"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
22lug
| di Lucilla Sergiacomo |
In una sua lettera pubblicata nel 1998 sulla “Nuova Tribuna Letteraria” Anna Ventura rivelava la sua concezione sacrale della letteratura ed esprimeva in poche parole il senso del suo lavoro di scrittrice:
Penso alla cella della monaca di clausura. All’orticello del frate operoso, alla nicchia dell’amanuense medievale: perché così mi sento, nell’esercizio della mia attività di scrittrice. E, come me, molti altri: sacerdoti di una religione laica, credenti nel dio della carta. E’ un discorso essenziale e lucido, rivolto più a se stessa che al lettore dei suoi scritti, è un’autodefinizione in prima persona che ribadisce il senso del suo impegno creativo, svolto tenacemente in una sfera di appartatezza per dare voce in tante sue raccolte di versi, a tematiche precise, quali la simbiosi tra elementi naturali e creature umane, la centralità della memoria e della storia, il viaggio e il bisogno di spazi liberi, l’inquietudine che dà vita a percorsi metaforici e fantastici, il dolore dell’assenza, la potenza salvifica della parola e della letteratura come rimedio alla solitudine. Sono le tematiche centrali anche di questa ultima silloge, Mostri gentili, il cui titolo è un ossimoro che suona come un’ammonizione e un avviso a chi legge. I mostri fanno pensare alla testa della Medusa, l’orrida creatura mitologica che tutto pietrificava con il suo sguardo e che metaforicamente sta a indicare “la pesantezza, l’inerzia, l’opacità del mondo”, come scrive Calvino nelle sue Lezioni americane, avvertendo il pericolo che questi elementi della realtà rappresentano per ogni scrittore, perché rischiano di soffocare la scrittura, se non si trova il modo di sfuggirli. I “mostri” di Anna Ventura sono tangibili e ineluttabili. Disseminati nel corso dei suoi versi, prendono le sembianze delle “stanze abbandonate e fredde” della sua casa aquilana squassata dal terremoto, dove sono rimasti “troppi libri”. Prendono le sembianze del “lutto” che bussa alla sua porta con “le sue garze nere e tremule, percorse / dalla polvere degli astri ostili” e la rende all’improvviso “sorda, muta, assente” mentre intorno gli altri ridono, parlano, ascoltano (Nere e tremule). Prendono le sembianze della morte che ha creato assenze troppo vicine alla sua vita, o della solitudine che “è un abito da monaca, / indossato con leggerezza, mentre / è pesante il bagaglio del passato, / stipato in pesanti bauli, / il cui fondo sarà sempre da esplorare” (saluto e fiori). Sono “mostri” che, come Medusa, possono produrre una lenta pietrificazione del mondo e dell’anima, che può estendersi a ogni aspetto dell’esistenza, senza risparmiare persone, luoghi oggetti, ricordi, speranze. Ma nel mito Medusa fu sconfitta e uccisa da Perseo, l’eroe dotato di sandali alati, agile e leggero, l’unico che fu capace di tagliare la testa al mostro, e dal sangue di Medusa nacque un cavallo alato, Pegaso, che con un colpo di zoccolo dalla roccia del monte Elicona fece scaturire la fonte da cui bevono le Muse protettrici della poesia e delle arti. Nel mito la leggerezza alata di Perseo e di Pegaso sconfigge quindi la pesantezza delle pietre prodotte dalla metamorfosi degli esseri viventi su cui Medusa fissava il suo terribile sguardo. Insiste su questo mito Italo Calvino, vedendovi un’allegoria del rapporto tra il poeta e il mondo perché il poeta, pur dovendo misurarsi con la pesante gravità dei mali del mondo non può farsene annichilire, ma deve anzi conquistare la capacità di rappresentarli con un linguaggio di consistenza rarefatta, con descrizioni astratte e con immagini di leggerezza. E la teoria letteraria di Calvino ben si presta a spiegare perché i “mostri” della silloge siano “gentili”. La pesantezza maligna dei mostri si sconfigge infatti con l’agilità scattante della leggerezza e della gentilezza, che è l’emblema della poesia di Anna Ventura. E’ una leggerezza pensosa, non superficiale né frivola, che si associa con la precisione e la determinazione del ritmo prosastico dei suoi versi sciolti e alimenta nuove visioni e immagini poetiche capaci di esorcizzare i “mostri” con l’arma delicata della gentilezza, quasi dimostrando che nella gravità del mondo c’è anche il segreto della sua grazia. Un’immagine figurale di leggerezza è la lirica d’apertura, Doni del mare, che dà il titolo alla prima sezione della raccolta. E’ un quadro idillico, quasi un bozzetto marinaro animato da personaggi umani e da relitti abbandonati dal mare sulla spiaggia, che da muta e passiva distesa si anima nei “vispi ricordi” della vecchina sulla carrozzella spinta dalla badante nera. Fiabesca e onirica è la seconda lirica, Nell’Acqua, in cui appare una sirena magica e affascinante che ammalia un pescatore. E sempre nel segno del mare, nuovo scenario poetico di questa raccolta, si colloca la triade dei componimenti dedicati alla polena, anch’essa, come la sirena, creatura misteriosa e immensa, incontrata in viaggio in un alberghetto di Monte Saint Michel e oggetto di curiosità di una signora, nella quale si scorge la proiezione della stessa poetessa, che intuisce quante storie potrebbe raccontare la polena, che ha tanto navigato. Di ritmo narrativo è la seconda poesia, La polena Rita, dove la protagonista parla invece di sé in prima persona e narra di come venne fuori bellissima, di sua volontà, dal legno grossolano scolpito da un maldestro marinaio di cui divenne compagna di viaggi. Sempre in forma di poesia racconto è Polena nobile, in cui la polena è un pezzo di antichità conservato da un antiquario nel suo negozio e gli ricorda una donna amata. Tra i due, l’uomo e la statua, c’è una muta intesa e la polena dallo sguardo bovino, durante la notte, unisce la sua solitudine a quella dell’uomo tramite la luce di una lampada accesa. Immagini di lieve gentilezza compaiono in apertura della seconda sezione, Il giardino dei diecimila fiori, con l’affacciarsi della luna che, come sempre nei versi dei poeti, ha il potere di comunicare levità, sospensione, silenzioso incantesimo. Sono questi gli effetti dei raggi lunari nel giardino cinese dove in autunno si celebra la Festa della Luna che si specchia nelle facce rotonde dei cinesi e nelle corolle dei fiori, stringendoli in unico abbraccio. Un ritorno alla vitalità e alla gioia si coglie nella poesia Il vino, dove la poetessa parte da uno spunto umoristico, l’ “estetista anoressica” che le vieta anche un mezzo bicchiere di vino ai pasti, per celebrare, sull’onda dei versi di Orazio, l’allegria e la festosità che al vino si accompagnano. Nella medesima atmosfera si inseriscono altre poesie, Le feste, un’autentica dichiarazione d’amore alle occasioni liete della vita, e l’esotica poesia Wadi Rum, un omaggio al deserto amato da Lawrence d’Arabia, che “è un luogo arido / che accende il cuore”. Poesie racconto che si aprono a tempi e scenari diversi sono raccolte nell’ultima sezione, Mostri gentili. Un tratto gentile le accomuna e alleggerisce il peso della sofferenza che vi compare. E’ quel che avviene nella lirica di apertura, La nana, in cui la protagonista si presenta come una creatura gioiosa e ridente, che ha il compito di divertire gli altri. Quando volteggia e rotea in mezzo alla pista del circo come una trottola l’applauso del pubblico l’aiuta a sentirsi speciale, ma quando torna nella vita vera è solo una nana che si chiama Rosa. Ne Il dono, l’atto gentile è la carezza di un bambino ad una mummia umana esposta in un museo. I guardiani lo rimproverano di aver toccato il sarcofago, ma il bambino ha capito che in quell’involucro c’è un uomo e l’anima della mummia millenaria è felice di quel gesto. In Santiago, un pellegrino in cammino verso il santuario sta per morire di freddo e viene salvato da un altro pellegrino che lo aiuta ad arrivare alla meta. Qui l’uomo scopre che la statua argentea del santo ha le sembianze del suo salvatore e la abbraccia per ringraziarlo. Al tempo antico delle crociate ci porta L’inferriata, dove un cavaliere attraverso una grata coglie la gentile visione di una monaca che dorme in una stanza di un monastero. Anche la monaca lo vede allontanarsi nella notte e ambedue, pur se sconosciuti, portano per sempre nel cuore l’immagine dell’altro. Lei prega per lui, pur sapendo che seminerà morte e distruzione, lui, tra gli orrori della guerra, prova conforto ricordando la dolcezza di quella apparizione femminile notturna. Queste citazioni esemplificative dimostrano come l’ossimoro del titolo Mostri gentili sia un segnale preciso e come anticipi lo sviluppo di procedimenti antitetici nelle liriche, dove coesistono mostruosità e gentilezza, traducibili nell’opposizione metaforica tra pesantezza e levità. Altra componente della raccolta Mostri gentili è l’interesse per il mondo femminile, che è una costante dell’intera opera di Anna Ventura, dove la presenza e il protagonismo delle figure femminili e l’indagine sul loro vissuto viene filtrata attraverso la lente visionaria e deformante del linguaggio letterario. Presenze femminili fiabesche sono introdotte nei versi dedicati alla sirena e alle polene, altre figure di fantasia e di magia sono le streghe e le fate, che compaiono ne Il bambino rapito dalle fate e ne Il breve, mentre una vera e propria galleria di ritratti di donne si snoda attraverso le tre sezioni della raccolta. Sono donne speciali, come la guardiana del faro, che scandisce le sue giornate “con la precisione delle monache” e che è grata alla sorte per averle fatto vincere il concorso che le ha dato quel lavoro, o come Grazia, l’ermafrodito della marina di Pescara il cui nome stride con la corporatura e l’atteggiamento mascolino, o come l’amica Alberta, che compie ottant’anni, ha vissuto con coraggio il suo lungo tempo e ancora ha coraggio per affrontare quello che le resta, o come la brigantessa, vissuta all’ombra del maschio brigante, sua serva ma capace di atrocità orribili eppure simbolo di avventura e libertà, o come la bambina dalle mani malformate, con dodici dita, che pure ha seguito la sua vocazione ed è diventata una scrittrice, o ancora come la badessa di un convento, che si definisce “una macchina / per operare, organizzare, dirigere”, e di notte si sente appagata di essere una piccola parte dei giri misteriosi dell’universo. In questa galleria di tipi e storie femminili entra anche una vecchina confinata dal figlio ingrato nel capanno per gli attrezzi in giardino, paga del poco che ha e in attesa della morte, che lei pensa sia “la perfetta letizia”. A questo personaggio, simbolo di sottomissione femminile al volere della famiglia, si contrappone la figura della zia della poetessa, donna di grande intelligenza e generosità, troppo superiore a tutti per essere amata, “passata attraverso il coacervo / di pazzi e imbecilli che- / comunemente – va sotto il nome solenne / di famiglia”. La difficoltà della condizione femminile e la necessità di uscire dalla subalternità cercando un spazio legittimo per esprimere le proprie esigenze e capacità, tema che è sempre stato al centro della riflessione teorica di Anna Ventura e della sua scrittura creativa e critica, trova espressione in due poesie, L’ora del cucù e Il cercatore d’oro. La prima, anch’essa di valore allegorico, dà la parola alla donnina del cucù, prima paga del suo piccolo guscio di mondo da condividere con l’omino suo compagno e disinteressata al fuori, ma poi divenuta ansiosa di vedere nuove meraviglie, dopo la rivelazione dell’esistenza del mondo esterno apparsale vedendo nella stanza un bimbo nella culla. La seconda poesia, Il cercatore d’oro, ha il tono di una confessione autobiografica che parte dall’ambiente della casa più tradizionalmente femminile per concludersi nell’immagine della scoperta straordinaria di un cercatore d’oro, simbolo della conquista e dell’esercizio della parola, paragonata a una pepita d’oro in mezzo alla melma: Non sono sola, nella mia cucina. Con me si aggirano, coi grembiuli lunghi, le tante donne della mia famiglia, fatte con la stessa creta con cui io sono stata modellata. Creta intrisa di ubbidienza, di fedeltà, di rassegnazione. Se una fiamma eversiva, l’uso della parola, mi ha data la forza di uscire, è come quando il filo d’oro compresso nel materiale grigio si svena: sono il cercatore che, nel setaccio melmoso, ha trovato una pepita grande come un uovo. |

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