"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
02apr
Massimo Raffaeliintervista di Simone Gambacorta |
Massimo Raffaeli è uno dei più noti critici letetrari italiani. Collaboratore del quotidiano «Il manifesto» e di altre testate, ha pubblicato numerosi libri, fra i quali sono almeno da ricordare “Novecento italiano” (Sossella 2001), “Don Chisciotte e le macchine. Scritti su Paolo Volponi” (peQuod 2007) e “Compito d’italiano. Ricordi e letteratura” (Affinità Elettive 2007). In questa intervistaRaffaeli parla di sè, del suo modo di scrivere e soprattutto di pensare la critica letteraria.
Ne “L’infanzia di un critico”, primo scritto del suo “Compito di italiano”, lei scrive che i primi critici che ha davvero letto – “o tentato di decifrare” – sono stati Gianni Brera e Giulio Signori. Iniziamo da questo punto, che mi pare interessantissimo. «La passione per lo sport è venuta prima della letteratura. Amavo il calcio, da bambino, il mio campione era Omar Sivori, ma mi piaceva anche la boxe, che poi ho praticato. Non ricordo il perché ma intorno ai tredici anni ho cominciato a leggere sul “Giorno” gli articoli di Brera e Signori: lì ho capito che si poteva raccontare lo sport ma anche discuterlo senza doverlo subire come fosse la religione – di tipo fondamentalista, oltretutto – che purtroppo oggi è. Anche se allora non lo sapevo, per me lo sport era letteratura. Guardavo le partite di calcio come stessi leggendo un romanzo, o viceversa. Il tifo, invece, mi è sempre parso il contrario della critica, perché è un credo idolatrico: mi faceva orrore e continua a farmelo. La critica è ironia, in senso etimologico, cioè giusto distacco, riflessione e relativo giudizio: in questo, il vecchio Montaigne penso resti insuperabile». Quand’è stato che ha “capito” di dover fare il critico letterario? «Lo sono diventato senza rendermene conto, o quasi. Quando hanno ammazzato Pasolini ho scritto una specie di articolo per il giornalino del liceo di Ancona: quello è stato un po’ il discrimine tra l’adolescenza (un periodo di letture molto fervide ma anche disordinate) e l’età adulta. Due anni dopo, mentre frequentavo l’università di Bologna, grazie al poeta Roberto Roversi che andavo a trovare alla Libreria “Palmaverde”, ho avuto la possibilità di scrivere un articolo sul “manifesto”: il pezzo non è dispiaciuto … fatto sta che sono passati trent’anni e ancora ci scrivo». A parte Brera e Signori, ha avuto altri modelli? «Quelli sono stati più che altro degli stimoli. Quanto ai “modelli”, non so proprio, la parola non mi piace. E’ vero invece che ho avuto dei maestri e, aggiungo, dei grandi maestri. All’università Fiorenzo Forti, un filologo di stile asciutto e quasi reticente che però mi ha messo in mano i ferri del mestiere; poi senz’altro Pier Vincenzo Mengaldo, vale a dire la connessione di filologia e critica condotta ai massimi livelli. Aggiungerei, tra quanti scrivevano sui giornali, Cesare Cases e Luigi Baldacci, di temperamento opposto ma entrambi portati sia al giudizio di valore sia a una grande chiarezza espositiva. Ma si tratta di fuoriclasse, inimitabili, fra i quali includo certamente Franco Fortini». Viceversa, qualche esempio di come “non” si fa critica? «Non si fa critica quando ci si dimentica che la parola significa, all’origine, “distinguere, valutare, giudicare”. Non è critica la scienza della letteratura e cioè la semplice decodifica, o trattamento formale, di un testo, come non è critica la scommessa infondata su di esso. La critica non è filologia né giornalismo, che ne sono dei prerequisiti: la critica è il cortocircuito tra i due elementi. Non è facile, perciò i critici sono pochi mentre i filologi sono molti, e così i giornalisti». Cosa significa per lei essere un critico militante? «Significa fare opera di mediazione, cercare di restituire, ogni volta, l’esperienza complessa di un testo. Cioè fare a me stesso e a chi legge delle domande: cosa effettivamente sto leggendo? Quale verità mi si manifesta, o meno? Una volta si diceva distinguere fra valore d’uso e di scambio. Oggi direi provare a distinguere tra ciò che è reperto o merce (Museo e Mercato) da ciò che è altro e li contraddice. Fosse facile. La cosiddetta età postmoderna è un’immensa discarica di merci e di reperti: “distinguere”, quando tutto è gettato e mescolato in un enorme pantano, è ancora più impervio del “giudicare”». «Il saggio disteso e ripensato non è la mia misura», ha scritto nella premessa al suo libro. Perché? «Per diversi motivi. Non ho mai sentito naturale lo scrivere, io scrivo lentamente, anche se scrivo molto, e mi costa fatica. Sono più portato alla sintesi che non all’analisi e prediligo la brevitas. Poi, paradossalmente, non ho mai avuto molto tempo a disposizione: leggo e scrivo non dico nei ritagli ma comunque in spazi-tempi sempre abbastanza compressi. Scrivo prevalentemente su un giornale e ciò comporta ritmi veloci. Sono per forza uno scrittore di note, di articoli, di pre- e post-fazioni, insomma di quelli che Gérard Genette, in “Soglie”, definisce “paratesti». In quelle stesse pagine, qualche riga dopo, dichiara di non sentirsi un accademico: un’affermazione che – almeno a mio avviso – vale come una garanzia. La critica accademica è così arenata sulle proprie secche, così distante dalla “carne e il sangue” dei libri o degli autori… «Non so se vale una garanzia. I difetti degli universitari (reclusione, filologismo) sono complementari a quelli degli altri (superficialità, trasandato giornalismo). Non è questione di un “ruolo”, ma della “funzione”. Oggi il ruolo direi che è ipertrofico, mentre la funzione è deficitaria» Meglio, insomma, lo sdegno per la «monografia rotonda» a vantaggio di una «trattazione densa ed ellittica», come faceva Guido Guglielmi… «Nessuno sdegno, ma la coscienza di una mia privata condizione. Guido Guglielmi, invece, non scriveva recensioni ma piuttosto dei saggi, talvolta stupendi. E’ stato un altro professore della mia università, poi un amico dal carattere astrale. Prima di morire ha scritto un libro su Leopardi, “L’infinito terreno”: ecco, quella è critica». Ma cos’è la recensione, per lei? «Qui mi vieto di rispondere. Direi, e non potrebbe essere altrimenti, che sono tutte quelle che ho scritto, tante e troppe oramai. Diffido delle considerazioni generali. “Non fa i vasi chi è vasaio ma, al contrario, è vasaio chi fa i vasi”, diceva Socrate. Cioè contano i fatti, non la volontà di fare, conta la funzione, non il ruolo, ancora una volta. Non si può dargli torto: se Montaigne è il padre della critica moderna, Socrate ne è l’antenato assoluto». E un articolo su uno scrittore, lei come lo concepisce? E soprattutto, come lo costruisce? In “Compito di italiano” ho letto scritti su Pavese e Moravia che mi paiono dotati d’una profondità di visione che non ci si aspetterebbe da un articolo pensato per un giornale o per una rivista. «C’è molta gentilezza nella sua domanda. Procedo semplicemente: leggo, prendo degli appunti, faccio una scaletta, poi mi metto a scrivere il pezzo dal principio alla fine. Tutto qui». Parliamo di tempi: quanto ne impiega a scrivere una recensione? Va di getto? Oppure torna sulla pagina, fa varie stesure e alla fine licenzia? «Ho detto prima che scrivo lentamente ma devo aggiungere che da quando ho abbandonato la vecchia Olivetti “lettera 35” per il computer sono anche diventato più veloce. Per un articolo di un’ intera pagina – grosso modo settemilacinquecento battute – mi occorre un pomeriggio, cioè quattro o cinque ore. La lentezza, relativa, sta nel fatto che non ritorno sulla frase o sul periodo ma vado avanti correggendo frase per frase, periodo per periodo. Certe volte è una lotta contro il tempo: l’altra settimana ho scritto il necrologio di Dante Isella – forse il più grande tra i filologi tout court – e ho dovuto farlo in tre ore, a memoria… lei capisce, è qualcosa di molto rischioso, persino di incosciente e temerario. Alcuni dicono di avere “il dono” della scrittura: io non ce l’ho mai avuto, continuo a fare molta fatica e, senza la brutta copia, non saprei scrivere nemmeno un biglietto di auguri». Cos’è che “cerca” in un libro? Cos’è che un libro “deve darle” per convincerla? «Ovviamente deve innanzitutto sorprendermi e colpirmi, a qualunque livello – emotivo o razionale che sia – cioè violare quegli automatismi percettivi che in chiunque faccia il mio mestiere sono molto consolidati» E per conquistarla? «E’ una parola grossa. Non so se dire purtroppo o per fortuna, ma capita molto di rado. Succede coi libri che ti segnano per sempre: nel mio caso, ad esempio, il “Diario” di Anne Frank, “Martin Eden” di Jack London, “Viaggio al termine della notte” di Céline, i “Canti” di Leopardi, le “Lettere dal carcere” di Gramsci, “Se questo è un uomo” di Primo Levi. Ma si tratta, appunto, di classici». Nel suo libro ricorrono alcuni nomi, sui quali dopo ci soffermeremo: tra di essi, quello di Francesco Scarabicchi. Scarabicchi, tra l’altro, pubblicò un volume intitolato “Il gioco, la pista e il segno”, una raccolta di “conversazioni critiche”. Ecco, a mio avviso l’intervista a uno scrittore è un genere saggistico. È d’accordo? «Francesco Scarabicchi è un amico fraterno, oltre che un poeta di grande valore, e non è affatto un caso che “Compito di italiano” sia dedicato a lui. Quanto al genere dell’intervista, penso che, a suo modo, rientri nella saggistica. Qui riescono meglio le donne, ho notato: mi vengono in mente i libri di Grazia Cherchi – “Scompartimento per lettori e taciturni” – e di Francesca Borrelli – “Biografi del possibile” – forse perché le donne hanno maggiore interesse, rispetto agli uomini, verso gli esseri umani in carne ed ossa che si propongono di intervistare». E di Franco Scataglini che mi dice? «Dico che la sua è stata una presenza essenziale nella mia formazione. Continuo ad averne nostalgia. Non solo perché è stato fra i poeti più grandi del secolo scorso ma perché mi ha insegnato che o la letteratura è ricerca di una verità, una testimonianza integrale, oppure essa non è nulla, anzi è un’ambigua decorazione, un alibi o un falso». Un altro rapporto importante mi pare sia stato quello con Pier Vincenzo Mengaldo… «Cosa posso dire che non sia già stato detto? Chi non ha imparato dal suo grande ciclo saggistico “La tradizione del Novecento”? Mengaldo è da almeno vent’anni, per tutti noi, quello che sono stati per le generazioni precedenti Benedetto Croce, Gianfranco Contini, Giacomo Debenedetti, cioè i massimi esempi della critica, senza aggettivi». C’è anche Luigi Pintor, grande giornalista e direi anche grande scrittore: “Il nespolo”, “Servabo”, “I luoghi del delitto”… «Amava ripetere che su due cartelle dattiloscritte ce n’è sempre una di troppo. La sua era una scrittura classica, limpida, anche quando era costretto ad occuparsi di politica italiana, una materia sordida. Si è poi visto tutto il valore di Pintor nei libri di ricordi, così originali da costituire un genere a sé». Come non parlare, a questo punto, del grandissimo Paolo Volponi: il suo scritto “I pensieri di Paolo” ha un finale commovente. Mi parla un po’ di lui? «Non aveva un carattere facile ma era un uomo generoso, molto passionale. La sua era un’idea “politica” della letteratura, nel senso che la animava un interesse totale per la Polis e per lo stato di cose presenti. Non l’engagement, la letteratura di partito, ma la passione per il vivere e il lavorare dentro una comunità, questo gli premeva più di qualsiasi altra cosa». A Volponi lei ha dedicato anche un raccolta di saggi. Che scrittore è stato, Volponi? «Caso unico fra i nostri scrittori, Volponi ha raccontato l’Italia del dopoguerra nei suoi conflitti e nelle sue contraddizioni, nelle sue lacerazioni fra centro e periferia, industria e mondo agricolo-pastorale, Ivrea e Urbino. Penso a libri come “Memoriale”, “La macchina mondiale”, “Le mosche del capitale”: costituiscono nel loro insieme ciò che Franco Moretti ha chiamato, anni fa, “Opera-mondo”. Volponi è della schiatta dei Garcia Marquez, Philip Roth, Vargas Llosa, Uwe Johnson, Don DeLillo, ma la cultura italiana stenta a riconoscerlo». Ha amato tanto anche Beppe Fenoglio… «Sì, anche se devo confessare che l’ho letto molto tardi, grazie alle sollecitazioni di due critici più giovani di me, Gabriele Pedullà e Roberto Galaverni». Abbiamo accennato a Pavese e Moravia, a Fenoglio e Volponi: cosa rappresentano questi nomi nel Novecento italiano? «Aggiungerei uno scrittore che amo da sempre, Giorgio Bassani, insieme con Mario Soldati ma anche, specie per le pagine di memoria, Enzo Siciliano. Non so se costoro formino un Canone, parola dalla quale ci si dovrebbe astenere, dato l’abuso: per me incarnano un’etica, una civiltà della letteratura che oggi è inevitabile rimpiangere». La sua è una bibliografia corposa. Immaginiamo lei si soffermi un attimo a riflettere su tutto quel che ha scritto: quali sono “le costanti” che crede emergano? Voglio dire: c’è un punto che le è sempre stato a cuore nel suo lavoro di critico letterario? Una “finalità”, per così dire. «Un secolo fa Umberto Saba disse che “ai poeti resta da fare la poesia onesta”. Presumo sia così anche per la critica. “Onesta” vuol dire fondata, motivata: mi piacerebbe che prendere la parola, continuare a farlo, fosse da parte mia un atto di vera necessità, non solo di vanità». Lei è anche traduttore. Cosa rappresenta per lei questo mestiere? «Mi è già stato chiesto e ho risposto che lo faccio per non cadere in tentazione, cioè per impedirmi di scrivere i libri che in realtà non so scrivere, come succede a certi critici che di punto in bianco pubblicano un loro romanzo o una raccolta di poesie: con risultati, di solito, decisamente mediocri. Tradurre è un atto di grande complessità, è un cimento che ha dell’ossessivo: devi stare sulla pagina, confrontarti col testo originale parola per parola, e intanto guardare all’insieme, ad ogni riga devi “scegliere, valutare, giudicare”. Vede, siamo alla critica, da capo». Quali sono i francesi che più ha amato? «Quelli che ho tradotto o tentato di tradurre, i francesi della linea anti-cartesiana, da Céline e Genet a Raymond Queneau, Roger Nimier e Tony Duvert. Certo, adoro Marcel Proust ma lì non saprei proprio dove mettere le mani, quella per me è una parete troppo liscia: per fortuna a tradurlo ha già provveduto, anche se a rischio della sua stessa vita, Giovanni Raboni». La narrativa italiana d’oggi come le sembra? «Credo che l’ultimo grande romanzo italiano l’abbia scritto Franco Cordelli, “Un inchino a terra”, un’opera davvero magnanima, un libro che sul serio parla al nostro presente. La narrativa in questo paese vive da sempre di eccezioni, sia pure di vistose eccezioni: a differenza di altre letterature, è lo standard del romanzo che risulta carente o inadeguato. Tuttavia fra i miei coetanei, o all’incirca, ci sono fisionomie di rilievo: penso a un libro bellissimo come “Luisa e il silenzio” di Claudio Piersanti, a “Maggio selvaggio” di Edoardo Albinati, a “Campo del sangue” di Eraldo Affinati, ai libri di scrittori geograficamente laterali ma di notevole spessore come Gilberto Severini, Francesco Permunian, Angelo Ferracuti». Quali sono gli autori d’altre letterature – sudamericana, americana – che le piacciono? «Pur essendo tutt’altro che un lettore onnivoro, non saprei da dove cominciare. Avessi la bacchetta magica, mi piacerebbe avere scritto io “The Assistant” di Bernard Malamud, voglio dire un’opera che abbia quella intensità e, insieme, quella esattezza. Invecchiando qualunque critico corre il rischio di diventare come un vecchio cuoco che non sente più i sapori. Tuttavia l’estate scorsa sono stato in vacanza nelle Fiandre e ho scoperto, per puro caso, i romanzi di Hugo Claus, “La sofferenza del Belgio” e “Corrono voci”, in Italia pubblicati da Feltrinelli: mi hanno colpito, anzi stupito, nel senso primordiale di cui dicevo prima a proposito di critica». |

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