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"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)

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 Galaad Edizioni (del 27/08/2010 @ 17:25:22, in Libri, linkato 23 volte)



di Simone Gambacorta

Nel pamphlet "Scritture a perdere", Giulio Ferroni rimprovera ai romanzi italiani di non «corrodere criticamente il presente». Ma se la letteratura italiana langue, e che langua è appurato, la saggistica riserva sorprese, anche molto corrosive. Ce n’è in particolare una di inchiesta che, in chiave di inchiesta giornalistica e senza stupide dietrologie, analizza pagine oscure dell’Italia repubblicana: a questo filone è ascrivibile "Profondo nero" di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza. Il libro rovista nel torbido dei delitti eccellenti di Enrico Mattei, Pier Paolo Pasolini e Mauro De Mauro, sulla base di una tesi che li vorrebbe legati da un filo “petrolifero” ed eversivo. Movendo da un famoso assunto di Carlo Ginzburg, gli autori illustrano il loro metodo di indagine con questa avvertenza: se il giudice «giudica sulla base di prove e indizi», lo storico «ricostruisce anche sulla base di ipotesi». Cioè a dire: «Lo storico (e, nel nostro caso, anche il giornalista) procede (…) per deduzioni, ed è legittimato a sottolineare le contraddizioni e le smagliature delle ricostruzioni ufficiali, purchè le sue ipotesi e i suoi interrogativi vengano onestamente presentati come tali». Ma veniamo ai fatti. Enrico Mattei era il Presidente dell’Eni e voleva rendere l’Italia autonoma sotto il profilo della produzione energetica. Il suo progetto era grandioso, ma avrebbe scontentato un enorme sistema di interessi politici ed economici. E infatti nel 1962 un ordigno disintegrò l’aereo privato su cui viaggiava (col pilota e un reporter americano). Nel 1970, un giornalista palermitano del quotidiano «L’Ora», Mauro De Mauro, venne rapito e se ne persero per sempre le tracce: solo dopo si seppe che aveva scoperto qualcosa di grosso sugli ultimi giorni di vita di Mattei. A livello giudiziario, i responsabili dei due casi non sono stati individuati. Un altro che di questa faccenda, e di molto altro, aveva capito troppo per continuare a vivere era Pasolini («Io so», scrisse), e pure i muri sanno che la versione ufficiale del suo assassinio (1975) non tiene (si veda l’intervista inedita a Pelosi in appendice). La ricostruzione di Lo Bianco e Rizza prende spunto dal saggio pasoliniano “Il petrolio delle stragi” di Gianni D’Elia ed è ampia e documentata, e si fa apprezzare per la buona scrittura e per la qualità del racconto. Risposte definitive, è chiaro, non ne dà: ma a quanto pare i tre furono condannati a morte e i loro omicidi furono esecuzioni ordinate dall’alto; e c’è un nome che ritorna come un incubo, quello dell’eminenza grigia Eugenio Cefis, fra i più bui e sfuggenti uomini di potere che la scena italiana abbia conosciuto in tempi recenti. Il risultato è un “romanzo” tragico e pieno di dramatis personae sull’Italia gommosa del complotto, del depistaggio, della strategia della tensione e del golpismo; il miserere di verità censurate da sabbie dove si scorgono le orme dei servizi segreti, di parti di Stato e di poteri occulti sia finanziari che politici (per restare in certi climi e in certe tetre atmosfere, rileggiamoci la “Troga” di Rugarli). Sciascia diceva che il potere non era nelle istituzioni, ma altrove. Nel “paese senza” in cui viviamo, lo stesso di Ustica, di Giorgio Ambrosoli, di Piazza Fontana, dell’affaire Moro, viene da pensare che non solo il potere, ma anche la verità, anche la libertà, siano spesso altrove: e cioè lontano dai cittadini, dalla democrazia, dalla Costituzione, e da una bandiera che ogni tanto, con estenuazione, con rassegnazione, saremmo tentati di vedere come un tappeto, tanta la polvere, tanto il non detto che vi sono stati nascosti sotto. “Profondo nero” è un libro che, foss’anche per contestarlo, per correggerlo, per confutarlo, costringe a porsi il problema civico ed etico di vederci chiaro.

(Giuseppe Lo Bianco, Sandra Rizza, “Profondo nero. Mattei, De Mauro, Pasolini. Un’unica pista all’origine delle stragi di Stato”, chiarelettere, pp. 300, Euro 14,60)
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 Galaad Edizioni (del 26/08/2010 @ 17:37:58, in Orme sulla luna, linkato 29 volte)

Tempo. Newton visualizzava il tempo come una freccia in volo verso il suo bersaglio. Einstein interpretava il tempo come un fiume che avanza, impetuoso, diretto, ma anche arcuato, curvo, talvolta sotterraneo, qualcosa che non finisce ma si riversa in un mare più grande. Un fiume non può scorrere controcorrente, ma può scorrere in cerchi; gorghi e mulinelli ne spezzano regolarmente il moto propulsivo. Il corso del fiume è balzano, c’è un’alta possibilità di correnti incrociate, una smagliatura nel tempo che ci fa tornare senza preavviso in luogo che credevamo di avere attraversato molto tempo prima. Qualsiasi persona a cui capiti una cosa simile si aggrappa fedelmente all’orologio; l’ora scorrerà via, passeremo sicuramente oltre. Poi scopriamo che l’orologio non è né una zattera né un salvagente. L’illusione orologiera del progresso cola a picco. Il passato procede insieme a noi, come una rete a traino carica di pesci. Lo rimorchiamo giù per il fiume, persone e cose, emozioni, abitanti del tempo, non li abbiamo lasciati a riva chissà quando, stanno ancora nuotando vicino a noi. Un calcio nella corrente ci fa rigirare, restiamo catturati di colpo nella rete da noi costruita, l’accumulo di una vita appena al di sotto della superficie. Cos’erano quelle storie di città sul fondale di un fiume? Regni perduti visibili come un supplizio di Tantalo quando le acque sono ferme? È risaputo che le sirene attraversano baluginando il mare buio per risalire a nuoto il fiume come salmoni. L’inconscio, a quanto pare, non intende mollare il suo bottino. Il passato viene con noi e talvolta rapisce il presente, così che le distinzioni su cui contiamo per la nostra sicurezza, per la nostra salute mentale, scompaiono. Passato. Presente. Futuro. Quando questo avviene non siamo più certi di sapere chi siamo, o forse non possiamo più fingerci certi di sapere chi siamo.

(Simmetrie amorose, Jeanette Winterson, traduzione di Pia Pera, Mondadori, 1997)
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 Galaad Edizioni (del 25/08/2010 @ 18:18:26, in Nuvole, linkato 25 volte)


(Monet, The Sea at Fecamp, 1881)

Due naufraghi, all'albero abbracciati,
resistettero fino al nuovo giorno,
quand'uno sorridente si volse verso terra -
Che fu, mio Dio, dell'altro!

Rare navi passando
un volto scorsero
dalle acque portato -
gli occhi ancora imploranti nella morte -
e le mani protese alla preghiera -

(Emily Dickinson, Tutte le poesie, a cura di Marisa Bulgheroni, Mondadori, 1997)

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 Galaad Edizioni (del 19/08/2010 @ 18:41:53, in Libri, linkato 48 volte)


di Simone Gambacorta

Chissà con questo caldo dove sarà andato a rinfrescarsi Stevenson. Vorremmo parlargli perché ci siamo imbattuti in un caso in stile dottor Jekyll e signor Hyde. È successo che abbiamo letto “Ennio Flaiano. Hanno detto e scritto di lui”, una raccolta di testi e interviste sull’autore di “Tempo di uccidere”, e l’abbiamo trovata mediocre e sconclusionata. Con una ciliegina sulla torta, cioè il curatore: che c’è e non c’è. In questo senso: sebbene nessuno sia formalmente indicato come tale, abbiamo dedotto che a curare il libro, di fatto, sia stato Augusto Ferrara, che ne è l’editore e che ha firmato una nota dove dice e non dice. Perciò andiamo cercando Stevenson. Vorremmo chiedergli: chi è chi? Intanto ricordiamo a Ferrara che il curatore non è un addobbo, ma colui che assume la responsabilità di una pubblicazione, ne detta i criteri e ne illustra le ragioni. Però o fai il curatore o fai l’editore. Hai scelto il mestiere di stampare libri? Benissimo. Ma abbi la buona creanza, quando necessario, di trovarti curatori capaci di fare un buon lavoro. Il concetto non è così difficile da comprendere: o no? Se fai tutto da solo, rischi di sbagliare. E infatti il libro è raffazzonato e semplicione. I testi della prima parte, quelli “su” Flaiano, denunciano una disposizione casuale e persino illogica. Si parte con uno di Giovanni Russo, “Il mio Flaiano”, ove si ripete il già detto e si cita la citatissima lettera in cui Flaiano parla della sua “abruzzesità” (Russo omette il nome del destinatario, il giornalista Pasquale Scarpitti, che quella lettera pubblicò poi nel suo “Discanto”). Segue un intervento sul “Fondo Flaiano” a firma di Diana Rüesch, conservatrice dell’Archivio Prezzolini alla Biblioteca di Lugano. Nulla da ridire (per un lapsus calami avevamo scritto: nulla da ridere), ma che c’entra? Più pertinente è invece la nota “Flaiano, i suoi libri, le sue letture, gli anni Trenta e Quaranta”, di Rosetta Rota (la vedova dello scrittore scomparsa nel 2003), mentre non si capisce cosa ci stia a fare quel ricordo dove la Rüesch, di nuovo lei, spiega “Chi era la signora Flaiano?” (stiamo parlando di Ennio o della moglie?). Subito dopo c’è un ottimo saggio del compianto Francesco Desiderio sull’antitesi tra Flaiano e D’Annunzio, ma a conferma dell’andamento casciarone delle pagine, ecco saltare fuori un testo di Flaiano, “Io, D’Annunzio, la nostra Pescara”: una testimonianza preziosa, ma se non abbiamo frainteso, il titolo del libro recita “Ennio Flaiano. Hanno detto e scritto di lui”, non “Ennio Flaiano. Ha detto e scritto di sè”. Il problema non è il valore dei singoli contributi (Russo a parte), il problema è che sono stati assemblati senza criterio (ne manca uno anche per le norme redazionali, e lasciamo perdere le scelte grafiche). Dopo questo minestrone approntato alla bell’e meglio, il menù prevede il fritto misto delle interviste (realizzate tra il ’94 e il 2009) a “famosi” che hanno conosciuto Flaiano. A rispondere a Russo, Mario Pandolfo, Giulietta Rovera e Francesco Totoro (per quella a Biagi) sono stati in tanti, da Vaime a Costanzo, da Monicelli a Guerra, da Risi a Zeffirelli, da Proietti alla Lollobrigida (che parla di sé). A parte alcune domande imbarazzanti (a Lattuada viene chiesto se frequentasse con Flaiano «i bar romani»; non i caffè, i bar: come due avvinazzati), queste interviste suonano superficiali e confermano che a domanda approssimativa segue risposta approssimativa. La somma di due approssimazioni dà per risultato l’inutilità. Inutilità che, in questo caso, ha le fattezze di un coretto aneddotico (noi siamo del tutto contro Sainte-Beuve, ma un conto è parlare dell’uomo nella prospettiva dell’opera, un conto è parlare dell’uomo e basta). Dopo le interviste, c’è una paginetta sul Teatro Flaiano di Roma, alcune lettere tratte “Dall’espistolario” del Satiro e, dulcis in fundo, un spazio dedicato alle “Curiosità”, con disegni, schizzi e caricature. Poi basta. E meno male.

(“Ennio Flaiano. Hanno detto e scritto di lui”, Augusto Ferrara Editore, pp. 190, Euro 26)
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 Galaad Edizioni (del 04/08/2010 @ 14:28:55, in Libri, linkato 100 volte)


di Simone Gambacorta

Siamo ai primi del Novecento. I fratelli Homer e Langley sono di famiglia agiata, vivono in un palazzetto a New York e il loro cognome è Collyer. Sono i protagonisti del nuovo romanzo del grande Doctorow e hanno una particolarità: sono matti. Homer è cieco e sarà la sua voce ad accompagnarci nella storia, che inizia proprio col racconto della perdita della vista (diverrà anche sordo). Un giorno Langley parte per la Grande Guerra e Homer resta a casa con i genitori: due persone eleganti che però, nel giro di poco tempo, muoiono d’influenza spagnola. Quando Langley torna non è più lo stesso e lui e Homer sono ormai soli (domestici a parte). Langley, che è il vero protagonista e che «non faceva mai le cose come tutti gli altri», ha smanie filosofiche, ha coniato la Teoria del rimpiazzo («Nella vita tutto viene rimpiazzato», i genitori dai figli e via dicendo) e ha un pallino che, se non fosse un delirio, sembrerebbe un sogno: realizzare un giornale «eternamente attuale» per fissare «la vita americana in un’unica edizione». Così, è sempre Homer a dircelo (l’io narrante è lui perché si rivolge a Jacqueline: e leggendo capiremo), Langley si dà all’acquisto forsennato di quotidiani. Suddivide le notizie in categorie e le archivia per estrarne statistiche allo scopo di creare un numero unico che vada bene «per qualsiasi giorno». Ed eccoci a un’altra stranezza dei Collyer, l’accumulo. Langley conserva tutti i giornali che compra e col passare del tempo, complice l’avallo di Homer, conserverà di tutto e trasformerà la casa, una volta bella e finemente ammobiliata, in un sempre più caotico e decadente «labirinto di viottoli pericolosi, pieno di ostacoli e vicoli ciechi», un magazzino stipato di materiali di ogni tipo, compresa un’autombibile («Tutti sembravano interpretare la sua tendenza all’accumulo come un ethos»). Ma mentre accumulano roba e gli anni passano, ne combinano di tutti i colori: fra l’altro hanno amorazzi (qualcuno più duraturo), organizzano tè danzanti, vengono arrestati, danno asilo a un gangster, ospitano un gruppo di hippy, rischiano un incendio, si beccano un’ipoteca, subiscono il taglio dell’acqua e della luce. I Collyer se ne stanno sempre ficcati in casa e diventano leggenda, ma nella misura in cui diventano bersaglio delle sassate dei ragazzini. La stampa parla della loro folle e anarchica originalità, e intanto sullo schermo del globo sfilano la seconda guerra mondiale, lo sbarco sulla luna e altri eventi. Sin dal ritorno di Langley, i due si sono sempre più isolati dal mondo, in un distacco progressivo e costante. Anche l’ironia, che puntolina soprattutto le pagine inziali, scemerà e sarà risucchiata dal senso tragico di queste due vite. Langley è pazzo, non ci piove, ma Homer è suo sodale e non ne respinge le trovate: perciò il matto non è uno, sono due. Tobino diceva che i «matti sono ombre con le radici al di fuori della realtà»: e infatti Homer e Langley stanno fuori dalla realtà degli altri perché sono conficcati nella loro (la casa). Il libro è ispirato a una storia vera: i Collyer sono esistiti e naturalmente, per romanzarne la vicenda, Doctorow si è concesso tutta una serie di licenze. Il romanzo finisce quando Homer sente un boato e una forte vibrazione dell’edificio, come una scossa di terremoto, ed è con questa sospensione improvvisa ma non brusca che cala il sipario (nella realtà furono ritrovati cadaveri: Langley schiacciato da una valanga di carta, Homer morto di stenti perché bloccato da cataste di roba). Forte di una narrazione trainata da una scrittura sempre fragrante, “Homer & Langley” fa rimpiangere di interrompere la lettura per rispondere al telefono o per accendere una sigaretta. E Doctorow dimostra che una vita, anche la più eccentrica, anche la più solitaria, può parlare a qualsiasi lettore, anche il più ordinario, anche il più normale: sempre che la si sappia inventare e raccontare.

(Edgard Laurence Doctorow, “Homer & Langley”, traduzione di Silvia Pareschi, Mondadori, pp. 215, Euro 19,50)
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 Galaad Edizioni (del 29/07/2010 @ 14:53:42, in Interviste, linkato 60 volte)


di Simone Gambacorta

Michele Trecca, foggiano, classe 1954, critico letterario e direttore della benemerita rivista online «Booksbrothers», ha pubblicato – fra l’altro – la raccolta di interviste a scrittori “Parola d’autore. La narrativa italiana contemporanea nel racconto dei protagonisti” (Argo, 1994) e “L’albergo delle storie. Materiali critici di narrativa italiana contemporanea e qualcos’altro” (Palomar, 2004). Operatore culturale, collaboratore della «Gazzetta del Mezzogiorno», Trecca gestisce anche una libreria. In questa intervista parla del mestiere del recensore, delle possibili differenze tra un recensore e un critico e del suo modo di scrivere dei libri degli altri.

Quand’è che, da lettore, sei diventato critico letterario?
È successo tutto casualmente, a metà anni Ottanta. Ero a Varese, insegnavo, e un amico della «Gazzetta del mezzogiorno», incontrato dopo tanto tempo, mi chiese se mi andava di fare “intervistine” ad autori... tanto, aggiunse, sei a due passi da Milano e di lì passano tutti. In effetti, furono anni molto belli, ricchi di incontri e frequentazioni. Facevo solo interviste o quasi. Ascoltavo con grande piacere e umilmente sbobinavo, poi tagliavo e rielaboravo. Ho ancora tante cassette. Credo che ormai abbiano un certo valore storico. Tornato a Foggia, per un periodo continuai con le interviste. Partivo la domenica sera, viaggiavo la notte, facevo due tre interviste, ripartivo la sera del lunedì, il martedì ero al lavoro. Dopo un po’ decisi che era più comodo fare il critico e, cioè, recensioni, non interviste. La verità, però, è che ormai c’erano i fax e gli autori preferivano sempre più rispondertti in quel modo. Meglio le recensioni.

In un tuo libro, “L’albergo delle storie”, hai raccolto una gran quantità di recensioni sulla narrativa italiana contemporanea e altri “materiali critici” scritti tra il 1995 e il 2003. Cos’è che fa di una recensione una buona recensione?
Secondo me, una buona recensione è quella che ti fa capire non solo il libro di cui parla ma anche il punto di vista e la personalità di chi ha scritto quella recensione. È come quando ti presentano una persona: te ne fai un’idea, prima ancora di frequentarla, sulla base di ciò che pensi di chi te l’ha presentata e delle circostanze e del modo con cui l’ha fatto. Far capire un libro per me significa mettere chi legge una recensione in condizione di valutare come e per quali aspetti (riflessivi, emotivi, informativi, di conoscenza, di confronto con un altro punto di vista, di ribaltamento di gerarchia di valori...) esso può interagire con la sua vita. Il piacere della lettura nasce da questa ricerca di connessione (che il critico motiva e orienta) e poi, eventualmente, dal contatto fisico fra le pagine che si leggono e la carne viva della vita di chi legge.

Grazia Cherchi, ma anche Paolo Milano o Geno Pampaloni, ritenevano che una recensione dovesse comprendere tre elementi: il riassunto della trama del libro, alcune citazioni testuali che dessero il tono delle pagine, e il giudizio.
Giustissimo. Ma come dosare e distribuire questi elementi? E, soprattutto, come collegarli fra loro in un unico discorso, il tuo, che non può e non deve essere la somma di pezzi di riporto di un altro testo? Una recensione ha una propria autonomia, esattamente come ce l’ha un romanzo rispetto alla realtà, quale che sia il suo contenuto. Al tempo stesso, però, una recensione ti aiuta a capire un romanzo e un romanzo ti aiuta a capire la realtà. Ricette non ce ne sono. Una recensione è un atto creativo e, quindi, una singolarità.

Dicevamo che le tue recensioni erano state pubblicate per la maggior parte sulla «Gazzetta del Mezzogiorno», quindi su un quotidiano. In una sua nota di qualche anno fa, “Parlare di un libro nei giornali”, Claudio Marabini – secondo me a ragione – sosteneva questo: «Un libro può essere una notizia. La notizia su un libro necessita di un’opinione. La somma tra la notizia sul libro e l’opinione critica sul suo contentuo costituisce la recensione». Vorrei sapere cosa ne pensi.
Il giudizio critico di una recensione non può riguardare solo il contenuto ma l’insieme delle parti di un libro, a partire da quella di volta in volta più significativa nel suo dna. Il giudizio critico su un libro deve dire se la fitta trama di interazioni fra le parti di un libro costituisce un mondo, quale mondo e come esso può entrare in gioco nelle vita di chi legge.

Il discorso di Marabini mi fa pensare questo: che da quando esistono le comunicazioni di massa, la figura “tradizionale” del critico ha figliato quella del recensore, colui, cioè, che scrive di libri in un’ottica di servizio per il lettore e che lo fa da una latitudine essenzialmente giornalistica. Che ne dici?
Il punto di vista giornalistico è quello per cui nessun fatto è di per sé notizia ma qualsiasi fatto può diventarlo. Un fatto diventa notizia se il giornalista riesce a trovare in esso motivi di interesse per il proprio pubblico. In questo senso è giusto che il lavoro del recensore stia nei parametri giornalistici della notiziabilità di un fatto. Troppo spesso, però, in redazione si riduce il possibile interesse di un libro alla sua data d’uscita o al numero di copie vendute. Bisognerebbe lasciare più libertà al recensore ed anzi sollecitare la sua capacità di trovare in ogni libro altri motivi di interesse che non siano la novità e il successo.

La differenza fondamentale, secondo me, è che il critico lavora in area accademica o para-accademica, e conserva questa matrice anche quando è “prestato” a un giornale, mentre il recensore lavora stabilmente in area giornalistica. Lo scritto del recensore “tende” alla critica, nel senso che contiene un giudizio, ma pimariamente si rivolge a un pubblico non specialistico per finalità informative. E questo spiegherebbe un’importante affermazione di Petronio, che in un’intervista disse: «Non esiste più solo il critico accademico. Esiste il critico che lavora nelle università, quello che lavora nei mezzi di diffusione di massa», cioè –«radio, televisioni, giornali».
O, forse, non esiste più né l’uno né l’altro se consideriamo la loro incidenza reale nella società o, semplicemente, nella capacità di orientamento del pubblico. Né i ciritici né i recensori hanno più l’autorevolezza di un tempo. Sono ormai figure marginali, autoreferenziali. Scambi di favori e guerre per bande sono il senso più vero di tanti interventi più o meno critici. Del resto, chi scrive di libri sono più o meno le stesse persone che votano nei vari premi letterari a cominciare dallo Strega. Se la loro libertà di giudizio è tale per cui nella circostanza solenne di un premio votano come sappiamo, e cioè prendendo ordini dalle rispettive case editrici, perché invece dovrebbero avere indipendenza di giudizio quando scrivono di queso o qul libro?

Quindi esiste una libertà di recensione? Beradinelli ha parlato, condivisibilmente, di «pubblicità culturale».
Esiste la libertà, la censura, l’autocensura. Siamo in democrazia e ognuno sceglie, a seconda dei propri mezzi e delle proprie capacità.

Torniamo a te. C’è un punto che mi interessa tantissimo ed è questo: come funziona la stesura di una tua recensione?
Dopo tanti anni, non ho ancora un metodo. So, però, che per me è fondamentale la prima frase o, comunque, l’inizio. Comincio a scrivere solo quando esso mi è assolutamente chiaro, parola per parola. Generalmente, quando finisco di leggere un libro, ho chiare le prime righe. Devono piacermi davvero molto, per accendere il computer e cominciare a scrivere. Il resto è una conseguenza obbligata. Il mio impegno è mantenere fede a quelle righe, comprendendole e argomentandole. È come una puntata alta d’apertura al poker. Dopo devi necessariamente tenere su di giri il gioco. Non so se sia un paragone appropriato perché in realtà conosco poco il poker.

Quanto impieghi, mediamente, a scrivere una recensione?
Almeno due sessioni di lavoro. Per sessione di lavoro intendo una mattinata, un pomeriggio e cioè almeno quattro ore a volta. Mi vergogno a confessarlo, in realtà spesso impiego più tempo. La verità è che se dividessi il compenso per una recensione con le ore di lavoro impiegate (mettici pure la lettura del libro) risulterebbe che il reato di riduzione in schiavitù non è un’esclusiva dei caporali che ingaggiano manodopera per la raccolta dei pomodori. Credo sia una piaga sempre più diffusa nel mondo giornalistico. Non c’è alternativa: fare recensioni non può che essere un secondo, terzo, anzi quarto o quinto lavoro. A meno che non ne fai in modo seriale oppure hai un circuito per riciclarle. Per quanto mi riguarda ne faccio poche, ormai sempre meno.

Ma come si impara questo mestiere?
Come tutti i mestieri, con intelligenza, umiltà, passione e, soprattutto, pratica.

Sei favorevole alla stroncatura?
Certo, ma deve valerne la pena. Per stroncare un libro devi leggerlo e se non ti piace è una sofferenza. Ti giochi, quindi, la cosa più bella del lavoro di recensore, il piacere della lettura, senza guadagnare nulla in cambio. Alla fine hai solo perso tempo abbrutendoti con una cosa brutta e hai comunque fatto un grosso favore all’autore parlando del suo libro. Visto l’alto numero di pubblicazioni, infatti, in Italia il primo problema per un libro è che se ne parli. Solo la circolazione dell’informazione certifica l’esistenza di un libro. Un libro nasce quando se ne parla. Non è il caso, quindi, di sfruttare lo spazio sempre più ridotto dell’informazione letteraria per sostenere ciò che ti piace e ti sembra giusto che gli altri conoscano? Spesso le stroncature sono un modo per illudersi di avere potere e nascono da livore e frustrazione.

Cito un tuo brano: «La critica letteraria deve trovare un linguaggio nuovo (…) non può più (fingere di) parlare il linguaggio unidimensionale della ragione, è ora che valorizzi la componente emotiva», perché «ammetterne il fondamento passionale non sminuisce l’attendibilità di scelte, ipotesi e valutazioni. Seguire l’andamento rapsodico di sollecitazioni istintive è prova di onestà e non di debolezza. Usare linguaggi d’altri mondi può servire a dribblare una noiosa e inutile autoreferenzialità». Vorrei soffermarmi un po’ su questo punto, che mi pare importante.
Penso sia sciocco ostentare assolutezza nei propri giudizi. In ognuno di essi c’è un’incontrovertibile soggettività che non va occultata ma esplicitata rendendo conto a chi legge delle sue ragioni. Dire di un libro che è fatto di parole con altre parole è come tradurre. Nel migliore dei casi un’approssimazione. Mettere delle parole in relazione con altri linguaggi può essere un modo per arricchirle.

Perdonami se mi cito, ma vorrei sapere cosa pensi di alcune righe che ho scritto qualche tempo fa: «Recensire un libro significhi intuire e non cogliere un’incognita sfuggita. Si legge, si prendono appunti, si scrive: e quando si torna a scorrere la nota che nel frattempo si è pubblicata, si ha l’impressione di aver mancato il bersaglio, di essere finiti fuori strada (in tutto o in parte), di aver fatto, insomma, un buco nell’acqua. La recensione scade così a brutta copia, la bozza “definitiva” di un qualcosa che ormai è stato consegnato alla carta stampata».
La recensione è un atto creativo e, come tale, nasce da un’urgenza interiore che quella lettura spinge alla superficie della coscienza e, quindi, della parola. L’orizzonte di riferimento di una recensione è talmente vasto da non poter mai essere soddisfatto.

Ma in sostanza, perché si recensiscono i libri? Che “cosa” è una recensione?
È la continuazione della lettura con altri mezzi. Un modo per lanciare una sonda di profondità dentro se stessi.

Quali sono le firme che oggi leggi con maggiore piacere?
Marco Travaglio e Fulvio Abbate. Leggo quotidianamente le loro recensioni dei fatti o libri della politica e della televisione. Del primo ammiro la laboriosa onestà quotidiana d’una precisione implacabile e sulfurea. Del secondo la leggerezza ironica e amara con cui riesce a fare acute analisi sociali in un breve spazio.
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 Galaad Edizioni (del 26/07/2010 @ 16:57:36, in Libri, linkato 46 volte)


di Consuelo Calcagno

“Un re è l’uomo quando sogna, un mendicante quando veglia”

In questo racconto, tanto breve quanto intenso, Dostoevskij scardina la filosofica asserzione in epigrafe e attacca il mito del sognatore schilleriano. I sognatori sono per Dostoevskij uomini che, consapevoli dell’impossibilità di far coincidere l’arte con la vita, decidono di staccarsi dalla vita stessa. Il protagonista del racconto è per l’appunto un sognatore, un giovane uomo che vive esclusivamente in contatto con se stesso. Ciononostante, Dostoevskij non ce lo presenta come un infelice ma come un uomo che, cosciente della propria condizione di “sognatore”, accetta la solitudine come corollario del sogno. Le lacrime di una ragazza (sconosciuta e al contempo nota) faranno sì che il sognatore decida di rischiare a viversi. Le conseguenze di questa scelta saranno molto amare per il protagonista, ma Dostoevskij ci fa capire che vale comunque la pena di vivere, amare, aprirsi all’altro, rompere il guscio del sogno precipitandosi nella vita. Perché “un minuto intero di beatitudine può ben colmare tutta la vita di un uomo”.

(Fedor Dostoevskij, Le notti bianche, a cura di G.Spendel, Mondadori, 2003)
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 Galaad Edizioni (del 21/07/2010 @ 14:42:49, in Orme sulla luna, linkato 51 volte)

Un aguzzino può tagliare il naso a un uomo; ma se l'uomo ha la possibilità di generare, suo figlio nascerà col naso. La stessa cosa avviene con l'istinto: un nucleo di istinto immutabile nell'uomo fa sì che chi fa il lavaggio del cervello debba ricominciare il suo lavoro di manipolazione sempre da capo, con ogni individuo e ogni generazione; alla fine, diventa un lavoro molto faticoso.

(Bruce Chatwin, Le vie dei canti, traduzione di Silvia Gariglio, Adelphi, 1988)

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 Galaad Edizioni (del 18/07/2010 @ 16:32:00, in Interviste, linkato 59 volte)


di Simone Gambacorta

A colloquio con la giovane scrittrice

Elisa Ruotolo, classe 1975, è nata e vive a Santa Maria a Vico. Nel 2007 ha vinto il 40° Premio Teramo nella Sezione “Giacomo Debenedetti” col racconto “Buon compleanno papà”. Adesso sbarca nelle librerie con “Ho rubato la pioggia” (Nottetempo, pp. 160, Euro 14), una raccolta di tre storie ambientate nella provincia campana. L’abbiamo intervistata.

“Ho rubato la pioggia”, il tuo primo libro, raccoglie tre racconti. Come lettrice, che rapporto hai col racconto?
«Ho sempre amato molto i racconti. Nella mia mente di ragazzina e poi di adulta bisognosa di storie pensavo che fosse una gran fortuna trovarne diverse in un libro. Se dovessi dire un titolo su tutti citerei “Un paio di occhiali” della Ortese, contenuto ne “Il mare non bagna Napoli”».

Dalla lettura alla scrittura. Che vuol dire scrivere un racconto?
«Scrivere un racconto significa dare forma a una vita che ti cade dentro, magari mentre cammini per la strada, mentre ascolti qualcuno che si racconta nella vettura di un treno. Significa creare un “meccanismo di vite” che funzionino, che reggano, che rappresentino insomma un mondo plausibile anche sei solo tu ad averlo creato. Non è diverso dalla scrittura un romanzo, quindi».

Mi piacerebbe sapere come funziona il tuo banco di lavoro quando sei alle prese con la storia, dall’idea iniziale all’ultimo punto.
«In verità io non riesco mai a progettare interamente una storia, per breve che possa essere: la comincio e la seguo io stessa, senza sapere dove andrò a finire. Lo so, è una faccenda inquietante, ma a pensarci anche nella vita accade lo stesso e mi piace conservare scrivendo quella stessa naturalezza imprevedibile che ci ritroviamo tra le mani ogni mattina. Alzarsi e chiedersi: “Che accadrà oggi nella mia vita e in quello che sto scrivendo?”. Una cosa che inquieta, ma che emoziona anche».

Come capisci che una storia è conclusa?
«Quando tutto è stato detto, senza tralasciare nulla. Quando non hai altro da aggiungere, e se lo fai ti accorgi che è superfluo. Allora la storia è finita e puoi contarle le pagine».

Nel 2007, col racconto “Buon compleanno papà”, hai vinto il Premio Teramo nella Sezione “Giacomo Debenedetti”. I premi servono ancora, a quanto pare. Portano bene, se non altro.
«Ho un buon ricordo del Premio Teramo e credo che i concorsi letterari aiutino a trovare quel riscontro di lettura che è tanto importante quando si comincia».

Veniamo adesso a “Ho rubato la pioggia” partendo dall’ambientazione, che è quella della provincia campana…
«Sì, ho scelto un paesaggio familiare che mi facesse sentire a casa: cominciando ho voluto raccontare la mia appartenenza».

Una latitudine narrativa colorata, tra l’altro, da memorie e mestieri…
«Ci sono di sicuro le memorie, personali e locali, e i mestieri conosciuti da bambina che poi ho disseminato di storia in storia: il rivenditore di gassose, le due sorelle che vivono facendo conserve piccanti, la vecchia signora che rivende in casa gli ori che ha comprato nei vicoli di Forcella. Ho cercato di mettere in salvo – raccontandolo – un mondo che sta scomparendo, perché come sostiene l’esergo di Céline, sarebbe terribile “non dirlo”».

Il primo racconto, “Io sono Molto Leggenda”, oltre ad avere questo titolo “molto” parodico, è una storia di deformazione, di sperdimento.
«E’ la storia di un ragazzino che prova a diventare un leggenda del calcio. Il che funziona finchè rimane negli argini del suo campo di provincia. Una storia di sperdimento, sì, ma con il lieto fine di trovare un proprio posto nel mondo, passando da un sogno di gloria a uno che include un destino di normalità».

Il secondo, “Il bambino è tornato a casa”, parla invece di riti domestici e telenovelas, di due bambine, di una scomparsa…
«Avevo in testa la storia di un bambino che scompare improvvisamente senza lasciare traccia. Mi sono sempre chiesta se c’è un tempo oltre il quale una madre smette di aspettare e riprende a vivere da capo. Se una persona ce la può fare. Poi, ho intrecciato a questa situazione di partenza le vite di Irene e Bianca, due sorelle che vivono di affetti forti e senza compromessi, tipici di chi è rimasto in una infanzia di vita e di sentimento».

“Guardami” è invece una storia di silenzi, di cose che succedono da sé.
«Sì, ed è anche la storia di un’amicizia, tra il ragazzino che racconta e Cesare, un uomo che per ragioni sue non parla mai. Ma soprattutto è il racconto di come tra l’amore e la pietà si possa arrivare a scegliere la seconda».

Il destino è un tema importante, per te.
«E’ vero, è un tema che ricorre: destino è ciò che va come deve andare, ma credo che a monte di tutto, tra noi e lui, ci sia comunque una connivenza».

Parlami dei tuoi personaggi.
«I miei personaggi non hanno origini “nobili”. In genere si cade nell’errore pirandelliano: si vede l’autore comodamente seduto in poltrona, con addosso qualcosa di comodo e magari un camino acceso, e i personaggi in processione ad assediarlo in una richiesta di racconto. Spesso si pensa questo. A me – che sono ancora lontana dal sentirmi scrittrice – accade qualcosa di diverso. Accantono spesso la comodità, i personaggi smarriscono il mio indirizzo – se fossi uno scrittore importante ciò non accadrebbe? – allora non mi resta altro che andare a cercarmeli nella via. Molto Leggenda, Cesare, Maria sono arrivati a me in questo modo. Li ho cercati, li ho cercati a lungo, e alla fine li ho trovati per portarli a casa».

Vorrei dicessi qualcosa sulle scelte stilistiche.
«Posso dire che questi racconti sono stati scritti usando una sintassi che ha un fondo dialettale. Non è stata una scelta mirata, ma quando ho cominciato a raccontare questo microcosmo automaticamente ho usato le strutture linguistiche che gli erano proprie, il mio compito era di renderle accoglienti».

Questi racconti quando sono stati scritti? E sono stati scritti in previsione del libro? E per quanto tempo ci hai lavorato?
«I racconti sono stati scritti tra il 2007 e il 2009. Ci ho lavorato per circa tre anni, quindi, ma con pause più o meno lunghe per fare altro, una specializzazione, un lavoro da trovare. Scrivevo e basta, senza pensare di doverne fare un libro a tutti i costi. Sperare di pubblicare è giusto e legittimo, ma scrivere solo con quel fine credo contenga un nocciolo di tradimento».

[Intervista pubblicata sul quotidiano «La Città» (Teramo) il 15 luglio 2010]
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 Galaad Edizioni (del 12/07/2010 @ 09:30:14, in Libri, linkato 56 volte)


di Simone Gambacorta

La cattedra no. A Giancarlo Vigorelli una carriera da professore universitario sarebbe andata stretta. E dire che le porte erano aperte. Assistente di Filologia romanza nel ‘38 alla Cattolica (vi si era laureato con una tesi su Gide) e poi Preside di Liceo a Lecco, ben presto fu mandato a casa per via del suo antifascismo. Ma dopo la guerra, che fra l’altro lo portò ad aderire alla Resistenza e a riparare in Svizzera, avrebbe avuto agio nel dedicarsi a lezioni, esami e tesi. Non lo fece. La sua vocazione di uomo di lettere, per trovare compimento, doveva esprimersi fuori da un’aula, a contatto con la gente e col mondo, in un combaciare di letteratura e vita. A patto, però, che il contatto fosse concreto, costruttivo e finalizzato a una crescita collettiva che ponesse l’uomo al centro. In questo senso, fu davvero un militante. Per Vigorelli la cultura era “rapporto” (una parola per lui fondamentale), connessione, creazione di situazioni, scambi e confronti. La sua esistenza fu costellata di incontri (e scontri: aveva un caratterino niente male) e amicizie con artisti, scrittori e intellettuali. Impossibile elencare tutto quel che fece. Giovanissimo, collaborava già con importanti riviste. Poi fondò e diresse giornali, creò premi letterari (tra cui il Taormina, dove, fra gli altri, fu accolta Anna Akmatova, da vent’anni privata del passaporto e “detenuta” in patria), organizzò mostre e convegni, firmò libri (l’impegno pubblico non ne inficiò mai la qualità, basti pensare al bellissimo “Carte d’identità”). Fece pubblicare “Il male oscuro” di Berto da Rizzoli, portò Sartre da Mondadori, fece tradurre i giapponesi Mishima e Tanizachi e fu tra i primi a valorizzare Pasolini. Il critico come motore, insomma, come fluidificante, come snodo, come propulsore. L’opposto, per capirci, del pensatore isolato. Fieramente lombardo (nacque a Milano nel 1913, si è spento nel 2005), fine italianista (oltre a tanti interventi e saggi dati alle stampe, fu Presidente del Centro Nazionale di Studi Manzoniani), questo imprenditore con l’hobby della letteratura (si definiva così, scherzosamente: sapeva di essere un abile organizzatore con doti di politico) visse l’intera sua esperienza intellettuale in una dimensione europea, perché solo un’Europa della cultura avrebbe sconfitto l’Europa delle ideologie (Cortina di ferro e affini). Da qui la fondazione, nel 1958, insieme con Angioletti, della Comunità Europea degli scrittori, e da qui la nascita della rivista «L’Europa letteraria» (poi «Nuova Rivista Europea»). Per la cura di Carla Tolomeo, Gian Paolo Serino e Lorenzo Butti è uscito “Così tante vite. Il Novecento di Giancarlo Vigorelli”, una bellissima biografia per immagini che, grazie a molte fotografie tratte dall’archivio privato del critico, ce ne racconta il percorso (con interventi di Claudio Magris, che ne sottolinea la «nota cristiano-cattolica», Josep Maria Castellet, Thor Vilhjálmsson e la stessa Tolomeo). Un percorso portato avanti gomito a gomito con grandi nomi. Proviamo a farne alcuni, consci delle inevitabili omissioni: Patti, Bassani, Flaiano, Piovene e Foucault. Oppure Moravia, Parise e Ungaretti. E ancora Ionesco, Borges, Montale, Pound, Bufalino e Buzzati. E poi Sciascia, Zavattini, Luzi, Chiara, Sereni e Malraux. Non è finita: Bacchelli, Steinbek e la Duras. Senza dimenticare Picasso e De Chirico, Manzù e Balla, Guttuso e Bianciardi, Quasimodo e Carlo Levi, Calvino ed Evtuchenko (Vigorelli respirò anche tanto cinema, con Antonioni, Fellini e quel Rossellini di cui fu collaboratore). In questo volume ci sono volti sorridenti, volti assorti, volti che parlano o che ascoltano. Il bianco e nero diventa una musica di gesti e sguardi che dà forma a questo “romanzo” postumo che è il libro più bello che Vigorelli abbia scritto.

(“Così tante vite. Il Novecento di Giancarlo Vigorelli”, a cura di Carla Tolomeo, Gian Paolo Serino, Lorenzo Butti, prefazione di Caludio Magris, Mattioli 1885, pp. 335, Euro 33)

Questa recensione è stata scritta alcuni anni fa in occasione della pubblicazione del libro cui si riferisce. Era destinata a una rivista che poi, per disguidi redazionali, non ebbe modo di pubblicarla. Viene perciò riproposta ora, “ritardataria” ma almeno inedita.
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(Storia di una fattoria africana, Olive Schreiner)

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