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"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)

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 Galaad Edizioni (del 26/01/2012 @ 08:43:38, in Libri, linkato 47 volte)


di Simone Gambacorta

Abruzzese d’origine, romano “da sempre”, Renato Minore è tante cose: giornalista, critico letterario, saggista, poeta, narratore, docente universitario, anche traduttore e autore di favole. Per le favole e i testi per l’infanzia ha un proprio debole: lo dicono il recente “Re Tontolo” e la collana “C’era non c’era”, che diresse per Giunti & Lisciani e che accolse i maggiori scrittori italiani. Il nuovo frutto dell’amore tra Minore e la letteratura, “La promessa della notte”, con questo titolo accattivante preso da Zanzotto, esce adesso per Donzelli (pp. XI - 226, Euro 25). È una raccolta di ventuno conversazioni con poeti italiani (da Bertolucci a Caproni, da Loi a Sanguineti) che nasce da una “ristrutturazione” del praticamente sconosciuto “Dopo Montale. Incontri con i poeti italiani”, licenziato nel 1993 per Zerintya. Nelle interviste qui raccolte, quasi tutte apparse sul «Messaggero» tra il 1980 e il 2008, c'è molto: c’è la critica letteraria, che fa capolino nelle domande e nelle introduzioni ai dialoghi; c'è la mediazione del giornalismo culturale, con lo scopo di far conoscere le parole di chi per le parole vive; e c'è la grande protagonista, la poesia, “raccontata” da un mirabile coro di solisti. Il libro fa il punto su due emisferi distinti e contigui. Il primo, quello letterario in sé, più ricco e piuttosto diverso da quello odierno. Il secondo, e qui è lecita un'intrusione nel privato dell’autore, una stagione di "ascolto" che continua a ritornare come uno specchio, come un destino, come un consuntivo dove la dissolvenza incrociata tra il critico e il poeta dà forma a un diario pubblico dialogato. Ecco allora questa rapsodia “in tu" – anche se di mezzo c'è un "lei", l'intervista presuppone comunque un "tu" – diventare un arazzo, un tappeto volante diretto verso un’isola che non c’è, ma dove «tu metti insieme cinque parole assolutamente normali e per ragioni di suono e ritmo, di significato puro e semplice, esse fanno una poesia» (Giovanni Giudici). La premessa che apre il volume è un piccolo manuale non didattico su come intervistare un poeta: l’immersione preparatoria nel suo «universo linguistico ed espressivo», il registratore per la «fedeltà testuale», il taccuino per le «impressioni e gli spunti più immediati», il parlare «senza un argomento prescelto» e «senza alcuna sistematicità». Giusta anche l’impostazione dei “capitoli”, strutturati secondo un assemblaggio di “momenti”. A una scheda bio-bibliografica segue una succinta bibliografia critica sul protagonista “di turno”, dopo di che si passa dal testo introduttivo al colloquio, quasi un articolo a sé, felicemente sospeso tra ritratto e critica, e tutto sciolto nella fascinazione per un poeta che parla di lì a poco nell’intervista vera e propria (a volte c’è anche una chiosa di chiusura, altre volte lo schema varia); e infine una poesia del maestro appena ascoltato, che può anche essere di stordente bellezza: come “Non mi lassari solu” di Ignazio Buttitta («Ti vogghiu diri di non lassarimi sulu / nta sta strata longa chi non finisci mai»), oppure “Congedo del viaggiatore cerimonioso” di Caproni («Di questo, son certo: io / son giunto alla disperazione / calma, senza sgomento»), oppure ancora “Dai tetti” di Carlo Betocchi, i cui ultimi versi ricordano il Manzoni protagonista del “Natale del 1833”, il romanzo con cui il “cattolico” Pomilio vinse lo Strega: «O come divino spazio su di noi / il tuo occhio, dal senso inafferrabile». Il libro onora la promessa fatta in copertina: che non è tanto quella della notte, quanto quella di dare accesso ai cantieri della poesia. Attilio Bertolucci a sedici anni faceva traduzioni di Lautréamont e aveva un professore di Lettere, tale Cesare Zavattini, che gliele pubblicava nella «Gazzetta di Parma»: un fatto che racchiude un’intera sorte, con già dentro ogni indizio e ogni promessa. Franco Loi arriva a scrivere in dialetto milanese folgorato dal romanesco di Belli, che sapeva mettere in un sonetto così tanti sapori e riverberi da bastare per un romanzo. Giorgio Caproni considerava invece il poeta come un minatore: «Con la poesia, da fatti autobiografici, si scava in se stessi: ma si va proprio in giù, come un minatore, e si può trovare una zona dell’io che è di tutti, che era in tutti, soltanto che negli altri dormiva». Una dazione squisitamente etica, dove il poeta, «partendo dai laterizi delle proprie esperienze, e costruendo con tali laterizi le proprie metafore, (…) riesce a chiudersi e a inabissarsi talmente in sé da scoprirvi (…) quei nodi di luce che sono di tutta intera la tribù». Un’estrazione veritativa, e arriviamo così a Mario Luzi, che «sveglia qualcosa in ogni uomo, perché c’è qualcosa che appartiene a tutti».

Recensione pubblicata sul quotidiano «La Città» (Teramo) il 19 gennaio 2012
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 Galaad Edizioni (del 24/01/2012 @ 08:51:46, in Mostre, linkato 145 volte)


di Pietro Ruggieri

La mostra monografica dedicata al pittore olandese Piet Mondrian (1872-1944), in corso al Complesso del Vittoriano a Roma, s’intitola “L’armonia perfetta”. Titolo alquanto significativo, che tenta di riassumere lo scopo che Mondrian perseguì nel corso della sua vita artistica. La mostra presenta solo alcune delle opere più conosciute, messe a raffronto con quelle dei pittori che più lo influenzarono nelle varie tappe della sua ricerca. L’esperienza pittorica di Mondrian si avvia con la rappresentazione naturalistica e realistica dei soggetti: prevalgono i paesaggi di campagna, i percorsi di lungofiume, gli alberi. È straordinario scoprire già in queste prime opere del periodo giovanile i segni della futura evoluzione di Mondrian; i tratti delle pennellate sono decisi, i contorni delle figure sono evidenziati da linee dritte, quasi a intuire un senso nascosto nelle cose rappresentabile geometricamente (Casa colonica con corda del bucato, ca 1897; Boschetto di salici, 1902-1904). L’albero è l’elemento fondante della sua ricerca pittorica, lo strumento con il quale Mondrian indaga le forme della natura e la struttura della realtà, astraendone le linee che ne costituiscono l’essenza. A partire dal 1903, gli studi spirituali e teosofici e la condivisione di esperienze artistiche con i pittori simbolisti imprimono una prima accelerazione al processo che condurrà Mondrian all’astrattismo della fase matura. I suoi dipinti iniziano a mostrare un’evidenza marcata di linee orizzontali e verticali (Grande paesaggio, 1907-1908; Paesaggio con dune, 1911; Il campanile della chiesa a Domburg, 1911). Dopo essere rimasto fortemente impressionato dalla pittura cubista, tra il 1912 e il 1913 si trasferisce a Parigi, dove dipinge adottando la tecnica cubista. L’incontro con il cubismo determina una svolta nelle modalità di rappresentazione della realtà. Mondrian, attraverso un processo di eliminazione del superfluo, asciuga e schematizza le forme, sottrae il ridondante per giungere all’essenziale, abolisce la tridimensionalità delle scene cancellando la distinzione tra soggetto in primo piano e sfondo.


L’arte è espressione della vita, è un mezzo per comprendere il movimento vitale universale e rappresentare l’armonia del mondo che ci circonda. La realtà appare complessa ma le sue basi sono semplici e lineari, ed è sempre possibile rintracciarle. L’arte ha dunque lo scopo di far emergere dalla complessità la semplicità dell’essenza delle cose. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, Mondrian è costretto a rientrare nei Paesi Bassi; quasi in isolamento, prosegue in modo inarrestabile e ossessivo il suo percorso di evoluzione artistica. Alla fine della guerra rientra a Parigi e nel suo atelier produce le opere più note, che inaugurano la fase del neo-plasticismo. Gli elementi della rappresentazione pittorica si riducono a linee rette, i colori utilizzati si limitano a quelli primari e il ritmo delle composizioni è espresso unicamente dalla disposizione dei colori sulla tela (Composizione in ovale con piani di colore 2, 1914; Composizione con rosso, nero, giallo, blu e grigio, 1921; Composizione a losanga con quattro linee gialle, 1933; Composizione n.12, 1936-1942). Mondrian intende ricercare una nuova forma d’arte funzionale alla conoscenza della realtà e al contempo adeguata a una società che muta velocemente sotto la spinta del progresso tecnologico e dei traumi provocati dalle tensioni politiche mondiali. L’ascesa del nazismo spinge l’artista ad allontanarsi dall’Europa e a trasferirsi oltreoceano. Per una combinazione del destino, Mondrian trascorre gli ultimi anni della sua vita a New York, città simbolo della modernità e concretizzazione, con i suoi incroci perpendicolari di strade e le forme pulite e monolitiche dei grattacieli, di quelle geometrie lineari da lui tanto amate.



Piet Mondrian Roma, Complesso del Vittoriano dal 7/10/2011 al 29/01/2012
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 Galaad Edizioni (del 04/01/2012 @ 11:23:34, in Libri, linkato 117 volte)


di Leandro Di Donato

Il romanzo ha un incipit fulminante “Mi chiamo Viviana e sto per morire” a cui fa seguito l’abbassamento della tensione narrativa, che trova subito una nuova misura nella voce della protagonista che diventa piana, sussurro, melodia che predispone all’ascolto. Il racconto incanta, scivola lento dando il tempo di assorbire atmosfere, ritmi e accadimenti. Questa narrazione non potrebbe avere altra cifra: lo stile aderisce al racconto come un guanto alla mano. La prima sfida vinta è la plausibilità della voce. Durante la lettura ci si dimentica che il romanzo, svolto da un io narrante femminile, è opera di uno scrittore. L’Autore riesce con grande maestria a dar conto delle emozioni, dei colori e dei toni del sentire al femminile, fino alla descrizione del desiderio sessuale. Una grande prova di scrittura e di controllo della materia narrativa. Il romanzo prende le mosse dalla volontà della protagonista, malata terminale di tumore, di raccontare la propria vita, di lasciare la propria traccia. Viviana comincia a scrivere la storia della sua vita, domenica 10 ottobre 1999 - anno di fine secolo e fine millennio, anno simbolico che segna un passaggio, un prima e un dopo - e conclude la sua fatica sette giorni dopo, la domenica 17 ottobre. Una vita che da ordinaria diventa, ad un certo punto, straordinaria. E questa dinamica ordinario/straordinario è il vero cuore del romanzo, il motore generativo della narrativa di Roberto Michilli. Ma per chi scrivere la propria vita, si chiede Viviana? In fondo è la domanda che accompagna ogni scrittore. La risposta è una splendida definizione di letteratura, una delle più profonde e vere che mi sia capitato di leggere: “Forse nessuno leggerà, ma quello che importa è che ce ne sia la possibilità”, perché la vita raccontata con “sincerità ed onestà sarebbe la memoria vera dell’umanità”. Una definizione che richiama la lezione del filosofo Jacques Derrida sulla relazione vita/morte e sulla funzione della scrittura. C’è un’altra riflessione di Viviana che contiene una verità generale, quasi un epitaffio di questi tempi avvitatisi sui canoni delle apparenze e sul primato della superficialità: “la bellezza è una malattia mortale”. Qui Michilli ci consegna una pagina che, al di là del romanzo, ci aiuta a riflettere su una parte della nostra, non del tutto trascorsa, storia recente che ha alimentato miti, sia pure di cartapesta, e nutrito sogni e ambizioni di troppi giovani che hanno creduto e ceduto alle lusinghe delle apparenze e delle scorciatoie facili e leggere per arrivare al successo, o a quel che per tale veniva e viene spacciato. Le notizie del mondo e dal mondo arrivano a Viviana, come echi lontani, scorrono come sottotitoli. Basso controcanto, colonna sonora intermittente di un piano posto al di sopra o su un piano sempre più altro, il piano di fuori, l’altrove senza più il suo dove. Altro elemento caratteristico della scrittura di Michilli è l’attenzione agli odori, l’attestazione dell’esistenza di altre piste che non incrociamo. Una labile presenza che arriva come onda, poi sfugge, poi ritorna come bava di vento, presagio delle tante presenze che ci sfuggono, che non vediamo, che non conosciamo. Attenzione agli odori che, per contro, ci ricorda la nostra distratta acquiescenza ad una terribile assenza: ci siamo condannati a regalarci fiori che non odorano più. La banda musicale che suscita echi d’infanzia, di una allegria semplice e piena, totale, che non ha increspature, che vive il tempo dell’esecuzione, che riempie le pieghe delle ore e gli echi quelle degli anni, è un’altra presenza importante nelle pagine di Michilli. Altro elemento caratteristico è il microcosmo dell’ufficio, già raccontato in Desideri e ora indagato con gli “occhi” e la psicologia di una donna. Un nuovo racconto, uno sguardo d’angolo, diverso, una posizione altra che offre una diversa visione. Il marito di Viviana, Ivan, è una figura defilata ma precisa, che non scompare mai. Le sue vicende fanno da contrappunto a quelle di Viviana. Il loro filo, cambia diversi colori e vibra con diverse forze di tensione, ma non si spezza mai. Una presenza, che sotto le apparenze dimesse, ha una sua forza e ed esprime la necessità della sua presenza. Una metafora delle seconde possibilità della vita, l’occasione colta di un riscatto che ricostruisce la trama delle relazioni e delle opportunità. Viviana ascoltando Violetta cantare nella Traviata la celebre aria che inizia con “ E’strano” scopre che il centro dell’amore, il solo vero grande amore è quello in cui si ama e si è amati. Amare amando è il cerchio magico che riunisce le due unità esatte, la vera sezione aurea della vita, il ricongiungimento delle due grammatiche del vivere, la sintesi dell’ordinario e dello straordinario. Questa notazione ci conduce al centro del lavoro di Roberto Michilli, a quella che a me pare la sua tematica d’elezione, il suo terreno d’analisi, il suo punto d’osservazione e cioè la dinamica ordinario straordinario. Queste sono infatti le due logiche, le due grammatiche che convivono in una danza senza fine, cedendosi reciprocamente il passo nelle scelte che determinano le vicende della vita. L’onda degli avvenimenti sale, si increspa la superficie, si flettono gli archi delle stabilità la cui rottura annuncia il cambiamento, l’emergere di un desiderio che impone la sua urgenza, la sua logica, il suo equilibrio (perché c’è un equilibrio dei desideri e nei desideri), i suoi tempi. Il desiderio sovverte l’ordine costituito, rompe le forme e gli assetti precedenti, sconvolge la gerarchie consolidate e si prepara a costruire un nuovo (provvisorio) equilibrio. Così il soprannaturale sovverte il naturale, lo straordinario sovverte l’ordinario; l’irrazionale, il non detto o il non dicibile conquista la sua lingua. Il continente ribollente- come la pentola della maga- dei sentimenti trova lo sguardo che li rivela. Il racconto accelera, cambia passo, si ribaltano gli assi che sorreggono le prospettive, si impone l’altra faccia della vita. La lingua dei sentimenti che diventano dicibili è la cerniera, il confine tra i due emisferi. Questo andamento- che evoca la teoria piagettiana dello sviluppo psicologico e l’alternanza delle modalità di assimilazione e accomodamento- caratterizza tutto il romanzo e regala spesso delle sorprese, come quando scopriamo che il socio di un club privè è un impresario di pompe funebri. Ma non si tratta della riproposizione dell’abusato duello Eros Thanatos, quanto di uno scarto della narrazione dai binari prevedibili, l’elemento straordinario che rompe lo schema atteso. Un’altra delle caratteristiche importanti della narrativa di Michilli è la scelta di ambientare i suoi romanzi in una piccola città di provincia. Scelta felice questa perché, lungi da ogni enfasi provincialistica o compiacimento localistico, permette di tratteggiare il particolare affresco sociale che restituisce le grandi coordinate generali e di leggere, in filigrana, i segni del tempo storico nella mentalità, nelle motivazioni dei comportamenti e nelle scelte dei personaggi del romanzo, tutti peraltro ben definiti e la cui comparsa nelle pagine dipana con coerenza il disegno complessivo del romanzo. La parte finale, il congedo della protagonista ci consegna una grande domanda, che ha alimentato e alimenta fiumi dì’inchiostro: la morte è ordinaria o straordinaria? La risposta, non filosofica né trascendente è affidata ad una splendida poesia i cui ultimi tre versi lasciano alla umanissima ricerca del nome delle cose il solo filo possibile della memoria. Il libro ha una chiusura bellissima, degna dell’incipit: un ultimo sussulto d’amore, il piccolo attimo che fissa la sola eternità per noi possibile, la sola che possiamo pensare e perciò dire. La lettura ci chiede un po’ di quella ricchezza finita, quella fonte non rinnovabile di vita che è il nostro tempo. Ricchezza limitata e perciò preziosa. La letteratura ci chiede vita, ma restituisce vita: quella dei personaggi che diventano amici - a volte amici veri e reali più di altri in carne ed ossa - e quella di luoghi e tempi che diventano anche nostri. La letteratura, quella vera e necessaria perché rispetta questo patto etico, ci chiede tempo e ci regala tempo; ci chiede un po’ della nostra vita, ci regala un po’ di vita per la nostra vita. Un buon libro rompe l’equilibrio preesistente e, a lettura finita, lo ricompone con l’apporto di una nuova presenza. Il romanzo La più bella del reame fa proprio questo e per questo, come tutti i libri di Roberto Michilli, onora il patto etico fra scrittori e lettori.

(Roberto Michilli, La più bella del reame, Galaad Edizioni)
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 Galaad Edizioni (del 31/12/2011 @ 11:09:16, in Libri, linkato 124 volte)


di Simone Gambacorta

C’era qualcosa di profondamente etico nella scelta di Niccolò Gallo. Una scelta di letteratura e vita su cui può aiutarci uno scritto che Renato Minore ha inserito nel suo “Intellettuali, mass-media, società”, apparso nel 1976. Ne “Il silenzio di Niccolò Gallo”, infatti, Minore fra l’altro dice questo: «Gallo, “critico” per eccellenza di un’intera generazione, scrisse assai poco. Se non di malavoglia, comunque con “rassegnazione”. Saltuariamente, fino alle soglie degli Anni Sessanta accettò la mediazione della scrittura per riviste (…) Poi il silenzio si fece tenace. Rimase la presenza affidata alla consulenza da sempre prestata agli amici scrittori nella casa di piazza Ungheria». Un giorno Gallo fece un passo indietro, si mise da parte, accantonò la propria scrittura e si aprì del tutto a quelle altrui. Come dire: dal protagonismo critico all’altruismo critico, con l’intervento recensorio che arretra dinanzi al desiderio di servire altrimenti la creatività letteraria. Alla base di tutto c’era, plausibilmente, una rinnovata esigenza, questa sì tutta critica e tutta criticamente intesa, di ascolto. Ascoltare la letteratura per comprenderla e instradarla, ascoltare le differenti istanze narrative per accudirle, per incoraggiarle o scoraggiarle, per correggerle. Ascoltare. Come un monaco che accoglie una confessione, come uno psicanalista che interpreta un sogno, come un padre di mille e nessun figlio che assiste chi ne invoca l’aiuto. Nella scelta di Gallo c’era la volontà di mettersi al servizio di chi voleva raccontare, la volontà di lavorare “con” e “per” i libri ascoltando chi a quei libri dedicava l’esistenza. Una scelta tanto etica quanto estrema, e infatti nessuno dice che tutti i critici debbano fare come lui, né che la sua sua “lezione” debba conoscere repliche pedisseque. Ma una maggiore cura per l’ascolto degli scrittori, specie in un tempo come il presente di critica vivacchiante e di narrativa in cerca d’aiuto, non giocherebbe a scapito del mestiere di chi lavora con i “libri degli altri”. Per il semplice fatto, e questo al di là di Gallo, che l’ascolto presuppone un’apertura, non un Muro di Berlino tra chi pubblica e chi giudica; un’apertura che è anche sinonimo di nutrimento, di delucidazione, e premessa per più avvedute valutazioni. Sarà allora chiara l’utilità “critica” di uno strumento di natura giornalistica qual è l’intervista, a condizione la si intenda come la conversazione tra uno scrittore e un “lettore” finalizzata a divenire un documento che, grazie a un movente di ascolto, e sia pure in forma divulgativa, contribuisca a illustrare le specificità di un impegno letterario. È perciò una bellssima sorpresa “Dentro la letteratura” di Enzo Golino, una raccolta di ventuno conversazioni che questo mastodonte della nostra critica (se ne ricordino almeno “Sottotiro” e il monumentale “Madame Storia & Lady Scrittura”) ha realizzato, a suo tempo, con un manipolo di signori i cui nomi, letti col senno del poi, ossia con cognizione dell’oggi, suonano come quelli di una formazione che in passato abbia vinto i mondiali di calcio, tanto risultano svettanti rispetto alle ristrettezze odierne. Diamone elenco: Balestrini, Bassani, Benedetti, Bernari, Bertolucci, Bilenchi, Buttitta, Cassola, De Mauro, Eco, Fortini, La Capria, Malerba, Mastronardi, Moravia, Ottieri, Pasolini, Pratolini, Rea, Romano e Volponi. Il volume è suddiviso in cinque sezioni (“Scuola”, “Natura”, “Operai”, “Lingua e dialetto” e “Storia”), e a voler segnalare i passaggi migliori c’è il rischio di ingolfarsi, visto che stimoli il volume davvero non ne lesina. Basti dire che una buona intervista si riconosce almeno per due requisiti: per la non invasività dell’intervistatore, che deve gestire la “scena” senza occuparla, come un regista; e per il coefficiente di sostanza e non corrività delle risposte, direttamente connesso, vien da sé, con quello delle domande. Questi requisiti, inutile dirlo, non latitano nelle pagine di Golino, che per di più hanno la qualità di mettere in relazione il punto di vista degli interpellati con problematiche e temi culturali della realtà italiana: evviva la concretezza, altro che letterati con la testa tra le nuvole. Tutti sono interrogati su un argomento di cui hanno esperienza diretta, o di cui possono parlare con cognizione di causa, e tutti trovano in Golino una sponda vigile e discreta. È vero: si può stare “Dentro la letteratura” anche ascoltandola dalla voce di chi la fa e la “esiste”.

(Enzo Golino, “Dentro la letteratura. Ventuno scrittori parlano di scuola, natura, operai, lingua e dialetto, storia”, Bompiani, pp. 181, Euro 9,90)
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 Galaad Edizioni (del 16/12/2011 @ 16:10:47, in Libri, linkato 26 volte)


di Alceo Lucidi

Avevamo lasciato Eugenio De Signoribus, nella penultima sua raccolta, dal titolo Soste ai margini (2005-2007), in un contrastato intreccio di sentimenti irretiti dalla morsa “stretta” di un mondo afflitto nella diffusa incapacità di generare credibili e sensibili scatti verso una possibile riabilitazione della condizione umana. Ovvero con il senso, non ancora pienamente fermentato, tutto in potenza, di una necessaria speranza costretta nelle maglie di un presente indistinto, in cui anche la formulazione letteraria, e con essa lo statuto dell’intellettuale, stentavano a trovare un reciproco riconoscimento nella potenza liberatoria del testo. Lo ritroviamo oggi, con il suo ultimo lavoro intitolato Trinità dell’Esodo, apparso per i tipi della Garzanti, alle prese con un’inalterata, e solo parzialmente risolta, tensione morale che lo porta, in una versificazione precisa, scarnita e pungente, dalle intense rese espressive, a esplorare il terreno spoliato del nostro commercio sociale. Riesce facile immaginare quali siano le tematiche a cui la poetica slavata, folgorata, condensata, assertiva di De Signoribus puntualmente riporta: l’abuso dell’uomo sull’uomo, un certo “imperdono” e corposo malcostume elevati a sistema, l’arte dell’astuzia come metro di valutazione delle relazioni interpersonali, l’egoismo che si fa incomunicabilità dilagante e rende le coscienze vulnerabili ai pregiudizi e alle massificazioni di un pensiero pre-dominante. E si intuisce anche, tra le righe, attorno a quale sofisticata rete di manipolazioni, sottili perversioni, avvilenti compromessi e insondabili abiezioni il bestiario delle grossolane tare del genere umano vortichi paurosamente. (E’l’era melmosa/ della memoria./ E’l’era della ressa/ impietosa) De Signoribus ha il dono del dettato poetico scandito e variegato assieme, lirico e discorsivo a un tratto, capace di fondere in una sintesi piena la necessità del doloroso grido di angoscia con un’aspirazione di riscatto che, se pur latente, cova ed è pronta ad esplodere a ogni pagina. Le figure dimesse della sua poetica non devono confondere perché riportano tutte a un rigoroso disegno unitario, più ancora a una ponderosa riflessione che, soprattutto in quest’ultimo libro, è tutta concentrata e caricata nelle parole, pregne di senso e quasi puntate, tanto sono affilate da una penetrante forza raziocinante, da una loro pervadente e operosa spiritualità, contro il mediocre mercimonio o l’abnorme permissivismo a cui non solo il linguaggio ma la nostra stessa coscienza critica risultano immancabilmente sottoposti. Innanzitutto, il titolo insiste su un dualismo ontologico che, poggiando sui fondamenti della meditazione del poeta e, per converso, su una più generale comprensione della natura umana, coinvolge, da un lato, il richiamo all’unità dell’essere (simboleggiato dalla trinità e riecheggiato in una dimensione religiosa), con il suo ritorno alle fonti della purezza originaria e, dall’altro, l’esodo, nella sua componente fluida di ricerca e di risposta a domande etiche urgenti e, in quanto tali, non più differibili, direttamente ascrivibili a un rovello esistenziale posto al centro di un dinamismo gnoseologico inconcluso. L’estetica di De Signoribus si oggettiva allora in un’argomentazione sottesa e commista al verso, che nella sua curvilinea e flessibile direzione accoglie in sé le sinuosità di un pensiero che si snoda, come linfa vitale, attraverso le vibranti e trancianti ramificazioni delle cadenze liriche. Il ritmo spezzato e non compiaciuto è sinonimo di una poesia che cerca, lontana da riconfortanti estetismi o divagazioni intellettualistiche, un rigore morale da applicare all’intero suo dettato, perché la parola scandita, o isolata in sua autonoma precisa attribuzione di senso, possa scuotere e suscitare interrogativi. «Una ferma assertività governa il testo, in tono grave e asciutto», precisa giustamente Luca Lenzini in un’illuminante critica prodotta in occasione dell’uscita della raccolta di De Signoribus, come se la triade (o la Trinità) del negativo, corrispondente ai termini “ male”, “cenere” e morte” volesse essere ricondotta, attraverso l’ostinata mediazione del verbo scritto, all’altro polo ricostituivo delle relazione umane (ossia “Verità”, Grazia”, “Semina”) o anche, per dirla con De Signoribus, al “controcanto” della mente di fronte alle devastazioni dell’ovvietà e dell’egoismo. E’una versificazione che lavora in maniera costante per affinare le strutture che la sorreggono, tanto formali quanto semantiche, e che si approfondisce proprio nell’atto di rarefarsi in una lingua asciutta e raggrumata, introflessa eppure miracolosamente aperta agli apporti esterni, a una collaborazione e uno sforzo di aggiustamento e consolidamento del messaggio di cui si fa portatrice. L’addensarsi di significati ultimativi e categorici, in un orizzonte di conoscenza e di ricerca inglobato negli apodi irriducibili del Bene e del Male, in un viaggio metafisico e reale, personale e collettivo assieme, ci dischiude la misura e la portata delle potenzialità nascoste e sorprendenti del poetare di De Signoribus, il quale racchiude una sofferta appartenenza alla realtà in un’impalcatura metrica ipertrofica e prosciugata che, per il fatto di circoscrivere enormi contenuti e irrisolti problemi etico-sociali in un felice condensato di immagini e trasfigurazioni allegoriche, ci ricorda la migliore lirica di matrice primonoventesca, legata a figure memorabili come quelle di Ungaretti, Rebora, Sbarbaro, fino a toccare le più drastiche parabole montaliane, dove il disagio esistenziale si è già drammaticamente fissato. A ogni modo lo slancio poetico di De Signoribus, in luogo di isterilirsi in una cifra stilistica o in un malessere insoddisfatto, cerca sempre di tradursi in un afflato più alto, in un’idea di dialogo che, allargando i confini del testo poetico, trasportano la trattazione lirica verso una maggiorazione di significati e di aperture. (Oh soffio espanso, rua / dello Spirito, ruaaaaaah!... / da una riposta retrovia / da una riposta bolla / che nell’accumulo dei dì / pare sotto una montagna / risale invece, e forse dice / - io sto con te da sempre - / e sembra d’udire, / - aprimi una buona volta!...). Il verso, dunque, che preme per una dilatazione dei confini epistemologici, nei quali si vede normalmente costretto, è fecondato da una spiritualità che, a voler riprendere le parole di Carlo Bo a proposito di François Mauriac, assume le forme di un sentire inquieto e travagliato, lontano da una “comoda morale” e permeato invece da un senso di “confronto attivo” con la realtà. Tra le dilanianti contraddizioni del nostro tempo, nelle viscosità di una storia che non tarda a rivelare il suo consueto volto di devastazioni e sofferenze, trascorre allora la ferma indagine del poeta che, oltre a puntare il dito contro il cumulo di orrori ricorrenti, come ha ben detto Emanuele Zinato, “nomina e invoca con fierezza un nucleo ereditabile e trasmissibile di socialità solidale”. Ciò implica una palingenesi complessiva, una rinascita consapevole, tanto fedele alle radici dell’uomo quanto in grado di annettersi a un riaccesso orizzonte di futuro e una sostanziale riabilitazione di speranze in cui si ritrovino le ragioni di un’Utopia che, in quanto tale, si faccia sospirata premessa di una società di là da venire, conciliata e maggiormente desiderabile, in un oltre ancora tutto da costruire. Nelle misure calanti di testimonianze poetiche ferme sulla soglia di un dire indistinto, De Signoribus si accredita con una riconfermata sicurezza di tono e di velata denuncia che non tradisce in alcun modo le aspettative. “Ecco, utopia, nel quotidiano stento / il tuo volto nell’oltre mi traduce / in quel corso ogni vero ritraluce / prima del chiaro o prima che sia spento”.
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di Simone Gambacorta

Giovanni Di Iacovo ha pubblicato due romanzi, “Sushi Bar Sarajevo” (Palomar) e “Tutti i poveri devono morire” (Castelvecchi). È nato nel 1975 a Pescara: lì vive, lì dirige il Festival delle Letterature dell’Adriatico, lì svolge attività di ricerca in Culture del Mediterraneo all’Università e lì fa anche il Consigliere comunale. Autore di un bel po’ di racconti pubblicati in varie antologie e vincitore nel 2006 del Premio Teramo, in questa intervista fiume parla di sè, della sua scrittura e di un’infinità di altre cose.

Si è da poco conclusa la nona edizione del Festival delle Letterature dell'Adriatico di Pescara, che dirigi dal 2003, cioè sin dagli inizi. Nove anni sono tanti, tanti come gli ospiti che avete accolto… Perché Festival delle Letterature dell'Adriatico?
Perché siamo convinti che esista una “linea adriatica” di scrittura, che esistano dei tratti comuni tra i narratori che scrivono e vivono nell'area adriatica italiana, che per intenderci va da Trieste fino a Santa Maria di Leuca. Un'area che presenta omogeneità dal punto di vista paesaggistico, con il grande elemento unificante del mare, un'area dove non esistono grandi metropoli ma solo centri piccoli e medi, un'area tagliata fuori, ahimè, dai grandi corridoi di comunicazione con l'Europa. Un'area fertile di cultura ma che rischia la chiusura, un'area che si affaccia sui mondi dell'est e sul Mediterraneo ma che ancora non sa vivere bene queste opportunità. Insomma, la nostra area adriatica presenta una serie di fattori omogenei sia in positivo che in negativo. Anche per quanto concerne la letteratura.

Questo versante lo percorri anche da un punto di vista universitario…
Sí, nel mio lavoro di ricerca universitaria mi occupo in modo particolare degli autori di area adriatica degli ultimi trenta anni. Tra poco pubblicherò sia un volume che raccoglie questi studi che una monografia su Gianni Celati, autore che più di ogni altro ha influenzato la letteratura di quest'area. Restando in tema, l'anno prossimo sarà pubblicato un mio saggio su Tondelli, autore adriatico che amo moltissimo e di cui quest'anno ricorre il ventennale della morte.

Ma da quale esigenza nacque il Festival? Che vuoto andava a colmare?
Quando dieci anni fa io e cari amici come Adelchi De Collibus e Paolo Ferri partorimmo l'idea del Festival, a Pescara c'erano manifestazioni di rilievo nel campo nella musica, (come il Pescara Jazz), dell'arte (come Fuori Uso, che rimpiangiamo) e nel cinema (ad esempio i Premi Flaiano), ma non esisteva un grande evento di riferimento nel settore letteratura. L’assenza pesava anche alla luce dell’attività, nella nostra città, di numerose e storiche librerie, di una facoltà universitaria umanistica, oltre che della casa natale di Ennio Flaiano e Gabriele D'Annunzio, i cui fantasmi si aggirano sempre bonariamente nella nostra città, ma troppo spesso s’incarnano più in nomi di pizzerie che nella passione per la cultura dei nostri concittadini. Così, decidemmo di promuovere una iniziativa che fosse forte e radicata, inclusiva e popolare, ma di qualità, e che ambisse a diventare l'appuntamento per chi ama i libri. Un Festival che potesse diventare punto di coagulo di lettori, autori, case editrici, della nostra regione ma che fosse anche in grado di spandersi, invadere i luoghi e infettare positivamente con la passione per i libri tutta la nostra città, coniugando presentazioni e dibattiti con concerti, spettacoli su temi letterari, cene letterarie con reading, un premio letterario e ogni cosa che potesse diffondere il piacere della lettura in tutte le sue caleidoscopiche forme. Il nostro fu il secondo festival letterario d'Italia, nacque dopo Mantova e in contemporanea con Roma. Ora, i festival letterari sono proliferati ovunque, anche distinguendosi per generi e tematiche, ed è a mio avviso un ottimo fenomeno, perché trovo che tutti questi festival, anche i più piccoli, diano un positivo impulso alla lettura, come dimostrato dalle vendite di libri in quelle occasioni.

Com'è cambiato – a grandi linee – nel corso delle nove edizioni?
Due sono le cose principali che sono cambiate. E’ aumentata la fiducia delle case editrici e degli autori nei nostri confronti. All’inizio c'era diffidenza verso Pescara, ritenendola una piazza dove gl’incontri non avrebbero ricevuto una grande partecipazione, un timore che, in effetti, avevo pure io ma che invece è stato felicemente smentito. E poi il fatto che il pubblico si è affezionato al festival e quindi ormai riempie anche le sale degli incontri minori, s’incuriosisce, è come se le persone pensassero: “questa settimana a Pescara c’é il festival e allora si va al festival, anche se non conosco l’autore, me lo vado a sentire lo stesso per affection”. Oddio, non credo che i nostri penserebbero parole in inglese, quindi invece che “affection” magari penserebbero “perché è fregno” che rende l’idea ancora di più!

E adesso “che cosa” è diventato?
Un permanente luogo di incontro per chiunque, nella nostra regione, ami il libro. Meglio se, oltre che amarlo, lo legge anche, eh!

L'anno prossimo si arriva a dieci…
Mi sono ripromesso che per il decennale avrei ospitato i miei due scrittori preferiti, Chuck Palahniuk e David Forster Wallace, ma Wallace ci ha lasciato troppo presto…

Qualcuno duro di comprendonio potrebbe domandarsi e domandarti: quanto bisogno c'è, in Abruzzo, di “strutture” come il Festival delle Letterature dell'Adriatico? Allora, alla luce di quel che hai detto, tiriamo le somme.
Nonostante l'incredibile dinamismo culturale della nostra città, di singoli e associazioni (solo a Pescara abbiamo 348 associazioni culturali regolarmente iscritte all'albo!) di band musicali di ogni genere, di gruppi di teatro e quant’altro, una crescita culturale complessiva è frenata in parte da cecità e provincialismo amministrativi, e in parte dall'estrema litigiosità del mondo culturale locale, dall'incapacità di fare rete. Questo rischia di condannare l'Abruzzo a restare lontano non solo dalle koinè culturali (persino dalla vicinissima Roma) ma anche da tutti i processi culturali nazionali ed internazionali, da tutte le correnti culturali anche solo europee che nascono, si sviluppano e poi tramontano mentre noi non ce ne siamo nemmeno accorti perché ottusamente e ostinatamente rivolti a un tradizionalismo trito e ritrito, a riscoperte culturali già ampiamente riscoperte e strariscoperte. E' urgente decidere di crescere insieme, con una rigorosa selezione tra dilettantismo e professionalità, altrimenti continueranno a chiederci: “ma... Pescara è nelle Marche, in Molise o negli Abruzzi?”

Qualcuno altro, duro di comprendonio al pari del qualcuno di cui sopra, potrebbe chiedersi e chiedertI: quanto bisogno c'è, a Pescara, di “strutture” come il Festival? Faccio mia la domanda, anche pensando all'intervista che hai rilasciato a Filippo La Porta e che poi è rientrata nel suo “Uno sguardo sulla città. Gli scrittori italiani contemporanei e i loro luoghi”, edito da Donzelli nel 2010.
Pescara, per me, é una sorta di è Twin Peaks adriatica. Per quanto piccola, provinciale eccetera ha sempre avuto un po' di tutto, ogni tipo di etnia (oggi abbiamo rappresentanti di ben 121 paesi) e ogni tipo di subcultura giovanile (dai punk della Ballestra ai fricchettoni di Pazienza, ai fighettini, ai dark, ai ravers) e un mare di schegge impazzite, di soggetti (e soggettoni) fuori dagli schemi (e fuori di testa) sui quali non puoi non scrivere qualcosa. Diciamo che Pescara ha sempre avuto, a parità di popolazione, una percentuale incredibilmente alta di personaggi da romanzo, da fumetto, da film. Insomma, una vera Twin Peaks adriatica. Anche perché Pescara manca di una identità ben definita, e questo è un male per certi versi, ma un bene per molti altri. Mi spiego: su Pescara non “pesa” la propria storia, non è soffocata da una sua monolitica tradizione. Pescara è una città giovane, moderna, caratterizzata dalla velocità (dai tempi dei bolidi della Coppa Acerbo) e non avere un’identità cristallizzata ha consentito alla città di manifestare spesso un interesse e una curiosità verso il moderno, verso il nuovo. Mi riferisco allo straordinario bosco e sottobosco culturale pescarese, decine e decine di band musicali di ogni genere (davvero ogni genere), una ventina di compagnie di teatro e danza, gallerie d'arte e librerie attivissime. Per carità, la qualità di ciò che viene offerto è in molti casi dilettantistica, ma la dice lunga sul dinamismo e sulla creatività di questa città. Puntare sulla cultura e il turismo o restare gelosi della grigia tranquillità della città di provincia? Un anno pare si vada avanti, l’anno dopo pare si torni indietro. Rispetto a questo “passo del gambero” preferisco lo sfrecciare delle vecchie Bugatti.

Dopo aver pubblicato in numerose antologie nazionali sin da giovanissimo, hai pubblicato due romanzi: “Sushi Bar Sarajevo” con Palomar, nel 2005, e “Tutti i poveri devono morire” con Castelvecchi, nel 2010. Entrambi i libri sono apparsi quando il Festival già esisteva. Allora mi viene da chiederti se, e nel caso come, può aver influito nella tua officina creativa la “vicinanza” con i tanti scrittori che hai conosciuto e “ascoltato”, e naturalmente letto, attraverso il Festival. Mi riferisco agli stimoli, alle idee, e più in generale a quella ossigenazione intellettuale che è, o che dovrebbe essere, il principale portato di una realtà qual è quella che tu dirigi a Pescara.
Credo che il primo scopo di qualunque manifestazione culturale non deve esse quella di ossequiare sempre e solo i vari clientes locali ma far interagire e interloquire il territorio con culture che siano altre, diverse, più ampie, nuove e rinnovanti. Ossigenare le idee, la creatività, le possibilità. Per quanto mi riguarda, degli stimoli che traggo per lo scrivere sono essenzialmente grato ai mie viaggi, alle esperienze e al fatto che a volte mi ficco appositamente in situazioni o ambienti, per brevi periodi, per poterli poi descrivere in presa diretta nelle mie narrazioni. Tuttavia é grande l'importanza che hanno avuto nella mia formazione culturale, le lunghe chiacchierate a tavola con Jonathan Coe, Lucarelli, Augias, Valerio Evangelisti, Stefano Benni, Nicola Lagioia, Raffaele Nigro, Niccolò Ammaniti, Andrea De Carlo, Tiziano Scarpa, Wu Ming 2 e tanti altri. Però va detta una cosa: in nessun caso questi amici scrittori hanno potuto, e sottolineo potuto, aiutare anche solo in minima parte la mia carriera di scrittore, intercedere per me presso editori. Non che la cosa mi sarebbe dispiaciuta, ovviamente, ma gli autori non sono gli editor, ne tantomeno gli editori e spesso la loro voce in capitolo nella scelta dei titoli di altri autori è pari a zero. Non sono loro le figure che posso aiutarti a pubblicare. Ma possono aiutarti a scrivere meglio e a crescere meglio, il che non è affatto poco. In definitiva, le mille amicizie con gli scrittori hanno avuto una importanza straordinaria nella mia vita e nella mia formazione, ma un’importanza non volgarmente monetizzabile in “aiuto per pubblicare”, tutto qui.

Sui tuoi due romanzi ti ho già intervistato, in passato. È pur vero, però, che col trascorrere del tempo la nostra visuale può modificarsi, precisarsi, perfezionarsi. Perciò vorrei tornare sui tuoi due libri. A cominciare dal primo, “Sushi Bar Sarajevo”, del quale vorrei una tua definizione.
Oggi, naturalmente, non oso rileggere quel mio romanzo, per quanto ne sono profondamente affezionato, perché lo troverei pieno di cose che avrei scritto in modo diverso. Ma non necessariamente in modo migliore. In ogni caso, astraendomi da queste considerazioni personalissime credo che lo definirei “Romanzo antiutopico, cyber talk-show letterario, commedia nera fantapolitica”.

Adesso ne vorrei una di “Tutti i poveri devono morire”.
In un’epoca in cui il menù è piu gustoso del pasto, questo romanzo credo si possa definire un noir dai sapori pieni e forti ma avvelenati. Un bacio con la lingua sulla bocca dell’Etna. E non intendo quando dorme.

So che hai pronto il tuo terzo romanzo, anche se non vuoi anticiparci nulla, vorrei comunque che tu ne dia una definizione.
Epica contemporanea delle diversità.

Questa domanda arriva in automatico: che cos'è per te un romanzo?
La realtà è come un film ad alta definizione. Eppure non arriva mai al grado di perfezione cui può spingersi l’immaginazione. Ad esempio, nessuna donna è davvero bella come lo è nella tua testa, niente è eccitante quanto la tua fantasia. Per questo c’è bisogno di scrivere romanzi. Per me il romanzo é la massima espressione di costruzione creativa, di organizzazione di materiale del pensiero, dell’immaginario, delle idee delle mille vite e realtà che attraversano la mante, il corpo e il cuore di chi scrive, che è un “medium” delle esistenze e delle storie che tramite la faticosa dedizione e padronanza degli attrezzi del mestiere narrativo produce un testo iniettabile in vite anche lontane e diverse.

Gian Luigi Piccioli, uno scrittore che considero un maestro e che ho la fortuna di poter annoverare fra i miei amici, nel corso di un'intervista mi ha dato questa risposta: «Intendo il romanzo come la verifica sperimentale, fatta nel laboratorio della lingua creativa, che una determinata tesi sia vera, con la definizione, più o meno approfondita, delle situazioni, dei personaggi, dei modi e dei tempi che la verifica stessa mette in evidenza». Che ne pensi?
Mi piace molto questa definizione, ma è chiaro che, così come sono infinitamente diversi i romanzi, così è anche abbastanza diversa la definizione che di essi si può dare. Rispetto a quella del grande Piccioli, il mio intendere il romanzo non è tanto una verifica quanto una esposizione di un insieme di realtà e idee coerenti tra loro senza la pretesa di verità o di insegnamento, ma solo di rappresentare, il che può ingenerare riflessioni che possono anche andare in senso contrario alle mie tesi originarie. Ma, molto spesso, è la realtà a confermare i tuoi incubi narrativi.

Quali sono le questioni che ritieni importanti e riguardo le quali consideri necessario, doveroso, scrivere?
Credo si possa e si debba scrivere di tutto, anche le situazioni più comuni possono essere “narrativizzabili” ma bisogna tenere presente una cosa: anche se io non ritengo che lo scrittore sia una creatura automaticamente più sensibile degli altri e più attenta all' “oltre” (anche se spesso lo è), credo che l'occhio di un narratore deve saper registrare (e riportare) quei fantasmi, quegli aspetti minoritari, quei collegamenti sotto la pelle del reale che sono poco utili ai fini dei computi statistici ma possono far emergere quegli squarci di arcaico che permangono nella modernità. Il suo lavoro deve essere caratterizzato da un approfondimento, da un andare oltre e più a fondo, per dare una rappresentazione delle “questioni” che non sia appiattimento da cronaca ma che dia quel “quid” per i latini o quel “twist” per gli anglosassoni che le renda più efficaci e potenzialmente eterne. Sia che parli di cose quotidiane come andare a fare la spesa sia che immagini amplessi tra elettrodomestici. Non credo ci siano questioni delle quali sia indispensabile scrivere ma, a maggior ragione, non ritengo assolutamente che esistano questioni su cui non si dovrebbe scrivere, ne perché si tratta di cose basse e quotidiane ne perché si tratta di cose troppo forti o politicamente scorrette.

A proposito di doveri: quali sono quelli di uno scrittore? E soprattutto, uno scrittore ha dei doveri, un ruolo, un compito?
Ti risponderei dicendo che lo scrittore ha dei doveri solo rispetto alle sue storie, cui deve fedeltà e amore. In realtà capisco bene che la tua domanda afferisce al campo di quello che potremmo chiamare impegno. Dal punto di vista dell'impegno politico, io faccio politica attivamente ma cerco di tenere quanto più possibile lontani dai miei scritti la retorica politica, i messaggini subliminali, gli slogan e aborro l'utilizzo del testo narrativo come mero strumento al servizio di una idea politica. Questo perché credo che ogni tentativo ortodosso di politicizzare la cultura non sarebbe solo limitativo, sarebbe tornare ad un inquinamento della capacità creativa, un forzare il pensiero in chiave strumentale. Credo che sia giunto il momento di superare la fase del lamento individuale e della sterile litigiosità per aprirsi ad una fase dove si possa fare fronte, dove si possa creare un coagulo delle migliori idee, menti ed energie del nostro paese. In quest’ottica ho condiviso il manifesto di Generazione TQ e ho deciso di aderire al loro movimento. In conclusione, ritengo che in questo momento storico, chi fa cultura abbia anche una visione più complessiva del nostro paese, una visione politica intesa come ampliamento della propria partecipazione e presa di responsabilità nei confronti della attuale situazione. Si è scrittori qui ed ora.

Adesso tre domande in una. Chi era il narratore Di Iacovo nel 2000, ossia quando pubblicasti i tuoi primi racconti su territorio nazionale? Chi era il narratore Di Iacovo nel 2006 quando uscì “Sushi Bar Sarajevo”? E chi era il narratore Di Iacovo nel 2010, quand'è apparso “Tutti i poveri devono morire”? insomma, quello che mi interessa è un tuo autoritratto, ma un autoritratto che sia basato – come dire? – sulla tua evoluzione.
Molte cose sono cambiate, perchè per me scrivere è un percorso. In generale, credo che in tutte le attività la cosa che conta è quello che scopri lungo il tragitto, più che il raggiungimento o meno della meta. In questo modo, infatti, mandare uomini sulla luna ci ha regalato le padelle di Teflon. Quando iniziai a scrivere, per me il mondo era lì nell’aria, che attendeva. Nella primissima intervista che mi fecero, che fu per un programma di Canale 5 (immaginati la mia emozione di diciottenne provinciale in prima serata!) in occasione dell’uscita di Racconti del Sud Estremo, dichiarai di scrivere “per imprigionare i miei sogni e i miei incubi tra la carta e inchiostro” immagino che intendessi qualcosa di terapeutico, di liberatorio… ora incubi e sogni cerco di organizzarli, crearli, strutturarli, renderli fruibili e offrirli nelle mie pagine. Anche per cercare di capirmi, perché spesso ho difficoltà a capirmi: la mia vita è come un puzzle solo che i pezzi sono incastrati nelle vite degli altri. Le miei prime scritture erano caratterizzate da un’urgenza di esprimermi, una fretta quasi rabbiosa… ero nel pieno del mio periodo punk (forse mai del tutto concluso), cantavo in una band in cui i testi, le parole, i concetti venivano gridati. Nel punk conta il messaggio, non la qualità dello strumento (come diceva anche Giovanni Lindo Ferretti prima di rimbecillirsi), e cosi i miei testi erano più fuochi d'artificio creativi, carenti di quello stile limpido e comprensibile e di quella cura negli snodi che danno il senso di una maturità. Come ogni autore, rileggere testi di anni passati risulta in un’ammissione di ingenuità. Ma andava bene cosi, e andrebbero bene anche oggi, in fondo. Così come le canzoni punk erano veloci e brevi, cosi io scrivevo racconti di circa otto cartelle, racconti brevi, vicende veloci. Era l’epoca in cui mi definivo sulla base di ciò contro cui mi battevo. Non conoscevo l’amore ma mi dicevo che se la scelta è fra un essere amati ed essere vulnerabili e sanguinanti allora l’amore se lo potevano anche tenere. Quando a diciotto anni pubblicai il mio primo libro che venne distribuito in tutta Italia (per carità mica parliamo di un best seller, ma già che ti chiamavano da città dove non eri mai stato per invitarti a presentare il libro era una immensa soddisfazione), quando, in pratica, iniziai ad avere un pubblico che andava oltre gli amici e le quasi-fidanzate, be’ quello fu il mio vero e proprio rubicone di scrittore perché iniziai a vedere la scrittura con una maggiore responsabilità e come un attività da svolgere con un impegno che sia costante e puntando ad un miglioramento continuo. Perché avevo un pubblico (fosse anche solo di qualche centinaia di lettori) e quindi non ero più dietro le quinte ma su un palco. Quando, anni dopo, pubblicai Sushi Bar Sarajevo, la mia vita era molto diversa. Non ho fratelli ne cugini ne zii ne nonni e in quel periodo mio padre e il suo cancro erano morti entrambi. Il dolore e al solitudine erano molto intensi, ma se le cose non hanno la possibilità di peggiorare, mi dicevo in quel periodo, non migliorano neanche. Vivevo da solo già da molti anni, facevo molti lavori i cui proventi li spendevo prevalentemente in viaggi e libri che leggevo durante i viaggi. In quegli anni ho cercato di rendere una narrazione più lunga, più strutturata. Era il momento di tentare la sfida del romanzo, dello sguardo più lungo, più disteso. Nell’ambito del romanzo, in quel momento sentivo l’esigenza di lavorare ad un testo che esprimesse una volta per tutte le idee che avevo maturato su certi temi legati all’utopia e all’antiutopia da Swift a Orwell al cyberpunk di Philip Dick. Terminato quel romanzo avevo detto tutto quello che sentivo di dire sul tema, e sono passato a elaborare altre forme. E’ importante che pagina dopo pagina lo stile venga migliorato e affinato ma è altrettanto importante che mantenga quel “timbro” che permetta al testo di essere riconoscibile magari anche da poche righe. Certo, se scambiassero le mie pagine per quelle di Palahniuk ne sarei ben felice, ma mi accontento che le prendano per mie. Per quanto riguarda il mio penultimo romanzo Tutti i poveri devono morire (l’ultimo romanzo che ho scritto sarà pubblicato l’anno prossimo), ho lasciato le ambientazioni futuribili per abbandonarmi nella sono nella carne viva della realtà dove, naturalmente, ho trovato più orrori che nelle mie precedenti fantasie. La mia vita è cambiata di pari passo con i punti di vista dei miei romanzi. Oggi ho una casa mia. Una piccola casa accogliente e ricca di stranezze e abbondante di difetti. Non una di quelle case con la loro autonoma, climatizzata, trionfa l’illusione di sicurezza. Inoltre, sono stato eletto Consigliere comunale, insegno all’Università, e organizzo da dieci anni il Festival di cui parlavamo. Eppure, man mano che vivo dal di dentro i gangli del sistema politico, della deforme socialità del ventunesimo secolo, delle capillari follie diventate abitudine diventate normalità, quotidianamente sento l’esigenza di narrare non solo per evadere ma quanto per costruire altre realtà che si schiantino contro questa. Infatti da sei anni a questa parte, io scrivo ogni giorno, almeno tre ore al giorno, erodendo altre attività, specie, ahimé, quelle redditizie. Per sopravvivere. Effettivamente, la mia vita è immensamente migliorata da quando la vivo insieme ai miei personaggi. Mi aiuta a lavorare e vivere vicino ai veri mostri, e a fronteggiarli senza mai diventare come loro.

In questo decennio, com'è cambiata la tua idea di scrittura?
Oggi ho imparato a vederla più come più come un mestiere che come un abito. Oggi tutto ciò che vivo mi sento come lo vivessi il doppio perché so che potrò utilizzare ogni cosa di cui faccio esperienza, da un incontro ad un film, come creta, o come carne, per i miei prossimi scritti, e quindi riviverli in quella forma e trasmetterli in quella forma. La mia idea di scrittura quando intorno ai dodici anni scrivevo i miei primi racconti, era eiaculazione creativa, oggi è costruzione di nuove realtà quotidiane. Tramite geometrie poco euclidee.

A questo punto, vorrei che ti spingessi a dare una definizione di te stesso come scrittore, ma come se fosse un altro, un esterno, a farlo.
Un artigiano delle realtà, servo dei sogni, divoratore di vita e di culture, esploratore di confini e soldato della narrativa.

I tuoi gusti di lettore hanno conosciuto variazioni, cambiamenti, aggiornamenti?
Certo, i miei gusti hanno subito variazioni in ogni campo. Le variazioni più leggere, quasi impercettibili, sono state nei miei gusti sessuali, politici e alimentari. Variazioni più significative nei miei gusti in fatto musicale e di cinema (vedo molti serial, adoro la loro struttura narrativa), e grandi sono state le variazioni nei miei gusti letterari. Da ragazzino leggevo sol fantasy, poi sono passato all'horror e all'erotico, poi ai romanzi di utopia/distopia, poi al pulp e ora amo moltissimo il realismo magico alla Cortazar.

Di cosa si compone il tuo immaginario? Quali sono i “mattoni” con i quali si è costruito?
Heidegger sostiene che gli esseri umani tendono a guardare il mondo come un insieme di materia inerte a loro disposizione, come un magazzino di materie prima, di riserva naturale grezza da trasformare. Per me il magazzino di materie prime non è il mondo o la natura ma gli uomini stessi, le loro vicende le nostre infinite imperfezioni. Io archivio in diversi database tutte le cose, anche le minime, che mi interessano. Archivio immagini, modi di esprimersi, difetti fisici o tratti somatici interessanti, oltre che episodi storici, fatti di cronaca o semplici racconti che raccolgo. Per me è un deposito inesauribile di input che mi impedisce di avere “blocchi dello scrittore”. Anche se poi, naturalmente, solo un quindici percento di tutto questo materiale diventa davvero narrativa.

Facciamo un gioco: sulla scorta dell'esperienza che hai acquisito sul campo, diamo a chi ci legge dieci consigli su cosa non va assolutamente fatto in narrativa.
1) Meglio pubblicare con una piccola o piccolissima casa editrice che crede in te e che si sbatterà per promuoverti che non con una media-piccola o media che ti chiede soldi, perché se ti chiede soldi vuol dire che non crede che il tuo libro possa andare abbastanza bene da far guadagnare anche lei e quindi non si attiverà per promuovertelo perché sta già a posto con i tuoi soldi. 2) Non scrivere mai sbrodolose autobiografie o racconti personali. A meno che non sei che Guevara o Maradona, la tua vita difficilmente può essere resa un vero romanzo. Abbi il coraggio di creare, inventare, immaginare. 3) Non scrivere solo sotto l'onda emotiva o sentimentale o psichedelica. Per rendere nella pagina una emozione, devi costruirla a freddo, il sentirti già nella condizione che vuoi rendere nella pagina ti porterà inevitabilmente a scorciatoie compositive che poi il mattino dopo, a mente fredda, non ti daranno più nulla ti sembrerà di rileggere una qualcosa di debole o addirittura imbarazzante. Le emozioni, sulla pagina, si creano e si ricostruiscono con laborìo e riscritture, non semplicemente provandole. Purtroppo. 4) Non definirti uno scrittore se non scrivi con una certa continuità. 5) Non desiderare il romanzo d'altri, pensa al tuo. Invece che citarli, impara le loro tecniche e usale per costruire una tecnica tua. 6) Non sei un giornalista, sei uno scrittore, quindi non scrivere il raccontino asettico, impegnati per creare emozioni. 7) Non fare la corte agli autori che vengono nella tua città a presentare il loro libro. Un autore non è quasi mai un editor e neanche un editore e quindi non può aiutarti a pubblicare. 8) Non credere che siccome hai scritto un libro sei meglio degli altri. 9) Non tenerti il romanzo nel cassetto. Tenta di farlo leggere, magari cerca di capire quali case editrici potrebbero essere più interessate al tuo genere, al tuo linguaggio. 10) Non dimenticarti di vivere, innanzitutto. Vivere e consumare culture sono la benzina della creatività.

Continuiamo il gioco, ma invertiamo la prospettiva: dieci punti che ogni narratore secondo te dovrebbe tenere sempre presenti.
1) Prima vivi, poi scrivi. 2) Tu intanto scrivi, poi si vede. Nel senso: non aspettare che dall’alto precipitino su di te idee strepitose prima di metterti a scrivere. Potrai dare un vero giudizio solo dopo aver messo la parola fine al tuo testo, anche se mentre lo cucini ti potrà apparire una schifezza o un capolavoro. 3) La scrittura è racconto ma anche e soprattutto creazione. Immagina, gioca con la realtà. 4) Consuma e studia i libri che ti piacciono ma consuma anche altra cultura, cinema, musica, arte, fumetti, espandi la tua mente e le possibilità. 5) Solo la continuità nello scrivere, le pagine scritte che si contano a centinaia, comprese quelle cestinate, fanno di te uno scrittore. Non il semplice scrivere, ne il semplice aver pubblicato e neanche il semplice avere successo. 6) La vita lavorativa, familiare, sentimentale non ti regaleranno mai tempo per scrivere, devi prendertelo tu, erodendone un po’ da qui un po’ da li, non aspettare che arrivi il “tempo libero”. E quando arriva, meglio farsi una bella passeggiata. 7) Comprati una bella sedia imbottita o una poltroncina e una tastiera comoda, non devi soffrire mentre scrivi, devi godertela. 8) E’ molto produttivo passare dei giorni a scrivere in un in ambiente lontano dalla quotidianità, un rifugio con un bel paesaggio intorno e tanto tempo per scrivere. Ma assicurati di poterti almeno connettere ad internet, anche solo per controllare se da si scrive con o senza accento! 9) Non temere di riscrivere l’intero romanzo tante volte, anche solo per sperimentare se funziona più in prima o in terza persona. É così che funziona. 10) Lascia perdere i corsi di scrittura creativa. Raramente funzionano. Magari un libro con dei consigli può aiutare, come Consigli per giovani scrittori di Cerami. Le ore che avresti passato al corso passalo a scrivere pagine, ti serviranno di più.

Veniamo al tuo rapporto con la lingua italiana: che cosa mi dici su questo aspetto?
Adoro la lingua italiana, non scriverei in altra lingua. Quando leggo i miei racconti tradotti in inglese e in spagnolo ne ricevo una grande emozione perché mi fanno sentire internazionale, ma dell’italiano adoro il suono, la sua commistione di altre lingue, sia vive che morte, di neologismi, di localismi di errori. Trovo che sia perfetta per la narrazione e che si sintonizzi e moduli sempre con grande efficacia al sound che cerco di dare alla pagina.

Il discorso sulla nostra lingua mi fa rimbalzare verso quello sulla nostra narrativa. Tu hai la fortuna di disporre di un doppio osservatorio privilegiato: da un lato, la tua attività di scrittore; dall'altro, il Festival che dirigi. Che cosa pensi della narrativa italiana di oggi?
Dal versante editoriale, in Italia manca spesso il coraggio, il coraggio di proporre qualcosa di nuovo, di osare, di innovare. Dal versante degli scrittori, c’è troppo onanismo. Una narrative troppo ripiegata su se stessa, troppo sbrodolato autobiografismo. Non c’è la voglia, l’energia, l’impegno di librarsi al di sopra del già scritto. Oltre al coraggio, manca, negli esordienti la qualità letteraria e per questa intendo il mestiere dello scrivere, intendo lo studio, l'applicazione e la produzione di cultura non come avventurismo egocentrico o come ossequio a nuove mode ma come artigianato consapevole. Tutto il resto, come disse un grande poeta trash postmoderno, é noia.

Con la critica che rapporto hai? Come ti trattano i critici?
Un buon rapporto. Ho conosciuto diversi critici dopo che hanno recensito i miei libri, perché li ho voluti contattare per ringraziarli e in alcuni casi è nata anche un’amicizia. Mi riferisco a Filippo La Porta, Sergio Pent, Renato Minore, Carlo Formenti, Simone Gambacorta e Daniele Barbieri.

Onorato della citazione, ma soprattutto dell’amicizia. Ma secondo te che tipo di rapporto c'è oggi in Italia tra scrittori e critici?
A dire il vero non saprei, credo che riguardi solo i big, a volte ricevono stroncature e attaccano i critici, ma alla fine vincono sempre le leggi di mercato. Più che altrove, ma c'é talmente poca attenzione per scrittori medio-letti o emergenti che non esiste un vero rapporto con la critica. La causa può essere data dal poco spazio che la sezione cultura occupa nelle riviste e nei quotidiani, o dallo snobbare chi ancora non sale nell’Olimpo. Mentre è proprio nell’Olimpo che c’è tanto da snobbare…

Non possiamo esimerci da questa domanda: il rapporto con la tua regione, l'Abruzzo, che rapporto è?
L’Abruzzo per me è una “mater” archetipica, pagana, ancestrale. A volte calda e ospitale, altre volte freddissima, impermeabile. A volte comoda e morbida, altre volte ottusa, cocciuta. Ho con l’Abruzzo un rapporto di amore per ragioni che trascendono la mia comprensione ma che sono forti, radicati e sinceri.

Oggi la macchina editoriale crea e distrugge scrittori “giovani” e “nuovi” nell'arco di poco tempo. Tanti, qualcuno anche in Abruzzo, sono stati battezzati e celebrati come promesse straordinarie, salvo poi arenarsi al primo e unico exploit, e quindi scivolare nel dimenticatoio dei remainders. A te questo non è successo: il secondo romanzo è andato ancor meglio del primo, hai confermato premesse e promesse. Ma come vedi questa “mortalità scrittoria”?
Scrittori non si muore presto quando si scrive con continuità, non si muore presto quando la scrittura è un’espressione felice della propria vita come di altre attività piacevoli, quotidiane, fisiologiche. Scrittori si muore quando si scrive qualcosa solo per sentirsi scrittori, quando si scrive solo di se stessi. Scrittori si muore presto, quando aspetti che la scrittura, la grande idea, le buone pagine vengano a bussare alla tua porta mentre invece sei tu che devi andare laggiù nel bosco delle possibilità, armato di arco e frecce, a stanare le idee dalla realtà. Scrittori si muore presto quando in realtà scrittori non lo si è stato mai.
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 Galaad Edizioni (del 05/12/2011 @ 11:30:27, in Articoli, linkato 72 volte)


di Pietro Ruggieri

L’associazione Terracromata ha offerto una nuova e singolare sorpresa a coloro che nel mese di novembre hanno partecipato alla visita guidata alla Scarzuola, eremo tra il sacro e il profano progettato in Umbria, nei pressi di Montegiove, da Tomaso Buzzi, architetto, designer e artista di successo vissuto nel secolo scorso. Un sentiero sterrato, seminascosto da una fitta boscaglia, conduce all’ingresso della Scarzuola. Dopo aver parcheggiato le auto in un piccolo spiazzo ci troviamo di fronte a un muro, al centro del quale si apre un ampio portone di legno. Ci accoglie un signore magro, piuttosto alto, stempiato, viso scarno, occhi vispi, naso lungo e aquilino. L’abbigliamento semplice e un po’ logoro lo fa sembrare un guardiano della tenuta o un giardiniere addetto alla manutenzione delle piante. Si tratta in realtà di Marco Solari, il nipote di Tomaso Buzzi, che anni fa ha ereditato la Scarzuola e con coraggio e pazienza l’ha riportata in vita dopo anni di abbandono. È lui la nostra guida all’interno del comprensorio. La visita ha inizio nella parte sacra, dove sorge un piccolo convento fondato, secondo la tradizione, da San Francesco, che per qualche tempo dimorò in questo luogo e vi costruì una capanna, nei pressi della quale fece scaturire una fonte d’acqua. Non ci vuole molto per rimanere soggiogati dal fascino dell’eremo, mentre la guida cattura la nostra attenzione narrando, con il suo parlare acuto e rapido, la genesi della città metafisica. Dopo una breve sosta nell’area del convento Marco Solari ci introduce, attraverso strani corridoi di vegetazione, nei giardini progettati da Buzzi, all’interno dei quali si aprono ingressi che rappresentano le strade alternative che ciascun uomo può intraprendere nel corso della propria esistenza. Le sue spiegazioni, alternate a lunghe e inquietanti risate, ci accompagnano nel percorso per circa due ore collegando in modo apparentemente logico e razionale le più disparate nozioni esoteriche, spirituali, astrologiche, religiose, politiche. Restiamo quasi ipnotizzati dai suoi racconti mentre ci accompagna a visitare la città profana, nella quale Buzzi concretizzò la sua arte e gli studi che aveva compiuto, da uomo curioso quale era, nel corso della sua vita. Seguiamo questo novello pifferaio magico che intrattiene i suoi ospiti come un sapiente giullare. Rapiti dal suo oscillare tra ragione e sentimento, tra razionalità e immaginazione fantastica, attraversiamo teatri all’aperto che simboleggiano la vita come rappresentazione dell’uomo, entriamo nella bocca di una balena di pietra per percorrere i sentieri dell’interiorità, leggiamo simboli criptici che richiamano mondi paralleli e presagiscono realtà che coesistono senza sfiorarsi, ammiriamo un’acropoli ideale costruita con repliche di meraviglie architettoniche classiche. Un’imponente statua di donna nuda senza testa simboleggia Madre Natura, un albero di cui rimane solo lo scheletro bruciato ci ricorda che il mondo ruota attorno a chi rimane folgorato da una visione, ogni scala percorsa traccia un passaggio tra il mondo visibile e quello intangibile. Ogni manifestazione dell’arte è una creazione che ha in sé un’immagine rubata alla sfera ultramondana; l’artista è colui che riesce, attraverso un atto di fede e amore, a varcare la soglia delle sfere divine, a catturarne un frammento e a riportarlo sulla terra, segnando una tappa dell’evoluzione dell’umanità. Storditi dalle infinite suggestioni della Scarzuola, ci ritroviamo, quasi senza rendercene conto, al punto da cui eravamo partiti. Mentre ci saluta con la sua risata inquietante, la guida richiude il pesante portone di legno alle nostre spalle.
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 Galaad Edizioni (del 27/11/2011 @ 08:40:08, in Libri, linkato 83 volte)


di Simone Gambacorta

È sorprendente come in un libro su Pasolini, in un libro che dichiara di voler raccontare Pasolini ai ragazzi, di Pasolini, di Pasolini in sé, si parli a spizzichi e bocconi. Qualche accenno, qualche riferimento quasi casuale: per il resto un continuo rinviare l’incontro, un continuo assecondare il vezzo elusivo di una scrittura che cresce su se stessa e corre verso nessun dove. Bisogna attendere duecentocinquanta pagine per leggere qualcosa che non sia un semplice sfiorare Pasolini. E duecentocinquanta pagine, in un libro di trecentootto (“Ringraziamenti e nota” compresi), sono un po’ troppe. Dannatamente troppe, o dannatamente poche: dipende, al solito, dal punto di vista. Non è invece questione di punti di vista la sensazione che il lettore ha d’aver frainteso, d’aver sbagliato l’ora e il luogo di un appuntamento al quale Godot “continua” a non arrivare. Ma siccome Godot è sempre Godot, il lettore non se la sente di tornare a casa e prosegue la lettura. Nel frattempo pensa al “fascino discreto della borghesia”, un serpentello che sghignazza per i dispetti che può infliggere anche a uno scrittore che il fatto suo lo sa e non per modo di dire, visto che a Fulvio Abbate dobbiamo almeno due romanzi belli e convincenti, cioè “Zero maggio a Palermo” e “Quando è la rivoluzione”. Ma questo Pasolini che non arriva mai, questo libro che a Pasolini non arriva mai, ricorda tanto la cena impossibile del film di Buñuel. A pagina novantanove, a dire il vero, spuntano fuori Furio Colombo e l’intervista che il poeta gli rilasciò poche ore prima di essere ucciso. Per ironia della sorte, quell’intervista, che è stata ripubblicata in un volumetto da Avagliano, è la dimostrazione che un pezzo giornalistico può essere un documento di eccezionale interesse nonostante la sua brevità. Né va dimenticato che di interviste illuminanti, sul nostro, ce ne sono diverse: da quella di Massimo Fini approdata negli “Scritti corsari” fino a quella che Enzo Golino ha appena riproposto in “Dentro la letteratura”. E peraltro la brevità del faccia a faccia tra Pasolini e Colombo fa il paio con quella del testo di Gian Carlo Ferretti, che nel librino avaglianeo introduce la conversazione e che conferma come poche pagine possano valere più di centinaia di cartelle. Ad ogni modo, dopo questo sprazzo, in “Pier Paolo Pasolini raccontato ai ragazzi” si parla, nell’ordine, di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, di Ficarra e Picone, di Mario Schifano, dell’eskimo, di Laura Betti («vedova Pasolini»), di Pelosi, Bertolucci, Bellezza e Naldini. Intanto il corsaro arriva sempre di sbieco, due parole ogni cento anni. Sembra di essere alla ricerca di un nuovo “fantasma dell’opera”, un ectoplasma autoriale che non c’è così come non c’è un discorso che ne illustri scritti e pensiero. Per carità, a pagina duecentoquarantotto un periodo più diretto fa capolino: «Pasolini non si è mai mostrato incline verso la modernità, al contrario ha sostenuto una propria fede verso il mondo arcaico, o se non proprio tale, verso quel mondo nel quale Totò e Ninetto, vestiti di un umile saio francescano, scacciano i mercanti dal tempio di “Uccellacci e uccellini”». Un altro concetto forte è a pagina duecentocinquantaquattro: «Forse occorrerebbe parlare soprattutto del coraggio di Pier Paolo Pasolini». Quel Pasolini che, lo si legge quattro pagine dopo a proposito della sua morte, «era entrato in possesso di qualcosa in più dei semplici misfatti. Aveva, insomma, dati, elementi, prove. Sì, prove. Prove esatte, prove incontrovertibili. Prove così acuminate da mandare in carcere alcuni intoccabili. Forse, l’uomo possedeva davvero la miccia che illumina la verità sui misteri e i misfatti del potere». Forse il contenuto di questo libro non è esattamente fedele al titolo.

(Fulvio Abbate, “Pier Paolo Pasolini raccontato ai ragazzi”, Dalai Editore, pp. 308, Euro 17)
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 Galaad Edizioni (del 23/11/2011 @ 15:32:14, in Racconti, linkato 64 volte)
Un racconto di Caterina Falconi

Il treno delle venti e ventotto per tornare a casa è il treno della paura. La stazione è assediata da senzatetto e tossici. Disperati, come me, che all’improvviso non riesco a immaginare un futuro. Attraverso l’atrio con la borsetta stretta sotto un braccio, e la paura di essere aggredita che mi arriccia la schiena. Supero i tabelloni degli orari, timbro il biglietto, e diretta al sesto binario circumnavigo arcipelaghi di buste annodate, corpi distesi sulle panche e sul pavimento. La Polfer ha distribuito dei panini e se n’è andata. Mentre costeggio, indifferente al cicaleccio straniero, un assembramento di gente bionda, dita leggere mi accarezzano il braccio. E una voce che si sforza di essere disinvolta mi domanda in un italiano stento: Signorina sa dov’è bagno? Mi giro pronta a respingere una richiesta di denaro, ma intruppo in una donna di mezza età in un lindo vestito cinese. Fronte da slava e capelli stoppacciosi. La medaglia della Madonna della Tenerezza sul petto. Non ha l’aria della furba accattona. Mi sembra angosciata. Nessuno le bada, forse si è accostata a questi altri forestieri per non restare da sola. Gli occhi mi vanno al bagaglio ai suoi piedi: due pesanti sporte annodate. Probabilmente il meglio che aveva lo indossa, e il resto lo trascina. Mi dispiace, non sono di Pescara. Le dico sorpresa dalla mia gentilezza. La mia affermazione la fa piangere. Neanche io! Neanche io sono di qui. Io Romania. Devo andare a Bari, ma Bari è troppo lontana. Lei non crede me, mi manca quattro euro per fare biglietto. A Bari c’è una mia cugina che forse mi trova lavoro. Ma io non so come fare. Troppo lontano. Lontano da che? Dalla tua vita? Mi chiedo risucchiata in un’insopportabile empatia. No, non è un’accattona, ma nessuno le crederà. Sta incollata alle sue sporte come un ologramma di vecchia emigrante. Brutta. Anziana. E quel che è peggio misera e perbene. Mi chiedo quale velleità l’abbia stanata, troppo tardi, dalla sua casa, per trascinarla verso la meta di un sogno chissà quanto a lungo accarezzato lontano da qui. Forse pensava di aiutare qualcuno, con i soldi guadagnati a Bari. Frugo nella borsetta. Non arriverò a fine mese, ma cinquanta euro contro i suoi zero sono troppi. Prendo una banconota da dieci e gliela porgo con tutta la gentilezza che la volgarità del fare l’elemosina permette. Grazie. Dice lei, ma il suo primo gesto è respingere i soldi. Deve fare un piccolo sforzo per prenderli. Conosco la sua riluttanza, e l’umiliazione che ti piega la testa quando devi accettare per sopravvivere. Tua madre come sta? Mille benedizioni tua famiglia. Ti hanno cresciuta bene, ringrazia. Crede che io sia molto più giovane di lei, di poter essere mia madre. Alla mia sono cresciuta sotto gli occhi senza imparare la compassione. Quella l’ho sviluppata studiando gli altri per capire cosa potesse indurli ad amarmi. E adesso non mi importa più. Ma, quando questa sfigata mi abbraccia e stampa due umidi baci sulle guance, scoppio a piangere pure io e non so neanche bene perché. Sento lo scherno dei presenti addosso a noi. Probabilmente neanche loro credono che sia sincera. Grazie. Io adesso fa biglietto e aspetta le quattro di mattina qui per regionale. Intercity costa troppo. Le stringo forte la mano e le auguro buona fortuna. Mi allontano di qualche passo e piombo a sedere tra un tipo kafkiano con una valigetta verde e una studentessa. Intanto penso: dovrei chiederle come si chiama, darle il mio numero, indirizzarla a qualcuno… ma non lo farò. E’ più comodo allungare dieci euro e fingere di non essermi mai imbattuta in una richiesta d’altro aiuto. Questa donna, di qualche anno più grande di me, brutta come temo di diventare, sola come io sarò, è l’icona del futuro che si acquatta poco oltre il mio presente. Anche io sono stata mossa da una velleità, prima di diventare la corrucciata signora magra diretta al sesto binario. Ma lei… la rumena, è mossa da un’urgenza biologica. Probabilmente non mangia da ore, e conserverà il resto del biglietto per telefonare domani alla cugina, in preda ai morsi della fame. E allora mi alzo dalla panca decisa a stenderle altri dieci euro, ma non il mio numero.
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 Galaad Edizioni (del 20/11/2011 @ 14:00:59, in Interviste, linkato 88 volte)


di Simone Gambacorta

Intervista a Gianni D’Elia sulla Città Riviera e l’omologazione pasoliniana

Gianni D’Elia ha quattro grandi amori. I primi tre sono letterari: Baudelaire, Leopardi e Pasolini. Il quarto è la moglie Anna, che è nata a Teramo. Teramano lo è un po’ anche D’Elia, almeno da quando dirige con Fabrizio Sclocchini la Nuova Officina Adriatica, una collana di «poesia, fotografia e critica del passato presente» edita dalla Banca di Teramo di Credito Cooperativo.
La collana è nata da un’idea di Sclocchini (sue le fotografie dei volumi) e sinora, oltre a “Coro dei fiori” e “Quadri della riviera” dello stesso D’Elia, vi sono stati pubblicati “L’angel” di Franco Loi e “La dura epica vicenda” di Roberto Roversi. Pesarese, classe 1953, Gianni D’Elia, all’anagrafe Giovan Battista, è considerato il maggior poeta civile italiano, e anche il lettore meno avveduto avrà facile gioco a farsene persuaso leggendone, per esempio, “Bassa stagione” o “Trentennio”, entrambi usciti nella “bianca” dell’Einaudi.
Forte della lectio pasoliniana, D’Elia ha teorizzato la contrapposizione, nel versante adriatico della penisola, tra la «Dorsale Umanistica» dell’Appennino e la «Città Riviera» spalmata tra Venezia e Pescara. Da un lato una linea di “autenticità” e cultura fatta di paesi e luoghi ancora incorrotti, dall’altro un grottesco serpentone, un ininterrotto «distretto del piacere» (non ce ne voglia Aldo Bonomi se citiamo il suo saggio, ma sono tematiche che D’Elia tratta da decenni) dove i figli della mutazione antropologica celebrano i miti e i riti del più omologante edonismo consumista.
«La mutazione antropologica di cui parla Pasolini – dice D’Elia – ha causato l’omologazione dei modi di pensare e vivere. A sua volta, la mutazione è stata causata da un’altra mutazione: quella dei modi di produzione. Da quando la produzione dei beni ha catturato le masse, ha imposto la religione del consumismo. Sulla scia di Marx – continua D’Elia – Pasolini sottolinea che la produzione è soprattutto produzione di rapporti sociali, quindi gli uomini, quindi noi: noi che oggi guardiamo la televisione, che stiamo lì con i telefonini, che abbiamo figli che trascorrono l’infanzia e l’adolescenza davanti al computer. La Città Riviera è tutta omologata perché obbedisce a un unico modello culturale».
Una problematica che D’Elia rintraccia anche nello “Zibaldone” di Leopardi, dove «in un passo dell’8 marzo 1821 si legge che, così come sono cambiati il corpo e la vita, è mutato anche l’animo». Ma quello che manca agli italiani, e che manca da sempre, è un’autocoscienza nazionale, e qui D’Elia usa la metafora del Circo: «Il circo della mia infanzia era qualcosa di bello. L’immagine che ho invece dell’Italia d’oggi è quella di un Circo degradato e corrotto. Il Circo è una finzione in cui continuiamo a vivere credendola vera, è un carrozzone che si sposta con le auto blu dei ministri. Eppure il popolo li segue, li vota. Forse l’aria cambierà, ma non conta solo l’aria del voto, che è un effetto: quel che deve cambiare è l’aria della realtà. Serve un sentimento vero della realtà. C’è un problema di verità».
A questo punto, il discorso di D’Elia torna a congiungersi con maggiore evidenza con quello di Pasolini: «La mutazione impedisce di capire che dobbiamo uscire dalla finzione, dal Circo, e tornare alla cultura, alla poesia, alla lettura, all’incontro, al salotto, alla conversazione, a qualcosa che avvicini le persone e le sottragga alla dittatura di uno schermo. Ma questo la politica non lo vuole: senza la televisione, cadrebbe. È una finzione, una grande scena illuminata con al centro un Buffone che recita. Una volta il Buffone rideva del Potere, ora il Buffone e il Potere sono la stessa cosa».
Le previsioni sono amare, D’Elia non vede possibilità di invertire la rotta: «Nel Circo non puoi lottare con serietà. Appena entri, sei omologato. Anche un intellettuale diventa una macchietta, una funzione del Circo. Gli intellettuali italiani sono in esilio, come Giovanni che scrisse l’“Apocalisse” a Patmos. La cultura è in esilio perché il tono serio della discussione è estraneo al Circo, e l’incomunicabilità tra Patmos e il Circo è il dramma della cultura ed è il nostro dramma».
Si arriva così ad alcune fra le più oscure pagine della storia repubblicana: «Se la testimonianza culturale in Italia patisce l’esilio, nessuno stupisca per il silenzio che avvolge i tre delitti fondativi della condizione che viviamo. Il delitto economico: Enrico Mattei. Il delitto politico: Aldo Moro. Il delitto culturale: Pasolini».
Sono legati, questi tre fatti? «Lo sono. Se con Pasolini si è soppressa l’idea di una cultura critica capace di processare il Potere e di passare dalla poesia per letterati a una poesia intesa come via per un’autocoscienza nazionale, con l’assassinio di Mattei e Moro sono state tranciate le possibilità dell’Italia di diventare un faro del Mediterraneo e di realizzare una politica terzomondista: in termini di economia politica, sarebbe stata una rivoluzione».
Ma a cosa hanno portato queste tre morti: «Le tre uccisioni hanno deviato le possibilità ulteriori del Paese, rimasto una colonia americana e oggi succube di uno sviluppo repressivo, con milioni di giovani che vedono “repressa” l’idea di futuro».

Intervista già apparsa in «La Domenica d'Abruzzo», 12 novembre 2011
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