"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
13mag
![]() di Simone Gambacorta |
| Raffaele Mattioli, il «banchiere umanista», è stato un uomo di finanza e soprattutto un uomo di cultura: intellettuale, mecenate, amico di Croce e di Gadda, ha avuto, fra gli altri, il merito di mettere in salvo i “Quaderni del carcere” di Gramsci e di dirigere la collana “Letteratura italiana. Storia e testi”, della casa editrice Ricciardi. Giacomo D’Angelo, che Mattioli lo ha conosciuto e studiato a fondo (come dimostrano varie sue pubblicazioni, fra cui quella intitolata appunto “Raffaele Mattioli” e raccolta ne “L’Abruzzo del Novecento”, il volume curato da Umberto Russo e Edoardo Tiboni nel 2004 per l’Ediars), in questa intervista offre un ritratto di questo abruzzese che ha guidato la Banca Commerciale e che ha lasciato un segno nella cultura Italiana. Che cosa, di “Mattioli” e “in Mattioli”, ha stimolato il suo desiderio di ricerca? «Raffaele Mattioli, Teofilo Patini, don Giovanni Minozzi hanno fatto parte per motivi diversi del mio album di famiglia, nel senso che sin da bambino i loro nomi ricorrevano nei racconti dei miei famigliari per vicende vissute insieme. Mattioli in particolare aveva studiato a Chieti e poi a Genova con un fratello di mio padre, cui era rimasto legato da amicizia. A questo si aggiunga che nel ’62 andai a Milano, assunto in una banca in piazza San Fedele, a due passi dalla Comit, dove era dominus e nume-patriarca don Raffaele. Nel 1984 per la RAI- Abruzzo, il direttore Gaetano Stucchi mi affidò l’incarico di un documentario su Mattioli ed ebbi modo di approfondirne la figura, intervistando uomini illustri, di diversa professione: Indro Montanelli, Gaetano Afeltra, Franco Rodano, Giovanni Malagodi, Leo Valiani, Natalino Sapegno, Giorgio Rodano, Francesco Cingano, la signora Lucia Mattioli, vedova del banchiere, Wando Aldrovandi». Se dovesse descrivere la persona, l’uomo Mattioli, quali parole utilizzerebbe? «Incontrai la prima volta Mattioli al Circolo Turati, a Milano, nel novembre del ’63. Si presentava un libro di Francesco Forte, “Introduzione alla politica economica” dell’editore Einaudi. Quando Mattioli prese la parola, la saletta del Circolo divenne il teatro di una recita da grande attore, che mise in ombra tutto il resto. Affascinò tutti parlando nel suo splendido e a volte aulico italiano di recessione, di inflazione e di astrusi concetti di economia, citando Dante, Shakespeare, Coleridge, Seneca, e – lo ricordo bene – Modesto Della Porta, con una pirotecnia di immagini, metafore, aneddoti, boutades, che suscitarono stupore per l’eloquio travolgente, interesse per i temi snocciolati e divertimento per lo scoppiettio di arguzia. Francesco Forte piangeva dal ridere. Quando ascolto oggi le melopee tecniciste e irte di sintassi incerta e il povero italiano e i tristanzuoli argomenti dei reggitori del credito e delle finanze, mi raggelo e ripenso con acuta nostalgia a quell’indimenticabile Galiani vastese. Nel commentare le sue relazioni annuali, attese da artisti come Alberto Savinio e Giovanni Arpino, Gianfranco Contini scrisse: “Un Galiani aggiornato pareva reggere la penna che vergava quei capolavori di spirito, dove perfino il non tecnico stava, o s’illudeva, a suo agio”». Mattioli è stato un banchiere e un mecenate, un uomo di finanza e un uomo di cultura: come hanno convissuto questi due emisferi in lui? E in che modo Mattioli si è “bipartito” fra questi due versanti? «Fu Eugenio Montale a scrivere: «Resta raro e quasi incredibile che le due componenti – l’economia e l’humanitas – si siano integrate senza produrre un monstrum, un uomo più ammirevole che accostabile». E più del Poeta, fu forse Mattioli a disegnarsi l’autoritratto commemorando Benedetto Croce: «Non vi parlerò dunque di un morto, ma d’un vivo, un vivo che amava le liete compagnie, la conversazione fra persone di spirito; che aveva sempre pronto un frizzo, un aneddoto da raccontare e di cui era il primo a divertirsi e a ridere; che, come il dottor Faust, solo tra gli uomini si sentiva completamente uomo, e socraticamente provava e riprovava la sua filosofia tra la gente di ogni rango, nella vita di ogni giorno». Soffermiamoci sul potere e sulla cultura. Che potere è stato quello di Mattioli e in che modo lo ha gestito? «Mattioli non ebbe l’ossessione nevrotica del potere. Come ha detto Indro Montanelli (nell’ intervista dell’84) «amava piuttosto ispirare il potere». Mattioli aveva detto di Giovanni Giolitti parole che si adattano benissimo a lui: «Non aveva vanità di potere, era soltanto uno che pensava. Io ritengo che il gusto per il potere non l’abbia mai sentito. L’autorità non è qualcosa che emana dal fatto di esercitarla, ma dal seguire la voce delle cose, cercando di capire che cosa sta succedendo». Nella Banca Commerciale Italiana fu il padre-padrone («padre Giuseppe» per Montanelli), senza il cipiglio autoritario del padrone ma con il carisma autorevole del pater familias. Mattioli era «ondoyant et divers», come il Montaigne che sovente citava». Veniamo alla cultura: quale ritiene fosse l’idea di cultura che Mattioli aveva? «Della cultura ebbe una concezione alta, prediligeva quella accademica. Ma sapeva riconoscere nei giovani il talento, l’originalità, l’impegno. Manteneva rapporti con Piero Sraffa, Benedetto Croce, Riccardo Bacchelli, Eugenio Montale, Gadda, Mario Praz, Arrigo Cajumi, Luigi Einaudi, Palmiro Togliatti, Franco Rodano, ma aiutava negli studi a Londra giovani come Eugenio Scalfari e Marcello De Cecco. Se dovessimo individuare uno “schema” che ha animato Mattioli nel suo modo di “pensare” la cultura, che cosa potremmo dire? «Concepì il suo ruolo di intervento nella cultura come un servizio civile. La sua leggenda di «uomo di lettere e di cifre» (definizione di Croce) è affidata alle opere create e sostenute come «grande impresario di cultura, un po’ alla Vieusseux, con respiro europeo» (Giovanni Spadolini). La sua passione dominante verso i libri ne fece un editore, amico e ispiratore e finanziatore di editori e di riviste (e di premi letterari), collezionista (contendeva a Luigi Einaudi la ricerca di testi introvabili presso librai prestigiosi di tutta l’Europa, per cui il libraio milanese Wando Aldrovandi era sempre incerto se avvertire l’uno o l’altro quando scovava un’ambita editio princeps di Ricardo o di Adam Smith), lettore voracissimo ma non bibliofilo, dotato di una memoria d’elefante, ricordava umanisti eruditi come Ludovico Antonio Muratori: considerava «bibliofili puri», anzi «filatelici», «coloro che, non leggendo, trasformano in mania di possesso la loro passione» (Alberto Vigevani). Mattioli annotava i libri che leggeva fino a notte inoltrata, tanto da far esclamare a Benedetto Croce, dapprima abruzzesemente diffidente verso il conterraneo: «Mattioli dice di aver letto molti libri e li ha letti davvero!» Dagli anni Venti in poi non c’è impresa o evento editoriale e artistico o riguardante un bene culturale che questo instancabile suscitatore di idee e di energie in campi diversi non abbia concepito, promosso, aiutato e salvaguardato. Parlando di Mattioli e di don Giuseppe De Luca, il grande filologo Gianfranco Contini nell’avvertenza del suo “Breviario di ectodica” li definì «due motori della cultura del secolo». Da questo punto di vista, è allora possibile parlare di un “modello” operativo targato Mattioli? «Se modello ci fu, è rimasto un unicum, insuperato e irripetibile. La sua figura multanime e proteiforme («polytropos») è stata accosta da Giovanni Malagodi al grande economista inglese, Lord John Maynard Keynes, che Mattioli conobbe tramite Piero Sraffa, e all’industriale e politico tedesco Walter Rathenau, intellettuale raffinatissimo, propugnatore di un’Economia Nuova, ministro della Ricostruzione e degli Esteri nella Repubblica di Weimar, da cui Robert Musil trasse ispirazione per un personaggio del suo romanzo “L’uomo senza qualità”». Volendo provare a definire il suo mecenatismo, che cosa direbbe? «Spesso è stato definito come mecenate, il «vero e ultimo mecenate delle lettere italiane». Ma Giulio Einaudi, la cui editrice era stata “salvata” dall’intervento di Mattioli, ha scritto che Raffaele Mattioli «non fu mecenate perché non chiese mai contropartite all’arte e alla cultura, ma le spronò sempre alla ricerca, all’approfondimento, e tese a liberarle d’ogni forma di servilismo». Secondo Montanelli (che nella succitata intervista affermava con veemenza che un Mattioli in Francia avrebbe centinaia di biblioteche dedicate a lui), Mattioli protesse gli intellettuali «nello stile dei più illuminati Signori dell’Italia dei secoli d’oro, senza gli sfarzi e le piaggerie di allora». Corrado Stajano, che lo intervistò due volte, scrisse che Mattioli «in verità non fu un mecenate e non ha avuto separatezze in quel che ha fatto: è stato banchiere (nel suo modo) ed è stato insieme editore (nel suo modo), ma facendo sempre i conti, umani, politici, culturali, economici. E non avrebbe potuto essere una cosa senza essere l’altra». Come crede possa definirsi la sua idea di Banca, in termini di mecenatismo? «Sulla funzione della banca Mattioli aveva idee precise. In una famosa lezione illustrò alla sua maniera iperletteraria e immaginifica che la «banca è come la cantina di Auerbach dove si può scegliere tra sciampagna, Tokai, Borgogna, Reno» e dove le imprese andavano assistite nelle loro necessità di credito. Le banche, secondo Mattioli, dovevano concedere fidi su valutazioni razionali, evitando il «credito agevolato» («Chi reclama un taglio negli interessi da pagare, si conferma ipso facto fuori del mercato»). La Comit da lui guidata per un quarantennio ha sempre sostenuto le imprese capaci di realizzare il profitto («una funzione socialmente necessaria») in un regime di concorrenzialità. Era scettico verso la politica degli incentivi per il Mezzogiorno, sostanzialmente assistenziale, rifiutava la visione da eterno pianto greco di molti meridionalisti e fece sempre il possibile per contrastare l’impoverimento culturale e imprenditoriale del Sud. Non aveva molta stima per gli imprenditori (tranne Angelo Costa), i «baroni delle rendite», definiti «senescenti minorenni, cui far indossare la toga virile». In un dibattito televisivo nel ’62 sulla nazionalizzazione dell’energia elettrica, all’ingegner De Biasi (presidente dell’Associazione degli elettrici) che annunciava con accento mortuario catastrofi «sovietiche», Mattioli obiettò: «Anch’io non sono d’accordo con le nazionalizzazioni, ma non credo ai cataclismi. Mi preoccupa il fatto che a voi imprenditori cadranno addosso un numero enorme di miliardi e non saprete che farne». Quali ritiene siano stati, da un profilo culturale, i risultati più significativi raggiunti da Mattioli? A me viene subito in mente lo straordinario lavoro realizzato con la casa editrice Ricciardi e con la collana “Letteratura italiana. Storia e testi”. «Dopo aver rilevato la Ricciardi, una gloriosa editrice napoletana in declino, Mattioli curò la collana da lei citata, diretta da lui stesso con il filologo Alfredo Schiaffini, il critico Pietro Pancrazi e, in un secondo tempo, l’italianista Natalino Sapegno. Nel ’51 uscì il primo volume dedicato a un’antologia di brani dell’opera di Benedetto Croce, impostata dallo stesso autore. Un’impresa storica che, nelle parole di presentazione di Mattioli, aveva il fine di ospitare i grandi autori e tenere lontani «quei ‘mediocri’ che Orazio respingeva dal cielo, dalla terra e dalle librerie», ma, soprattutto, nel “canone” mattioliano, lo spirito dell’opera era di «ritrovarsi e vivere in quella tradizione umanistica che è la nostra tradizione di libertà». È passato alla leggenda lo scambio di opinioni tra Mattioli e Palmiro Togliatti, il segretario del PCI, che chiese al banchiere: «Ma a che serve oggi una collana di classici?». E Mattioli: «Io ho costruito un muro. Finché voi non avrete digerito i libri di questo muro, non potrete fare neppure un saltino così». Il catalogo della collana, che ha superato i novanta volumi, registra il Gotha della cultura letteraria e filologica: Gianfranco Contini, Eugenio Garin, Mario Fubini, Giovanni Getto, Raffaele Spongano, Antonio Viscardi, Francesco Flora, Giovanni Aquilecchia, Romano Amerio, Attilio Momigliano, Carlo Muscetta, Norberto Bobbio, Ezio Raimondi, Mario Bonfantini, Ettore Bonora, Giovanni Pozzi, Cesare Segre, Franca Ageno, D’Arco Silvio Avalle, Carlo Salinari, Emilio Cecchi, Goffredo Bellonci, don Giuseppe De Luca. A quest’ultimo, grande storico della pietà, Mattioli affidò intorno al ’52 la cura di un volume dedicato agli scrittori di religione del Trecento, che uscì nel ’54 e che Carlo Dionisotti definì una «lezione» per «tutti noi strudiosi di letteratura italiana e non per noi soltanto». Mattioli – ha scritto Alberto Vigevani, scrittore finissimo ed editore de Il Polifilo – «sceglieva i testi con i curatori, li consigliava nel loro lavoro, se era il caso li correggeva, leggeva manoscritti e bozze di stampa, scriveva, telefonava, in continuo contatto con i collaboratori e la tipografia». Aveva una capacità di lavoro mostruosa – in questo simile a Benedetto Croce e a Gabriele d’Annunzio, che sono stati tra l’altro tre grandi editori italiani del ’900 – e aveva in uggia le ferie (soltanto una settimana nella sua casa toscana di Nozzole, dove sostavano anche Croce e Carlo Emilio Gadda), di cui diceva: «Solo la gente che non sa vivere discrimina fra lavoro e hobby. Nessuna ora e tutte le ore sono subsecivae: l’ozio e il lavoro, a un certo livello, sono la stessa cosa. La torta è la torta, e l’uomo è l’uomo, non si può dividere». Francesco Cingano, che diverrà amministratore delegato della Comit, ha raccontato in un’intervista i discorsi contorti a cui dovevavo ricorrere i collaboratori diretti di Mattioli per annunciargli le ferie. Un russo bianco poliglotta, fedelissimo di Mattioli, Valentino Bona, ex segretario di Cicerin, ministro degli Esteri dell’URSS fino al ’29, dovette fingersi sordo per andare in pensione dopo gli ottanta anni». Da critico letterario, che lettura dà di quella collana? «Cesare Segre, direttore dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana che è divenuta proprietaria della collana dopo Einaudi, ha espresso in un’intervista il timore che eventuali modifiche al disegno originale potrebbero «deteriorare e sconciare un edificio monumentale». Si tratta davvero di un edificio che un italianista di valore non può ignorare e che un critico letterario deve avere almeno qualche volta annusato…ma ars longa vita brevis, chi legge ormai i testi bellissimi di Giovanni Pozzi o di don Giuseppe De Luca, che il maieuta don Raffaele ha saputo consegnare all’umanità?». Andiamo avanti, entriamo nel campo delle curiosità. Pochi sanno che si deve a Mattioli la custodia e la salvezza dei “Quaderni del carcere” di Gramsci… «Di Sraffa, economista di fama universale, Mattioli divenne amico e lo rimase per una vita al tempo in cui si occupava della “Rivista bancaria”, per incarico di Attilio Cabiati, docente di economia alla Bocconi di Milano. Sraffa era figlio di Angelo, rettore della Bocconi, e Mattioli lo aiutò nella tesi di laurea. Da Sraffa ricevette i “Quaderni del carcere”, che salvò nel caveau della Comit. L’episodio fu reso noto soltanto dopo la morte di Raffaele Mattioli, che avvenne il 27 luglio 1973, un anno successivo alla sua defenestrazione per un colpo di mano partitocratico di «quattro mediocri democristiani» (Marcello De Cecco). Gli era subentrato Gaetano Stammati, che finirà iscritto alla Loggia massonica P2 di Piero Gelli. Mario Melloni, il geniale corsivista che si firmava Fortebraccio sull’«Unità», scrisse: «Entra nella Comit il grigio burocrate, l’opaco commis e ne escono la fantasia e l’intelligenza». Quando Mattioli morì, ha scritto Gianfranco Contini, «la sua fine parve storicamente tempestiva, sentimentalmente precoce». Vogliamo parlare un po’ meglio della sua amicizia con Benedetto Croce? «Tra i due corregionali intercorse un’affinità elettiva che durò per una vita, da quando si conobbero (e Croce, come ho ricordato più innanzi, ebbe inizialmente qualche perplessità sulle cognizioni vastissime di Mattioli), fino al sodalizio operoso che culminerà nella dedica di Croce delle sue “Indagini su Hegel” e nuovi schiarimenti a Mattioli, considerato «quasi un continuatore di quei banchieri-letterati quattrocenteschi, di cui fu esponente il magnifico Lorenzo». Nel ’52, dopo la morte di Croce, Mattioli assunse la direzione dell’Istituto per gli Studi Storici di Napoli, salvando il grande patrimonio crociano. Diverso il rapporto che ebbe con d’Annunzio. Lo seguì a Fiume, entusiasta e un po’ catturato dall’eloquenza del Vate, con l’incarico delicato di tenere i contatti tra il Comandante e Mussolini. Ma si stancò presto del clima ribellistico e parolaio dell’avventura fiumana e abbandonò il Poeta che lo lapidò con parole roventi: «Odio i ragionatori che hanno il cervello incallito come il ginocchio del dromedario nel deserto». Ma il Vate, tramite l’editore Treves, bussò spesso alla Comit per prestiti che non gli furono negati». Carlo Emilio Gadda, dal canto suo, gli dedicò le “Novelle del Ducato”… «Carlo Emilio Gadda ebbe quasi una venerazione per Mattioli. Era affascinato dalla sapienza e dall’umanità dell’abruzzese. Frequentava le sue case milanesi di via Bigli e di via Morone e la fattoria toscana di Nozzole. Gli dedicò “Verso la Certosa” e le “Novelle dal Ducato in fiamme”: «A Raffaele Mattioli, despota dei numeri veri, editore dei numeri e dei pensieri splendidi, in segno di ammirata gratitudine». Il 21 dicembre del ’57 venne assegnato a Gadda l’unica edizione del Premio degli Editori Italiani, voluto da Emilio Cecchi e da Raffaele Mattioli per riparare alla mancata assegnazione all’autore del “Pasticciaccio” del premio Marzotto di quell’anno. In “Verso la Certosa” si legge una lunga dedica a Mattioli, di cui alcuni passi : «Devo a Lei conforto, ed esempio se pure inimitabile, minime agli anni in cui era difficile credere a un futuro e nemmeno riuscivamo riguardare avanti al dipoi: esempio di alacrità, di lucidità, d’impulso in faticato verso il lavoro. Il suo amore alle lettere d’Italia è testimoniato da quanto Lei ha fatto per serbarne documento pronto ai venturi, in silloge amorosa e perfetta… In fronte huius libelli ho ardito scrivere il Suo nome, conscio che negli atti cioè nelle opere Sue proprie esso è ben altramente inscritto di quanto neppur potrebbe nella prima pagina della mia gratitudine». Sentiamo sempre più parlare della necessità che la cultura sia supportata dai privati. In questa prospettiva, quale significato assume la lezione di Mattioli? «Dopo la sua morte scienziati dell’economia come Sergio Ricossa o scrittori corrosivi come Ruggero Guarini o grandi storici come Carlo M. Cipolla hanno cercato di ridimensionare la grandezza di Mattioli con spiritosaggini di debole lega, che denunciano a dir poco misconoscenza del banchiere- umanista di Vasto. Ma, a distanza di anni dalla sua scomparsa, le questioni da lui poste, come la formazione di una classe dirigente, sono ancora in piedi, in un panorama profondamente cambiato. Le banche ormai non sono più «cantine di Auerbach» ospitali e illuminate e di crediti agevolati ne concedono a sproposito. Di Mattioli mi piace ricordare le parole di Antonello Gerbi, insigne americanista, che era stato capo del mitico Ufficio Studi della Comit. «Non c’è formula che possa racchiudere una personalità così proteiforme, così propulsiva, così schietta. Nessuno che l’abbia trovato sulla sua strada ha proseguito il cammino con lo stesso passo. Non è stato più lo stesso dopo averlo conosciuto. A nessuno, che non abbia goduto di quell’autentico “privilege”, si potrà mai spiegare il come e il perché di quella sua elementarissima, semplicissima e pur trasfigurata umanità». |

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