"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
24lug
![]() di Simone Gambacorta |
La mia amcizia con Giuseppe Rosato è nata grazie a Giammario Sgattoni. Fu lui che, nel 2003, senza che io lo sapessi, fece avere alla compianta Tonia Giansante una recensione che avevo scritto per “Dopotutto è favola”, un suo libro di poesie prefato da Giovanni Tesio. La recensione era stata pubblicata su un mensile teramano a diffusione gratuita ove curavo la rubrica dei libri. Tonia Giansante era la moglie di Giuseppe Rosato ed era una poetessa; scriveva anche racconti e bellissime favole: ne conservo due volumi, ciascuno con una dedica affettuosa.
Avuta la recensione, Tonia mi scrisse una lettera. Fu il nostro primo contatto. La lettera è datata 13 marzo 2003: è scritta a macchina, su un foglio non bianco ma verde acqua, e la tengo tra le cose più care. Dopo la mia risposta, ci fu una telefonata; e ne nacque un’amicizia: la cosa, com’era inevitabile, “coinvolse” anche Giuseppe. Di letterati abruzzesi che nel corso di questi anni mi sono stati vicini, e anche molto vicini, e verso i quali sono assai riconoscente, ho avuto la fortuna di incontrane diversi: ma Tonia e Giuseppe dalla loro avevavano un modo tutto particolare di donarsi e offrirsi “insieme”, un modo speciale, delicatissimo, di esprimere l’affetto e la stima che nutrivano. Questi sentimenti poi li certificavano concretamente: nel mio caso, con l’invito a recensire libri per la rivista «Oggi e Domani», fondata e diretta da Edoardo Tiboni, oppure a dettare la prefazione a un altro libro di poesie di Tonia, “Geometrie”. Quando ci conoscemmo di persona, a Lanciano, fu davvero come se ci conoscessimo da anni: so che lo si dice sempre, e che quasi sempre non è vero; ma in quel caso fu veramente così. Quando Tonia scomparve, dedicai alla sua memoria un libro su Mario Pomilio: il volumetto, “Lo scrittore problematico”, raccoglie una serie di interviste a critici e studiosi sull’autore del “Quinto evangelio”; fra esse, anche quella a Peppino Rosato, che riappare qui. Per uno strano gioco del destino, per una coincidenza che più passa il tempo e meno mi appare casuale, il volume fu recapitato a Giuseppe nel giorno esatto dell’anniversario della scomparsa di Tonia: così mi confessò per telefono, una mattina, con una voce ferma e che però a tratti tradiva una commozione. Questo giusto per tentare di inquadrare il tipo di rapporto che mi legava a Tonia Giansante e che mi legava e mi lega a Peppino Rosato. Peppino l’ho anche intervistato diverse volte. La prima volta parlammo della sua scrittura; la seconda e la terza di Mario Pomilio ed Ennio Flaiano, grandi scrittori di origine abruzzese – e trapiantati l’uno a Napoli e l’altro a Roma – che conobbe e di cui fu amico («Sei nato per scrivere», gli disse Flaiano in una delle lettere che gli spedì). Poter intervistare Rosato, potermi rapportare e, se posso dirlo, confrontare con lui, mi ha permesso di portare avanti il mio (ancor breve) tragitto nel giornalismo culturale, e mi ha permesso di portarlo avanti in quella chiave divulgativa e documentaria che proprio grazie allo strumento dell’intervista prende forma di “ingrandimenti” (non dirò “approfondimenti”) su certi autori o, in altro caso, su certe opere o su certe questioni. Ma al di là del “movente” giornalistico – e mi riferisco a quel giornalismo culturale di cui c’è enorme bisogno anche in provincia (a condizione però che non indulga al provincialismo) e di cui Rosato è stato ed è, per quanto mi riguarda, un modello – debbo aggiungere che, di qualunque cosa parlassimo, su qualunque libro o autore dialogassimo, nelle sue parole, nelle sue risposte, ho sempre avvertito una vicinaza tutta umana, un mio riconoscermi, sia pure nella enorme disparità di statura che ci divide, nel timbro del suo pensiero, nel giro della sua frase, nel modo, insomma, di interpreatare e vivere un impegno intellettuale. Una non diversa “vicinanza”, del resto, mi è sempre parso di captare nel leggerne le opere letterarie così come gli scritti sparsi, perché in queste e quelle ho sempre percepito un sentire e un vedere che, nel non disconoscere le ragioni dello stile (sia pur al di fuori di ogni maniera e di ogni calligrafia, e sia pure in base alle opzioni di caso in caso adottate e alle scelte volta per volta compiute), allo stesso modo non disconoscevano quelle della profondità e della precisione, della densità e dell’ironia, dello struggimento e della meditazione. Al di là dei romanzi e dei racconti, Rosato ha infatti spesso e felicemente scelto le forme brevi, quelle dell’appunto, dello spunto, del disappunto, dell’apologo, dell’epigramma, dello schizzo bruciante, della boutade abrasiva capace di cogliere costumi e malcostumi, vizi privati e pubbliche virtù del vivere italiano. Rosato, sarà bene io lo dica prima che me ne dimentichi, è a mio avviso fra i maggiori esponenti dell’intellettualità abruzzese contemporanea; fra coloro che hanno deciso di “restare” nella propria terra e di non “emigrarne” fisicamente, è fra i pochissimi la cui intelligenza e la cui cultura si rivelano sempre cariche di un respiro che non scoscende nelle gratuità autoreferenziali del paesone o del salottino. Già qualche anno addietro, nel recensire il suo spassoso “Diamoci da dire”, aprii la nota, poi ricompresa nel mio “Short reviews”, con queste parole: «Tra gli intellettuali abruzzesi della sua generazione, in particolare tra gli “operatori letterari” (come direbbe Giannangeli), Giuseppe Rosato è quello che ha dato più persuasiva prova di antiprovincialismo e libertà, l’uno e l’altra intesi anche quali attitudine ad essere “contemporaneo”. Come poeta (in lingua e in dialetto), come scrittore, come critico, come giornalista, Rosato ha agito sulla spinta di una capacità di pensiero tanto più preziosa quanto più lontana da quelle solitamente espresse dalle nostre parti. Se così possiamo dire, Rosato è stato in qualche modo il più intelligente, e sarebbe stato Rosato anche fuori Abruzzo». Partecipe di una stagione durante la quale l’Abruzzo andava acquisendo una più definita coscienza culturale e provvedeva a dotarsi delle opportune “strutture”– fra le quali la rivista «Dimensioni», che lo vide condirettore con Giannangeli e Sgattoni; o quel Premio Flaiano di cui fu a lungo Segreatario, e che costituisce una realtà fondamentale della nostra regione, anche perché non da ieri la pone in un rapporto di continuo scambio e apertura verso il mondo – Rosato è stato anche, e per così dire “in proprio”, protagonista di un cammino letterario fecondissimo e inesausto, dove la poesia (sia in lingua che in dialetto) ha duettato brillantemente con la saggistica (letteraria e d’arte) e con la narrativa, ma anche, last but not least, con una galassia di scritture aforistiche e satiriche che lo collocano, ai miei occhi e non solo ai miei, fra i più sagaci e originali eredi della pur impareggiabile lectio flaianea. E qualora ve ne fosse bisogno, i diversi premi e riconoscimenti che si è visto assegnare sono lì ad assolvere la loro funzione di prova e testimonianza. [Questo testo nasce da una revisione della Premessa firmata da Simone Gambacorta per la raccolta di interviste “Sempre più come un sogno”, un volumetto scritto a quattro mani con Giuseppe Rosato e pubblicato nel 2011 dalla casa editrice Duende] |

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