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"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)

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Douglas Coupland, “Marshall McLuhan”
 Galaad Edizioni (del 09/07/2012 @ 15:36:40, in Libri, linkato 293 volte)


di Simone Gambacorta

Se vi piace McLuhan, se volete bene a questo genio capace di mettere alla prova il comprendonio di chiunque, leggete la biografia che Douglas Coupland, il canadese che ha tenuto a battesimo la “Generazione X” (e la A), ha scritto sul suo connazionale e, a quanto pare, lontano affine. Il medium è il messaggio e il libro non poteva intitolarsi altrimenti che “Marshall McLuhan”, e tanto è stato. Ma il testo couplandiano, così allegramente pop, potete leggerlo anche se foste rimasti male per il perfido, sublime maltrattamento che quel maestro indiscusso e indiscutibile e venerato di Arbasino ha riservato a McLuhan in pagine di fosforescente cattiveria. Lo si può leggere in “America amore”, un bisonte di carta che scoraggerebbe chiunque se solo il brio e l’intelligenza che lo pervadono non fossero irresistibili. Arbasino rimprovera fra l’altro a McLuhan la distinzione «celebre e inutile» tra media caldi e freddi e la pubblicazione di un libro pedante e caotico come “Understanding Media”. Ma Arbasino o non Arbasino, McLuhan è stato uno che aveva capito tutto, per dirla scientificamente, e le idee che aveva, e che non di rado confondevano quelle altrui, sarebbero bastate per mandare avanti un battaglione di professorini. Se anche il suo modo per nulla accademico di esprimere un ragionamento non lo avesse portato alle affermazioni profetiche cui è giunto, spessissimo condensate in forma epigrammatica, pure gli dovremmo inveterarata gratitudine per la spettacolare pirotecnia di pensiero che ci ha sparato addosso, altro che. Quel pensiero si esprimeva in ricerche e discorsi simili al volo delle rondini, con deviazioni improvvise e imprevedibili tra ambiti diversi, e questo provocò l’uggia dei cattedratici più ortodossi. Ma nella galassia McLuahn c’era e c’è una tale quantità di intelligenza, di argento vivo, da far dimenticare le contraddizioni e le oscurità che vi si incontrano. A McLuhan, dice la biografia di Coupland (che è ipersensibile ai rumori come il biografato), non piacevano il presente e il futuro che aveva visto, ma quel mondo lì, che poi è questo mondo qui e sarà quello lì, trova nelle analisi del nostro un punto fermo. Che McLuhan avesse visto “oltre” non conta in sé, beninteso, non è questione di record: conta perché quell’“oltre” continua a durare e a estrinsecarsi in assoluta compatibilità con quanto lui aveva detto. Prendiamo “Understanding Media”, l’introduzione. C’è scritto che l’elettricità ha fatto implodere il mondo, ha compresso e ridotto «a poco più che un villaggio». Da qui la simultaneità e l’immediatezza dell’«era elettrica», che hanno investito sia la dimensione singolare che plurale del pianeta, stretto e ristretto in un «abbraccio globale». Avete presente Internet? McLuhan no, però anche sì: «Tramite i vari media abbiamo esteso i nostri sensi e i nostri nervi». Prendiamo la mutazione antropologica di Pasolini. Senza l’elettricità di McLuhan, quel concetto corsaro non sarebbe pensabile come siamo abituati a pensarlo: questo non è un esempio preciso e nemmeno compiuto, però dà l’idea della portata di certe idee. Il libro di Coupland ricorda che McLuhan aveva non una, ma due arterie alla base del cranio: il sangue arrivava al cervello in modo diverso da quanto accade negli uomini “normali”, visto che in pochissimi hanno questa variante circolatoria, più diffusa tra i felini. Quanto al carattere, «era capriccioso e ostinato, e molto probabilmente viveva troppo all’interno della propria mente per essere veramente simpatico». All’Università faceva lezioni un po’ folli: riflessioni e immagini zampillavano come in una fontana, e tanti auguri a chi voleva capire con “esattezza” le traiettorie di quei razzi. Nulla di più normale per un uomo che sarebbe diventato una star grazie ai sistemi concettuali che escogitava con la scioltezza di un bambino che gioca a Meccano. Quando scrisse la tesi di dottorato a Cambridge su Thomas Nashe, «un oscuro libellista inglese del Cinquecento», fece un’infinità di ricerche sulla retorica, «dalla Grecia antica al Rinascimento», e iniziò a chiedersi in che modo i “discorsi”, scritti o orali che fossero, incidessero sulla vita delle varie civiltà. Di conseguenza si chiese in che modo i media riuscissero a provocare cambiamenti nella «coscienza individuale» e come mai questi cambiamenti incidessero su scala collettiva e facessero mutare gli assetti sociali e il modo stesso di stare al mondo. Per quanto riguarda il concetto di villaggio globale, gli fu suggerito da Wyndham Lewis, e su quello spunto McLuhan eresse il grattacielo che tutti conosciamo. Lo stesso fece con la visione dei media come estensioni del sistema nervoso centrale, colta e raccolta da Harold Innis e poi sviluppata per conto proprio. Una cosa ancora, della serie buon sangue non mente. Il nonno di McLuhan, James, era un pezzo grosso nella costruzione di strade e linee telefoniche, due dei media di cui il nipote si sarebbe occupato per tutta la vita.

(Douglas Coupland, “Marshall McLuhan”, traduzione di Marco Pensante, Isbn Edizioni, pp. 198, Euro 19)
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Commenti

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