selettivo che, però, una volta scelto il libro, ha molta fiducia nel mondo in cui è invitato a entrare attraverso la lettura. Un lettore che ha voglia di mangiare una parola che lo nutra pienamente e che detesta i McDonald della letteratura». Dieci libri che le sono entrati nel cuore? «Senza stilare alcuna classifica, ecco alcuni esempi: “L’isola del tesoro” di Stevenson, “Vita e destino” di Vasilj Grossman, “Camere separate” di Pier Vittorio Tondelli, “I racconti” di Katherine Mansfield, “I racconti” di Bernard Malamud, “Una questione privata” di Beppe Fenoglio, “La notte” di Elie Wiesel». Veniamo a CultBook, la trasmissione televisiva dedicata alla letteratura che conduce per Rai Educational: come è nata l’idea? «Dalla constatazione che in televisione i libri sono stati trattati nel tempo – fatta eccezione per le storiche trasmissioni di Baricco e amici – come spunto per una discussione tra intellettuali su temi di rilevanza sociale, culturale e politica. Un po’ quello che succede in molti festival della letteratura dove le opinioni dello scrittore contano più dei libri che ha scritto. CultBook, pertanto, è nata per far vivere allo spettatore un’emozione, un sapore, un’avventura e non per renderlo soggetto passivo di un talk-show in cui il libro serve solo a dare il la». Ma oltre che conduttore, di CultBook lei è anche autore: che tipo di lavoro c’è dietro ogni puntata? «C’è un grande lavoro di confronto e discussione in redazione. I libri vengono letti e filtrati attraverso la sensibilità di ciascuno nella ricerca delle immagini, delle musiche, delle letture e dei frammenti di intervista in grado di interpretare l’opera che CultBook intende presentare». Qual è il confine che divide la buona dalla cattiva divulgazione? «La divulgazione deve essere “esperienziale”. Lo spettatore non deve subire passivamente, ma essere coinvolto con la sua immaginazione, proprio come accade nella lettura di un libro. La divulgazione, in questo senso, deve essere creativa e non concettuale». Vorrei sapere qualcosa sulle vostre scelte di base. «Fino ad oggi CultBook è stata una trasmissione fondata su un insieme creativo e narrativo di elementi che concorrono a fare della televisione un mezzo che può stimolare la fantasia e l’immaginazione dei telespettori: ogni puntata è formata da una miscela di citazioni cinematografiche, letture, grafica delle parole dei brani letti in studio dal sottoscritto in sovrimpressione, rapide testimonianze di scrittori e critici, materiale di repertorio, il tutto miscelato con musica ad alto potenziale evocativo». La scelta dei testi e degli scrittori come avviene? «In questi cinque anni non abbiamo fatto distinzioni tra libri del presente o del passato. Un buon libro ha contenuti universali, che trascendono lo spazio e il tempo perché avvicinano il lettore al mistero dell’esistenza, la propria e quella dell’uomo di sempre. La scelta è fatta in base al gusto del sottoscritto e ai suggerimenti dei miei collaboratori in un’ottica di qualità e non di mercato, classifica o altri criteri che spesso non premiano la buona letteratura». Lei ha detto che il format di CultBook “nasce dalla convinzione che la migliore letteratura esprime la vita nelle sue tensioni più profonde e che la lettura di un buon libro può essere un’esperienza tanto coinvolgente da cambiare la percezione della realtà e della nostra storia”. La tv diventa allora un amplificatore… «La televisione è un medium come altri. L’obiettivo del servizio pubblico è quello di far crescere i cittadini italiani, soprattutto nella loro capacità di discernimento, ovvero di avere gli strumenti per sapere cosa fare della propria libertà. CultBook interpreta la grande letteratura per incuriosire, emozionare e suscitare domande in modo da stimolare la lettura di un libro o una discussione che non sia solo sul calcio, la politica o l’ultimo gossip». Oltre che “parlarne”, lei di libri ne scrive, e lo fa sul sito RaiLibro, Sulla «Stampa» e sull’ «Osservatore Romano». Se si visita il suo sito (www.stasgawronski.it), è possibile leggere le sue recensioni e le sue interviste. Quand’è che una recensione è una buona recensione? E quand’è che un’intervista è una buona intervista? «Una buona recensione indaga la capacità di un libro di mettere a fuoco le domande, le tensioni e i sentimenti essenziali della vita umana. Una buona recensione non è “estetica”, ma “morale”, nel senso che verifica come si comporta un libro nell’aiutare il lettore a mettere a fuoco le grandi questioni della vita. La letteratura non è un passatampo, ma un’arte che introduce il lettore nelle profondità di senso della vita attraverso una parola che non spiega (altrimenti sarebbe filosofia), ma immette il lettore in un mondo altro da cui può vedere più lucidamente e nel profondo il proprio. Anche l’intervista ad uno scrittore dovrebbe avere un simile approccio di ricerca della verità, indagine che intervistatore e intervistato compiono insieme a partire dall’opera dello scrittore». |

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