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"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)

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 Galaad Edizioni (del 07/02/2010 @ 15:26:06, in Libri, linkato 47 volte)


di Simone Gambacorta

A prima vista sembra un nonno come tanti, di quelli che non aspettano altro che raccontare le favole ai nipotini. Poi però, a guardarlo meglio, ti accorgi che non è così. Scopri che sì, è del 1922, ma scopri anche che di nome fa José e di cognome Saramago e che nel 1998 ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura. E poi ti accorgi che questo signore portoghese ha un blog sul quale scrive di cose che gli stanno a cuore. Se ti chiami Pinco Pallino e hai un blog dove ti piace parlare di questo e quello, ciò che scrivi potrà anche suonare banale o stupido. Se invece ti chiami Saramago e decidi di aprirti una finestra nel web per affrontare argomenti che ritieni importanti, stai sicuro che dirai cose che gli altri troveranno quanto meno utili e stimolanti: magari qualcuno concorderà e qualcun altro no, ma alla fine chi se ne importa, è normale, anzi è meglio così. “Il Quaderno” raccoglie i “Testi scritti per il blog” che Saramago ha pubblicati tra il settembre 2008 e il marzo 2009, testi che formano un libro veemente e risentito, vera e propria trincea virtuale dalla quale il nostro, grazie alla fionda della scrittura, scaglia parole a destra e sinistra (ce n’è per tutti, e di ogni dove). Ma quali sono i bersagli delle sassate che costellano questo diario pubblico di un contemporaneo? Semplice: la società in cui viviamo e i problemi del potere e del mercato, con tutti gli annessi e connessi. Siamo dinanzi a un libro “politico” nell’accezione più ampia. I diritti dell’uomo, la giustizia sociale, l’etica, la verità, la libertà qui non sono ameni enunciati, ma parole attraverso cui una coscienza critica sottolinea storture e problemi oramai tanto grandi da passare quasi inosservati. È soprattutto a questo che Saramago si oppone: all’indifferenza, al venir meno, negli altri, di quell’assillo cui lui non riesce a sottrarsi e che lo porta a gridare e a puntare i piedi. Altro che nonno, altro che favole. Comunista, ateo, pessimista, al nostro non vanno bene un mucchio di cose: è uno che non riesce a far finta di niente e che tenta, se non di ribellarsi, di opporsi. Però attenzione: nelle sue parole (che danno vita a “pagine” concentrate, chiare, immediate) non c’è niente di gratuito, non è uno che gioca a fare il predicatore, non ha la voluttà pedante e piagnona dello scontento professionista. Saramago è sinceramente preoccupato per lo stato delle cose, e sebbene non si faccia illusioni, e anzi possegga una lucida coscienza sui limiti di gittata della sua voce («Mi amareggia la certezza che alcune cose sensate che ho detto nella mia vita non avranno, in fin dei conti, alcuna importanza»), resta un combattente che non vuole rinunziare alla speranza. La speranza, in questo caso, è anzitutto quella di ottenere un ascolto. Qualcuno potrebbe considerare “Il Quaderno” il libro di uno sconfitto (cioè di uno che ha assistito al crollo di un “sogno”), ma certo nessuno può considerarlo il libro di un vinto (cioè di uno che si è rassegnato): è una reazione, un colpo di reni, il riflesso web di un impegno intellettuale e morale portato avanti con la perseveranza della sentinella. C’è però altro, in queste pagine: per esempio le belle note su scrittori come Pessoa, Fuentes, Amado, Borges e il nostro Saviano, o riflessioni sulla vita e sullo scorrere del tempo. E su tutto, lo slancio di una voce ansiosa di aprirsi al mondo.

(José Saramago, “Il Quaderno. Testi scritti per il blog. Settembre 2008-marzo2009”, prefazione di Umberto Eco, Bollati Boringhieri, pp. 171, Euro 15)
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 Galaad Edizioni (del 05/02/2010 @ 08:53:32, in Film, linkato 7 volte)


di Giulia Merisi

Gli amici trentenni de L’ultimo bacio sono tornati: adesso hanno quarant’anni e una vita che non ha visto realizzarsi i loro sogni di felicità. Dopo alcuni reciproci tradimenti Carlo e Giulia si sono separati. Entrambi hanno un compagno cui li lega un affetto (non un amore) e la paura di rimanere soli, anche se continuano a incontrarsi per via di Sveva, la figlioletta ormai decenne. Marco vive da anni una crisi coniugale, in parte dovuta al desiderio insoddisfatto di maternità della moglie che non esita a lasciarlo per andare a convivere con un ragazzo più giovane di lei e del quale rimane ben presto incinta. Livia, abbandonata da Adriano, si è ricostruita una vita attorno al figlio e all’amore di Paolo che invece si dibatte tra una depressione mai sconfitta e l’impegno nel negozio di oggetti sacri che ha sempre detestato. Dal canto suo Alberto si accontenta di un lavoro in un supermercato e delle solite storie di sesso che durano una notte o anche meno. In tutto ciò ricompare Adriano, dopo due anni passati in una prigione colombiana per aver tentato di imbarcarsi su un aereo con due chili di cocaina. E così l’avventura ricomincia, con esiti finali in bianco e nero. Dopo i due film “americani”, Muccino torna a raccontarci nel suo stile migliore, fatto di delicata crudezza, il mondo di questi uomini e queste donne che non hanno saputo coltivare il loro sogno e ora si trovano, ancora confusi, a fare i conti con i rispettivi fallimenti. Autore anche stavolta di soggetto sceneggiatura e regia, Muccino indaga, scopre e scarnifica i sentimenti con una scrittura scabra, diretta ed efficacissima. Si affida alla fotografia di un Arnaldo Catinari sempre più maestro dell’immagine e al montaggio dominato e scandito di Claudio Di Mauro, oltre che alla stessa squadra di attori dell’Ultimo bacio (a parte la Puccini). Oggi come allora ciascuno riesce a dare corpo e anima al proprio personaggio. Il risultato è un film di pregio illuminato dall’ironia dolente di chi vuol credere in un domani migliore. Unica pecca: un finale troppo “allungato”.

BACIAMI ANCORA di Gabriele Muccino, con Stefano Accorsi, Vittoria Puccini, Pier Francesco Favino, Claudio Santamaria. ITALIA 2010.
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 Galaad Edizioni (del 29/01/2010 @ 14:30:52, in News, linkato 35 volte)


di Davide Sapienza

Le strategie inventate dal Canada
E' nelle foreste il laboratorio della rivoluzione dell’industria cardine del Canada, quella del legname. Oggi vale il 3% del pil e, dei 403 milioni di ettari coperti da alberi, 370 sono di proprietà demaniale: questi dati si traducono in forti entrate per lo Stato grazie alle concessioni, mada oltre due anni è esplosa la crisi più grave da molti decenni. Mario Gibeault, direttore dell'ente per lo sviluppo forestale del Quebéc, la inquadra così: «C’è stato un crollo superiore al 20% ed è frutto di una “tempesta perfetta”. Il dollaro canadese ha raggiunto quello americano, i prezzi sui mercati internazionali sono stati stravolti e si è abbattuta una pandemia di parassiti. Così il Paese è stato costretto a ripensare l'uso delle foreste». Ma questi problemi - aggiunge - «rappresentano anche un’opportunità per trasformare la nostra economia e indirizzarla verso una vera sostenibilità». E’ un cambio di prospettiva che, secondo il biologo Damine Coté, «deve tenere conto dei “disturbi naturali”». Nel British Columbia il «disturbo » si chiama «mountain pine beetle»: qui il parassita dilaga e si è spostato anche all’Alberta, facendo assumere all’emergenza i contorni di un monito della natura. Nei prossimi anni - è la previsione - moriranno tre quarti dei pini e la devastazione sembra non avere fine. Mentre le industrie si danno da fare per tagliare gli alberi colpiti entro il primo anno dall'attacco, si studiano nuovi materiali per sfruttare il legno «malato»: per esempio un tipo di cemento leggero, che lo utilizza nella miscela e che è stato brevettato dall'Università del Northern British Columbia. Qui il legno coinvolge il 15% delle attività produttive e 60 milioni di ettari su 95 del territorio sono ricoperti da foreste, ma 8 milioni, già colpiti dal «pine beetle», richiedono misure drastiche. «Il dramma dei parassiti non sarà di facile soluzione e per questo cerchiamo di orientarci verso un’economia verde, basata sull'uso del legno, anche nell'edilizia pubblica. Un esempio è lo “Stadio del ghiaccio” di Richmond, simbolo delle prossime Olimpiadi », sottolinea Roxanne Comeau di «Natural Resources Canada». Per farlo sono state individuate 2 linee-guida: accanto alla conservazione, quella dell’armonizzazione di tutte le attività forestali. Nella provincia del Quebéc - dove si trova un quinto degli alberi del Paese - l'area Saguenay- Lac Saint Jean è un laboratorio a cielo aperto. Basta sorvolarne gli enormi appezzamenti, tra fiumi, laghi e colline fino alle Montagne Bianche, per osservare il susseguirsi vorticoso delle decisioni politiche che hanno segnato la terra in tempi diversi. Le diverse epoche boschive si sono sovrapposte ai tempi dell' uomo, tra appezzamenti distrutti dagli incendi, aree attaccate dai parassiti, zone di rigenerazione e quelle del taglio a raso. A Nord, invece, oltre il parallelo 51, il Canada ha stabilito uno stop: fino a quando gli studi non garantiranno certezze sulla capacità di rigenerazione delle foreste boreali, non sarà possibile alcuna attività. E’ qui l'ultima frontiera del riscatto, la cintura di sicurezza che separa due mondi.

(da La Stampa del 23 dicembre 2009)
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 Galaad Edizioni (del 27/01/2010 @ 13:56:07, in Libri, linkato 54 volte)


di Simone Gambacorta

Possiamo metterla come vogliamo, ma c’è un punto che rimane fermo: una narrativa che includa un dolore, e che scelga di orientarsi verso un confronto vero con una latitudine tanto impalpabile e liminare, è una narrativa che “arriva” e che “tocca”, e talvolta è una narrativa che “resta”. A patto, beninteso, che questo dolore non lo si confonda con qualcosa di gonfio e posticcio, come il «dolorismo» di saviniana memoria della “Nuova enciclopedia”. Il segreto sta nell’accogliere la sfida di un enzima etico, non già morale o moralistico, che imprima alla parola una reale coscienza veritativa: una spinta d’introflessione, insomma, che sappia restituire scopertamente, o che sappia trasfigurare e trascendere nella finzione, gli echi e le temperature delle regioni interiori (“On entering these regions”, direbbe Masters) e il peso specifico delle verità intime. Questo è quel che accade ne “L’amore nuovo” di Philippe Forest, romanzo autobiografico dotato di una prensilità davvero capace di “dire” la vita e di destinare alla pagina l’universalità delle dinamiche che, in maniera per tutti uguale e per tutti diversa, plasmano e contorcono i nostri sentimenti. “L’amore nuovo” si apre con la cronaca della devastazione causata dalla morte di una figlia, una bambina: la voce di un padre, che narra in prima persona, fa toccare con mano lo strazio e lo smarrimento provocati da una perdita che sembra riassorbire in sé tutto il dolore del mondo. Sarà poi nell’attrazione per due donne – Alice e Lou, la moglie e la nuova compagna – che quest’uomo continuerà a dibattersi, raccontando, come nella minuta rendicontazione di un auto-ascolto, il rapporto travagliatissimo con le ragioni di un mondo emotivo frastagliato e pregno di criticità. Toccato dalla grigia grazia di una intensa poesia del profondo, e mai smaccato nel contenere il magma che pure ingloba, “L’amore nuovo” è il referto dilaniato (letteralmente e letterariamente, non si sviscera senza squartare) di un sentire che, per comprendere e comprendersi, ha voluto affidarsi alle mediazioni della scrittura. Come per una necessità, come per un’urgenza. Come quando si deve dire una verità.

(Philippe Forest, “L’amore nuovo”, trad. Gabriella Bosco, Alet, pp. 152, Euro 15)
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 Galaad Edizioni (del 23/01/2010 @ 10:19:42, in Libri, linkato 72 volte)


di Simone Gambacorta

“Riflessi da un paradiso” raccoglie gli “Scritti sul cinema” – per lo più recensioni brevi o brevissime – che Attilio Bertolucci firmò tra il 1945 e il 1953 per la «Gazzetta di Parma» e altre testate. Il volume, ottimamente curato da Gabriella Palli Baroni e pubblicato da Moretti & Vitali, è una lettura che si consiglia non solo ai cinefili e a coloro che si occupano di cinema, ma a chiunque nutra interesse per il mestiere del recensore. Sarebbe bello fare un esperimento: prendere alcune delle recensioni qui riunite e pubblicarle anonime su un giornale. Tutti, un po’ stupiti e un po’ ammirati, si domanderebbero: ma chi è questo? Bertolucci scriveva con una chiarezza e una concisione incantevoli, quasi performative. Era limpido, immediato, scioltissimo e non era, Deo gratias, un critico. Dei voli pindarici non sapeva che farsene e non sapeva che farsene nemmeno dell’erudizione tecnica. Il suo cuore batteva in platea, dalla parte dello spettatore, che considerava un compagno di viaggio da non trascurare per nessun motivo al mondo. Bertolucci era un innamorato attento ed esigente, un innamorato che sapeva osservare e giudicare, ma la levità del tocco e la rapidità del passo non gli impedivano di toccare gli aspetti “grammaticali” di un film (le inquadrature, il ritmo, il mordente narrativo, i personaggi e l’attorialità: si leggano, fra tutte, le recensioni a “Trovarsi ancora” di Edmund Goulding e a “Vertigine” di Otto Preminger”). E oltre alla gioia di scrivere, che si percepisce in ogni rigo, Bertolucci aveva soprattutto una virtù, un talento naturale: sapeva trovare il giusto livello focale con cui recensire un film, sapeva trovare il punto della giusta distanza. Vediamo di capirci. Nei giornali lo spazio è quello che è e quasi sempre è uno spazio limitato, in particolare per chi cura una rubrica. Ieri si diceva: dieci righe, quindici righe, venti righe. Oggi si dice: mille battute, millecinquecento battute, duemila battute. Ieri come oggi, chi scrive per i giornali sa che quello che ha da dire deve dirlo in un certo spazio, senza sforare. Il lavoro del recensore che disponga di uno spazio ridotto (o comunque prefissato) inzia allora prima della stesura della recensione, inizia stabilendo quali e quanti concetti quello spazio potrà “tollerare” e quali e quanti concetti dovranno essere sviluppati. In questa fase prescrittoria, in questa fase “ideativa”, o se vogliamo “progettuale”, il recensore deve individuare le “informazioni” da proporre al lettore, le modalità con cui farlo, il taglio da dare al “pezzo”, e deve farlo per non scadere nell’eccesso di approfondimento (per quello ci sono i saggi o le riviste specialistiche) o nell’eccesso di superficialità (per quello c’è la pubblicità). In parole povere, deve trovare il modo per essere comprensibile ed efficace (come retorica insegna, del resto), deve trovare il “tono”, impostare il discorso, scegliere cosa dire e cosa no, e come dirlo, e perché dire alcune cose e non altre. Trovare il giusto punto focale, trovare la giusta distanza, significa mettere le idee in ordine, significa prendere bene la mira prima di premere il grilletto della scrittura: e in questo, ma naturalmente non solo in questo, Bertolucci era un maestro. Tanto più che le sue recensioni dimostrano come per ogni taglio, per ogni punto focale, esistano delle specifiche misure di esattezza. Non fu d’altrone un caso se, in una lettera a Leone Traverso, Cristina Campo scrisse che «in venti righe, trenta al massimo, si può dir tutto di un libro, renderlo memorabile o futile a volontà». E da questo punto di vista, poco conta che si parli di pagine o di pellicole, e poco conta che lo si faccia alla radio o sulla carta stampata. Sui giornali bisogna scrivere in discesa, per non stancare il lettore e condurlo dall’inizio alla fine senza quasi che se ne accorga, ma bisogna anche (provare a) mettere del succo in quel che si consegna alla pagina: “Riflessi da un paradiso” è allora una specie di manuale, una sorta di “Consigli a un giovane recensore” (non solo di film), un exemplum ad imitandum da studiare e gustare al tempo stesso.

(Attilio Bertolucci, “Riflessi da un paradiso. Scritti sul cinema”, a cura di Gabriella Palli Baroni, Moretti & Vitali, pp. 509, Euro 25)
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 Galaad Edizioni (del 20/01/2010 @ 14:14:58, in Libri, linkato 49 volte)


di Simone Gambacorta

Proviamo a dare una possibile definizione di scrittore. Siamo di fronte a uno scrittore quando vediamo di più, quando ascoltiamo diversamente. La parola dello scrittore comporta un’effrazione verso le tante verginità che fanno da argine al nostro sguardo. È scrittore colui che introduce una quota di differenza rispetto alle geografie del consueto, è scrittore colui che sa sorprenderci, colui che sa indurci a una “scoperta”, a una vicinanza diversa alle cose e agli uomini. Questa “scoperta” coincide con l’inaudito, con quello che, fino a un dato momento, ancora non era stato detto (udito) in un certo modo (niente a che fare con l’eclatante e col sensazionale). Affinché ciò avvenga, occorre che chi scrive sappia prospettare una complessità e sappia porre la nostra mente dinanzi a una forma di “difficoltà”, a una domanda, a una riflessione, a una vertigine, a un problema. Da questo punto di vista, il “Diario dalla galera” di Imre Kertész è un libro esemplare. Il volume racchiude gli appunti intimi scritti dal Premio Nobel ungherese tra il 1961 e il 1991, e la “galera” del titolo è quella che impedisce all’individuo di liberarsi dalle «condizioni dell’essere», quella in cui si rapprendono i misteri dell’uomo («Che io rimarrò in eterno indecifrabile a me stesso è ovvio») e della vita («L’uomo non può capire la vita, può solo viverla ed esperirla»). Kertész impone a chi si immerge in questo diario un serrato periplo tra letteratura, filosofia e politica, con meditazioni sul suo essere ebreo e con l’ombra della deportazione ad Auschwitz e Buchenwald che serpeggia come uno spettro: «Dio è Auschwitz ma è anche colui che mi ha portato via da Auschwitz. E’ colui che mi ha costretto, anzi mi ha obbligato con la forza a rendere conto di tutto ciò, perché vuole sentire e sapere ciò che ha fatto». Nel diario tutto si colloca in una dimensione di inquietudine, di dolore, di ricerca, di travaglio, di dramma: «Scrivo un romanzo perché cerco il più grande dolore immaginabile»; «Tutto fa pensare che la vita, se non del tutto sbagliata, in ogni caso non è una condizione appropriata per l’uomo». In queste pagine, la profondità della parola è figlia di un disperato dibattersi del pensiero nel rebus dell’esistere, e ogni nota crea un impatto, un’abrasione, un accesso in quelle “difficoltà” che la voce e la sensibilità di uno scrittore sanno suscitare. Il Kertész del “Diario dalla galera” è una foglia colpita dalle folate dei giorni e della storia, e lo spazio in cui volteggia è il tempo che lega gli enigmi cruciali del nascere e del morire: «Vivo come una persona che, tra due impegni assai importanti, stizzito deve far passare un’ora irrilevante, e quest’ora è la mia vita».

(Imre Kertész, “Diario dalla galera”, traduzione di Krisztina Sándor, a cura di Alessandro Melazzini, Bompiani, 2009, pp. 296, Euro 18)
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 Galaad Edizioni (del 17/01/2010 @ 12:11:36, in Mostre, linkato 37 volte)


di Pietro Ruggieri

Il 18 dicembre 2009, grazie alla visita guidata organizzata dall’associazione romana Terracromata, i partecipanti hanno avuto la possibilità e la fortuna di accedere a tre aree dei Musei Vaticani in genere interdette al grande pubblico. La prima area, il Museo (o Padiglione) delle Carrozze, voluto da Paolo VI nel 1973, conserva le carrozze papali ottocentesche perfettamente conservate e funzionanti, oltre ad alcune automobili utilizzate dai Papi negli anni Trenta e da Giovanni Paolo II nel corso dei suoi numerosi viaggi. Al centro della sala è collocato il pezzo più importante e grandioso della mostra, la Berlina di Gran Gala costruita per Papa Leone XII (1760-1829) e utilizzata anche dai successivi pontefici fino a Pio XI (1857-1939). Di dimensioni tali da dover essere trainata da ben sei cavalli, fastosamente decorata con intarsi in legno e oro, la Berlina era utilizzata solo quattro volte all’anno in particolari occasioni di visita del pontefice all’esterno della Città del Vaticano. La osservo con curioso interesse, rammentando la potenza che il Papato aveva a quei tempi a Roma e in Italia.
La seconda meraviglia è la struttura che racchiude la scala di Donato Bramante (1444-1514), un vero e proprio gioiello dell’architettura rinascimentale. Mi affaccio dalla sommità della scala e guardo giù: la particolare forma a spirale mi consente di vedere, con un senso di vertigine, ogni punto della struttura. L’ultima tappa della visita a questi angoli nascosti del Vaticano è la scalinata che conduce al terrazzo del Palazzo del Belvedere, edificio progettato da Bramante e che presenta, sulla facciata, il noto Nicchione. La scala, alquanto lunga, mi costringe, come si è soliti fare quando si concentrano le forze in salita, a tenere la testa bassa, gli occhi rivolti ai gradini per non inciampare, la mente presa da vaghi pensieri. Superato l’ultimo gradino varco la soglia che conduce al terrazzo, alzo distrattamente lo sguardo ed ecco che mi si para davanti una visione di maestosa bellezza e un lungo brivido mi attraversa la schiena.
 
Il panorama che si apre dal belvedere è stupefacente: un’unica vista abbraccia i giardini del Vaticano, il Cupolone e uno scorcio del colonnato della basilica di San Pietro e consente di spaziare su tutto il centro di Roma, da Villa Borghese fino al Gianicolo. Credo che da nessun’altra parte di Roma si riesca a contemplare una vista simile, nemmeno dagli affacci del Gianicolo. Il sole è da poco riemerso attraverso le nubi e con i suoi raggi invernali illumina di arancio la città eterna. Prima di essere scosso dal richiamo della guida, che invita tutti ad abbandonare il terrazzo, indugio ancora un attimo a guardare il paesaggio e cerco di imprimerlo per sempre nel mio ricordo, sperando che non vada più via.

Museo delle Carrozze, Scala del Bramante, Salita al Nicchione. Roma, Musei Vaticani.
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 Galaad Edizioni (del 27/12/2009 @ 16:31:11, in Mostre, linkato 53 volte)


di Pietro Ruggieri

Nel pomeriggio di sabato 28 novembre, all’interno delle sale espositive del Museo Pietro Canonica, nella verde cornice di Villa Borghese a Roma, si è svolto l’incontro, proposto dall’associazione d’arte Terracromata, con l’artista Marco Cecioni, che ha condiviso con i partecipanti la sua esperienza e ha illustrato le sue opere in ceramica esposte in mostra, circa 50 lavori tra vasi, piatti, piastrelle e pannelli. Marco Cecioni, di origini napoletane, ha sempre viaggiato molto: si divide tra l’Italia, la Svezia e la Finlandia, ansioso di sperimentare nuove tecniche grazie al proficuo confronto con gli artisti e gli architetti del nord Europa. Il maestro commissiona i pezzi in ceramica grezza ad abili maestranze artigiane (in questo caso al noto Laboratorio delle Manifatture di Vietri sul Mare di Vincenzo Santoriello) sulla base delle forme che ha ideato e successivamente completa le opere dipingendole a smalto e con disegni a incisione. L’utilizzo di colori accesi, oppure di forme e simbologie note e riconoscibili, collocate su fondo nero o bianco, rende le ceramiche familiari e accattivanti anche per gli spettatori non esperti. Le figure umane nude stilizzate riportano alla mente le forme dell’arte classica dell’Attica, di Corinto e di Pompei, rese contemporanee dalla semplicità delle linee.
I simboli degli elementi della natura e l’iconografia degli astri ricordano i segni astrologici; le linee che si diramano tra i segni e le figure maschili e femminili sembrano voler rievocare quelle dei bassorilievi collocati negli edifici degli antichi Egizi e delle scene, rappresentate nelle tombe dei faraoni, nelle quali gli astri e le stelle sono messi in relazione con le divinità e i sovrani divinizzati. L’intento dell’artista è quello di trasmettere un messaggio di positiva energia e di vitalità attraverso la forza che la materia ceramica e il colore possono sprigionare. Sono interessanti i “pannelli traforati” monocromi, produzioni recenti appartenenti a opere di più ampio respiro da collocare in specifici ambienti architettonici e che sembrano richiamare, anche in questo caso, forme note, pur non essendo immediatamente individuabili: gli apparati decorativi e gli arabeschi dell’Alhambra a Granada. Un’arte legata all’architettura, quella del maestro Marco Cecioni, che ha trovato un felice connubio e un’originale collocazione con le linee minimaliste scandinave.

Marco Cecioni, L’energia della ceramica
(mostra conclusa) Roma, Museo Pietro Canonica, Villa Borghese
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 Galaad Edizioni (del 23/12/2009 @ 11:04:47, in Orme sulla luna, linkato 195 volte)
“Altri echi
Vivono nel giardino.
Li seguiremo? Presto, disse l’uccello, trovàteli, trovàteli.”
Quattro quartetti, T.S.Eliot

Il prato se ne sta con noi e noi gli siamo sopra scalzi o con adidas consunte. Ho il sole che mi acceca. Isabella corre, la vedo di spalle allontanarsi verso gli altri. La sua forma umana diventa liquida man mano che si allontana da me e si avvicina agli altri che sono nei pressi del fiume. Lì ci sono grossi platani che fanno ombra. Io sono salito sulla sommità della collina per bere alla fonte: un piccolo cannello che sbuca dal terreno.
Per bere ti devi abbassare al suolo, spostare l’erba verde e sporcarti le mani di terra fangosa.
«Vieni giù» mi chiama Isabella che ha raggiunto gli altri tre.
La sua voce mi arriva come un: «Vienigiùvienigiùvienigiù…»
Mi bagno il viso. Il sole è inclemente. Li guardo. Assomigliano tanto a una forma di vita che si muove tra gli alberi in sintonia con essi. Quando le cime degli alberi ondeggiano attraversate dal lieve vento, anche loro, i miei amici, ondeggiano. Così che gambe e braccia diventano rami con foglie di nessun colore, solo riflessi di luce.
«Arrivo» rispondo e non ce la faccio proprio, non riesco proprio a non sorridere, i muscoli mimici si tendono da soli verso l’alto. Cerco di tenere la bocca chiusa come una linea, lei invece diventa ellisse. Fa tutto per conto suo.
Oggi è il nostro ultimo giorno di scuola. Oggi siamo nei pressi del fiume.
Li raggiungo planando sul grano giallo. Sono un aeroplano. Un bimotore. Spalanco le braccia. Atterro su di loro. Ci azzuffiamo per scherzo. Capicolliamo al suolo vicino al fango. Mangiamo terra zolle erba. Rami nei capelli, formiche viste da vicino. Urliamo. Noi quattro, scivoliamo nell’acqua. È fredda, poi fresca, infine tiepida e prendiamo a nuotare, sott’acqua, senza respirare, negli anfratti scuri. Il sole rimane in superficie. Le rane gracidano attorno, piccoli insetti danzano a pelo d’acqua, i pesci ci sfiorano, i gamberi sul fondo. Non abbiamo mani ma pinne, non più pelle ma scaglie, branchie al posto dei polmoni. Ci guardiamo, schizziamo di qua e di là, salti fuori dall’acqua, poi ancora verso il fondo, lì dov’è buio. Andiamo controcorrente come salmoni che vanno a morire, ma sorridono e nuotano, sorridono e nuotano, sorridono.
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 Galaad Edizioni (del 15/12/2009 @ 09:09:05, in Mostre, linkato 63 volte)


di Pietro Ruggieri
L’associazione Terracromata persegue con dedizione – sorprendendo piacevolmente i partecipanti alle sue iniziative - l’intento di diffondere la conoscenza dell’arte della ceramica nelle sue molteplici espressioni. Alcuni eventi che l’associazione offre agli aderenti sono interessanti e irripetibili, perché prevedono l’incontro dal vivo con l’artista, che racconta se stesso e illustra le sue opere. E’ il caso dell’incontro organizzato per la mattina del 28 novembre con Carlo Previtali presso la galleria della Biblioteca Angelica di Roma, nella quale sono state esposte le sculture in ceramica dedicate ai vizi capitali. Carlo Previtali, bergamasco, è un signore dall’aspetto solido e dal viso tondo e gioviale. Sembra un vero e proprio artigiano in procinto di rigettarsi a capofitto nelle attività della sua bottega dopo essersi concesso una pausa con chi è venuto ad ammirare le sue opere. Con fare cordiale, si concede generosamente nel raccontare la sua esperienza artistica e l’ispirazione che dà vita alle sue creazioni. Il maestro, che nasce innanzitutto scultore, è approdato al mondo della ceramica in una fase relativamente recente del suo percorso artistico, per mettersi alla prova con un materiale che gli consentisse una capacità espressiva diversa, grazie alla possibilità di lavorare plasticamente le forme e di sperimentare l’utilizzo del colore e i suoi diversi esiti nella cottura in forno.
Le opere esposte nella galleria si ispirano ai sette vizi capitali, ciascuno dei quali è rappresentato da un soggetto umano deformato dal vizio dal quale è posseduto. La superbia dà origine a una forma femminile slanciata verso l’alto, dal volto altero, quasi sprezzante; l’avarizia scarnifica e sbianca i lineamenti e moltiplica le mani tese ad accumulare i beni terreni; la lussuria si trucca, si denuda e si mostra con un volto ambiguo e lascivo; l’invidia deforma il volto fino a renderlo sporgente, pungente, proteso in avanti nell’osservazione delle altrui qualità e ricchezze; la gola ingrossa le fattezze, allarga il collo e gli zigomi; l’accidia invecchia e appesantisce le forme, affloscia i lineamenti, impigrisce gli occhi. L’ira, a mio avviso, risulta essere l’opera più riuscita e meno scontata dal punto di vista della resa figurativa: un volto dai lineamenti apparentemente impassibili, parzialmente cancellato da segni orizzontali che ricordano fiamme vive, accentuate dal colore rosso.
E’ l’attimo che precede lo scoppio iracondo, l’istante in cui i pensieri folli e violenti iniziano a devastare la razionalità, ad alterare la mente e le fattezze umane. Le sculture in ceramica della serie in realtà sono otto: l’ottava è dedicata alla Vanitas, rappresentata dai teschi incoronati di due sovrani consorti, in oro e platino, i quali, pur nella loro scheletricità, sembrano sorridere sarcasticamente e con distacco agli spettatori, quasi a voler ricordare che il destino che accomuna tutti gli esseri umani è la morte. Il filo conduttore di questa esposizione, ma in realtà di tutta la produzione artistica di Carlo Previtali, è un costante richiamo morale alla precarietà e alle debolezze della condizione umana, un monito agli spettatori: la morte è livellatrice delle diseguaglianze tra gli uomini e preludio al momento del giudizio divino.

Roma, Biblioteca Angelica, Galleria, Via S. Agostino, 11
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