"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
21giu
![]() di Simone Gambacorta |
Lo switch-off che ha “spostato” la televisione italiana dall’analogico al digitale ha prodotto un aumento dei canali disponibili, il che fa sorgere un problema di contenuti: come riempiremo i nuovi spazi? C’è un libro che può tornare utile, in particolare per le tv locali, anche perché ha goduto di una non lontana ristampa, ed è “Senza rete” di Angelo Guglielmi e Stefano Balassone, che parla del «mito» di Rai Tre tra il 1987 e il 1984. Rai Tre era nata nel 1979 come canale a destinazione regionale e culturale, ma era «praticamente vuoto». Nel marzo 1987, per questioni di aritmetica politica, democristiani e socialisti decisero di dare al Partito Comunista la terzogenita tv di Stato. Come direttore fu chiamato Guglielmi, che volle Balassone come suo vice, mentre a dirigere il telegiornale andò Sandro Curzi. “Senza rete” spiega come si riuscì a insufflare ossigeno in quello che era un corpo catodico vuoto. Un primo punto interessante è quello in cui si distingue tra offerta e proposta televisiva. Per la prima sono un po’ bravi tutti, basta mettere insieme un programma dopo l’altro senza preoccuparsi più di tanto dei contenuti e il palinsesto è fatto: l’obiettivo è tappare i buchi e far sì che sulla carta sia tutto a posto. Ma la televisione non dovrebbe dimenticare di «essere una occasione aggiuntiva di intrattenimento e di conoscenza», e se si limita a essere un’ordinata sequela di spazi organizzati, rischia di perdere «il suo valore di stimolo». La differenza tra offerta (una rete contenitore) e proposta (una rete di contenuti) sta allora tutta nelle idee, nelle intuizioni, nella sfida di riuscire a «comunicare allo spettatore una certa vitalità». Guglielmi e i suoi volevano fare una televisione di succo, ma di un succo dal sapore nuovo: una spremuta ad alto tasso vitaminico per schiettezza, novità, ritmo, satira, provocazione e informazione differente. Fu questa la via che portò Rai Tre a guadagnarsi una «identità editoriale e culturale» e a diventare una «libera repubblica sottratta alle comuni regole e convenienze». Si voleva una rete sapidamente discola, partgiana, faziosa, che sapesse raccontare la realtà, che facesse discutere, che fosse moderna, vicina alla gente e alle piazze, e che guardasse in faccia le cose per dirle senza complessi inibitori e ansie pedagogiche. Per imparare il mestiere bisognava inventarselo, cercare quel che non c’era, trovare forme e formule diverse e al di fuori del convenzionale. Bisognava tirare fuori dal cilindro qualcosa di attivo e reattivo, che proiettasse un complessivo disegno di rottura e si ponesse come alternativa ai canoni e ai codici usuali e più ortodossi del linguaggio televisivo. A fare da pilastro c’era un’idea di cultura intesa come «tensione a scoprire e aiutare l’emergere di tutto ciò che è nuovo», perché «la ricerca di forme espressive nuove» era la sola «garanzia di un serio impegno contenutistico». Le critiche e le accuse sarebbero state (e furono) le benvenute, anche quelle di populismo e compiacimento innovatore. Sulla spinta di questi obiettivi nacque e visse quello che Enrico Ghezzi, nella postfazione, definisce un «giocattolo psicopolitico». Alcuni frutti del lavoro con cui la rete volle «caratterizzarsi essenzialmente come laboratorio e proposta di nuovi linguaggi», in modo da dimostrare che «la creatività poteva, per così dire, diventare sistema», sono diventati classici della storia televisiva italiana. “Chi l’ha visto?” era il «romanzo della realtà in diretta», tanto che secondo alcuni sarebbe all’origine del reality show. Non era in diretta il seguitissimo “Un giorno in pretura”, per via dei tempi dei processi, ma lo sembrava e produceva l’effetto di spalancare le aule dei tribunali a milioni di occhi. “Blob” era (è) invece «un meccanismo di comunicazione del tutto nuovo» che condensava in dieci minuti di folle e geniale montaggio ventiquattro ore televisive. Ma la lista è lunga: “Telefono giallo”, “Linea rovente”, “Samarcanda”, “Milano, Italia”, “Avanzi”, “La tv delle ragazze”, il “Divano in piazza” del fenomeno Chiambretti, la stilettante e garbatissima “Cartolina” quotidiana di Andrea Barbato, “Mi manda Lubrano”, che levava gli scudi a protezione dei consumatori, e “Quelli che il calcio”, che ha cambiato il pomeriggio televisivo domenicale. Non tutte le ciambelle sono riuscite col buco e senza dubbio vi sono stati esperimenti meno brillanti, ma la rete cresceva, costava poco e aveva un suo stile. Nel suo essere un cafarnao di proposte, un bazar di trovate, Rai Tre dimostrò anche di possedere una certa capacità di ristrutturarsi, cosa che accadde con la Guerra del Golfo. Il trauma bellico aveva accresciuta la richiesta di informazione dell’opinione pubblica e fra le prime risposte che la rete diede alla situazione, anche per via della «cronaca politica, che si era fatta più violenta», ci fu una nuova edizione del Tg: un blocco di quindici minuti alle 22:30, che faceva il paio con quello delle 19. La modifica, e la cosa chiarisce un aspetto dell’ingegneria televisiva, diede vita a un effetto domino: ne derivarono infatti una revisione e un consolidamento della programmazione della seconda serata, il che comportò, per necessità di bilanciamento d’insieme, la nascita di un altro telegiornale subito dopo la mezzanotte, «sempre nella prospettiva di una valorizzazione delle news».
(Angelo Guglielmi, Stefano Balassone, “Senza rete. Il mito di Rai Tre 1987 – 1984” (1995), Bompiani, pp, 180, Euro 9) |

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