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	<title>Galaad Café</title>
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		<title><![CDATA[Wlodek Goldkorn, “Auster, il re è nudo”]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<div style="text-align: justify;">
<table cellspacing="1" cellpadding="1" border="0" align="" width="100%">
    <tbody>
        <tr>
            <td><img alt="" style="width: 200px; height: 204px;" src="/public/paul auster.jpg" /><br /><br /><font size="2"><span style="font-family: Verdana;">di Simone Gambacorta</span></font></td>
        </tr>
        <tr>
            <td><br />
            <div style="text-align: justify; font-family: Verdana;"><font size="2">Recensiremo un&rsquo;intervista rilasciata da Paul Auster a Wlodek Goldkron per &laquo;L&rsquo;espresso&raquo;. Il colloquio &egrave; tecnicamente impeccabile e offre un faccia a faccia per nulla salottiero con un mostro sacro. E al di l&agrave; della chiave divulgativa, gli argomenti trattati sono capitali: per Auster e non solo per Auster. Goldkorn sa bene che in un&rsquo;intervista il regista &egrave; chi fa le domande ma il protagonista &egrave; chi risponde, e infatti sta un passo dietro il maestro e gli pone quesiti precisi. Pilucchiamo alcune risposte. Per esempio quella dove Auster spiega come un romanzo sia un vestito che si fa su misura per chi lo abita, a patto di capire &ldquo;prima&rdquo; chi sar&agrave; ad abitarlo: &laquo;Quando mi metto a scrivere non penso alla trama. Penso ai personaggi. Comincio a immaginarmi i protagonisti, parlo con loro, finch&eacute; non riesco a sentirli sul serio. E solo allora, quando so quasi tutto di loro, posso costruire una storia&raquo;. Ma la storia si &ldquo;scopre&rdquo; scrivendola, in qualche modo detta se stessa: &laquo;Scrivere &egrave; come camminare in un bosco. Trovo un enorme albero che mi sbarra la strada, e cambio direzione. E intanto mi imbatto in un animale, oppure cado in una fossa. Voglio dire: la conclusione di una storia &egrave; diversa da come me la immaginavo all&rsquo;inizio&raquo;. Come insegna Petit nel suo manuale metaforico di scrittura che &egrave; il &ldquo;Trattato di funambolismo&rdquo; (c&rsquo;&egrave; una prefazione di Auster, poi riproposta nei saggi dell&rsquo;&ldquo;Arte della fame&rdquo;), una narrazione &egrave; un attraversamento che conduce da un punto a un altro lungo un percorso apparentemente lineare, ma in realt&agrave; basato sulla gestione complessa di equilibri ogni volta eguali e ogni volta diversi. Torna alla mente &ldquo;Le trame della scrittura&rdquo;, il libro intervista curato da Matteo Bellinelli. Anche l&igrave; Auster parla chiaro: &laquo;Mentre sei in cammino verso la tua meta, succede qualcosa di inaspettato&raquo;. E aggiunge: &laquo;Tutto quello che succede tra la nascita e la morte &egrave; una combinazione di volont&agrave; e caso&raquo;, una &laquo;fusione tra l&rsquo;inatteso e l&rsquo;intelligenza&raquo;. Il caso &egrave; un suo tema principe, &egrave; il cielo che con i suoi &ldquo;esperimenti di verit&agrave;&rdquo; fa piovere gocce di destino. E infatti a Goldkorn dice: &laquo;Non sappiamo mica cosa ci succeder&agrave;, una volta usciti da questo stupendo giardino dove stiamo parlando&raquo;. Chiss&agrave; qual &egrave; la partitura da cui nasce quella &ldquo;musica del caso&rdquo; che ci assegna il dato pi&ugrave; imprevedibile che esista, ossia il volto che abbiamo, il vero incipit del romanzo della nostra vita. Chi lo sa? Nessuno, nemmeno Auster. Che per&ograve;, in un&rsquo;altra risposta a Goldkorn, rivendica l&rsquo;importanza del dolore, che &egrave; la voce del vivo: &laquo;Ogni giorno costruiamo la nostra narrazione su chi siamo e che cosa abbiamo fatto. E spesso facciamo delle grandi semplificazioni, omettendo il dolore&raquo;. Se lo si omette, &ldquo;L&rsquo;invenzione della solitudine&rdquo; diventa impossibile. Si noti che, soprattutto nella prima parte di quel libro autobiografico, il dolore &egrave; un punto centralissimo: e parlando del tragico evento che segn&ograve; l&rsquo;infanzia del padre (la madre uccise il marito, cio&egrave; il nonno di Paul), Auster annota che &laquo;un bambino non pu&ograve; sopravvivere a una vicenda simile senza scontarla da adulto&raquo;. Tra  parentesi. Quelle pagine nascondono &ldquo;anche&rdquo; la ricerca di un personaggio: ma se uno scrittore pu&ograve; generare un personaggio, un figlio non pu&ograve; generare un padre: perci&ograve; &ldquo;quel&rdquo; padre resta imprendibile, come del resto ogni personaggio dovrebbe essere (al di l&agrave; del fatto che sia in tutto o in parte frutto di finzione). Sono &ldquo;prendibili&rdquo; i protagonisti, illustri e non, delle &ldquo;Vite immaginarie&rdquo; di Schwob? E Long John Silver, Raskolnicov, Michele Ardengo e Bartleby? No. Chiusa parentesi. Concludiamo con l&rsquo;inciso dove Auster ribadisce la fatica dello scrivere: &laquo;Tante volte ho visto che il frutto del lavoro di diverse settimane era da buttare via&raquo;. In quel caso il nostro fa la cosa pi&ugrave; semplice del mondo: &laquo;Vado a ritroso, per trovare l&rsquo;ultima frase valida. E da quella ricomincio tutto&raquo;.<br /><br />(Wlodek Goldkorn, &ldquo;Auster, il re &egrave; nudo&rdquo;, in &laquo;L&rsquo;espresso&raquo;, n. 31, 5 sgosto 2010, pp. 92-95) </font></div>
            </td>
        </tr>
    </tbody>
</table>
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		<title><![CDATA[Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, “Profondo nero”]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<div style="text-align: justify;"><hr style="width: 100%; height: 2px;" />
<table cellspacing="1" cellpadding="1" border="0" align="" width="100%">
    <tbody>
        <tr>
            <td><img alt="" style="width: 169px; height: 251px;" src="/public/copertina lo bianzo e rizza.jpg" /><br /><br /><font size="2"><span style="font-family: Verdana;">di Simone Gambacorta</span></font></td>
        </tr>
        <tr>
            <td><br />
            <div style="text-align: justify; font-family: Verdana;"><font size="2">Nel pamphlet &quot;Scritture a perdere&quot;, Giulio Ferroni rimprovera ai romanzi italiani di non &laquo;corrodere criticamente il presente&raquo;. Ma se la letteratura italiana langue, e che langua &egrave; appurato, la saggistica riserva sorprese, anche molto corrosive. Ce n&rsquo;&egrave; in particolare una di inchiesta che, in chiave di inchiesta giornalistica e senza stupide dietrologie, analizza pagine oscure dell&rsquo;Italia repubblicana: a questo filone &egrave; ascrivibile &quot;Profondo nero&quot; di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza. Il libro rovista nel torbido dei delitti  eccellenti di Enrico Mattei, Pier Paolo Pasolini e Mauro De Mauro, sulla base di una tesi che li vorrebbe legati da un filo &ldquo;petrolifero&rdquo; ed eversivo. Movendo da un famoso assunto di Carlo Ginzburg, gli autori illustrano il loro metodo di indagine con questa avvertenza: se il giudice &laquo;giudica sulla base di prove e indizi&raquo;, lo storico &laquo;ricostruisce anche sulla base di ipotesi&raquo;. Cio&egrave; a dire: &laquo;Lo storico (e, nel nostro caso, anche il giornalista) procede (&hellip;) per deduzioni, ed &egrave; legittimato a sottolineare le contraddizioni e le smagliature delle ricostruzioni ufficiali, purch&egrave; le sue ipotesi e i suoi interrogativi vengano onestamente presentati come tali&raquo;. Ma veniamo ai fatti. Enrico Mattei era il Presidente dell&rsquo;Eni e voleva rendere l&rsquo;Italia autonoma sotto il profilo della produzione energetica. Il suo progetto era grandioso, ma avrebbe scontentato un enorme sistema di interessi politici ed economici. E infatti nel 1962 un ordigno disintegr&ograve; l&rsquo;aereo privato su cui viaggiava (col pilota e un reporter americano). Nel 1970, un giornalista palermitano del quotidiano &laquo;L&rsquo;Ora&raquo;, Mauro De Mauro, venne rapito e se ne persero per sempre le tracce: solo dopo si seppe che aveva scoperto qualcosa di grosso sugli ultimi giorni di vita di Mattei. A livello giudiziario, i responsabili dei due casi non sono stati individuati. Un altro che di questa faccenda, e di molto altro, aveva capito troppo per continuare a vivere era Pasolini (&laquo;Io so&raquo;, scrisse), e pure i muri sanno che la versione ufficiale del suo assassinio (1975) non tiene (si veda l&rsquo;intervista inedita a Pelosi in appendice). La ricostruzione di Lo Bianco e Rizza prende spunto dal saggio pasoliniano  &ldquo;Il petrolio delle stragi&rdquo; di Gianni D&rsquo;Elia ed &egrave; ampia e documentata, e si fa apprezzare per la buona scrittura e per la qualit&agrave; del racconto. Risposte definitive, &egrave; chiaro, non ne d&agrave;: ma a quanto pare i tre furono condannati a morte e i loro omicidi furono esecuzioni ordinate dall&rsquo;alto; e c&rsquo;&egrave; un nome che ritorna come un incubo, quello dell&rsquo;eminenza grigia Eugenio Cefis, fra i pi&ugrave; bui e sfuggenti uomini di potere che la scena italiana abbia conosciuto in tempi recenti. Il risultato &egrave; un &ldquo;romanzo&rdquo; tragico e pieno di dramatis personae sull&rsquo;Italia gommosa del complotto, del depistaggio, della strategia della tensione e del golpismo; il miserere di verit&agrave; censurate da sabbie dove si scorgono le orme dei servizi segreti, di parti di Stato e di poteri occulti sia finanziari che politici (per restare in certi climi e in certe tetre atmosfere, rileggiamoci la &ldquo;Troga&rdquo; di Rugarli). Sciascia diceva che il potere non era nelle istituzioni, ma altrove. Nel &ldquo;paese senza&rdquo; in cui viviamo, lo stesso di Ustica, di Giorgio Ambrosoli, di Piazza Fontana, dell&rsquo;affaire Moro, viene da pensare che non solo il potere, ma anche la verit&agrave;, anche la libert&agrave;, siano spesso altrove: e cio&egrave; lontano dai cittadini, dalla democrazia, dalla Costituzione, e da una bandiera che ogni tanto, con estenuazione, con rassegnazione, saremmo tentati di vedere come un tappeto, tanta la polvere, tanto il non detto che vi sono stati nascosti sotto. &ldquo;Profondo nero&rdquo; &egrave; un libro che, foss&rsquo;anche per contestarlo, per correggerlo, per confutarlo, costringe a porsi il problema civico ed etico di vederci chiaro.<br /><br />(Giuseppe Lo Bianco, Sandra Rizza, &ldquo;Profondo nero. Mattei, De Mauro, Pasolini. Un&rsquo;unica pista all&rsquo;origine delle stragi di Stato&rdquo;, chiarelettere, pp. 300, Euro 14,60) </font></div>
            </td>
        </tr>
    </tbody>
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		<title><![CDATA[Controcorrente o in cerchio]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<div style="text-align: justify;">
<table width="100%" cellspacing="1" cellpadding="1" border="0" align="">
    <tbody>
        <tr>
            <td><img alt="" style="width: 137px; height: 189px;" src="/public/Timenatdatnl.jpg" /></td>
        </tr>
        <tr>
            <td><br />
            <div style="text-align: justify; font-family: Verdana;"><font size="2">Tempo. Newton visualizzava il tempo come una freccia in volo verso il suo bersaglio. Einstein interpretava il tempo come un fiume che avanza, impetuoso, diretto, ma anche arcuato, curvo, talvolta sotterraneo, qualcosa che non finisce ma si riversa in un mare pi&ugrave; grande. Un fiume non pu&ograve; scorrere controcorrente, ma pu&ograve; scorrere in cerchi; gorghi e mulinelli ne spezzano regolarmente il moto propulsivo. Il corso del fiume &egrave; balzano, c&rsquo;&egrave; un&rsquo;alta possibilit&agrave; di correnti incrociate, una smagliatura nel tempo che ci fa tornare senza preavviso in luogo che credevamo di avere attraversato molto tempo prima. Qualsiasi persona a cui capiti una cosa simile si aggrappa fedelmente all&rsquo;orologio; l&rsquo;ora scorrer&agrave; via, passeremo sicuramente oltre. Poi scopriamo che l&rsquo;orologio non &egrave; n&eacute; una zattera n&eacute; un salvagente. L&rsquo;illusione orologiera del progresso cola a picco. Il passato procede insieme a noi, come una rete a traino carica di pesci. Lo rimorchiamo gi&ugrave; per il fiume, persone e cose, emozioni, abitanti del tempo, non li abbiamo lasciati a riva chiss&agrave; quando, stanno ancora nuotando vicino a noi. Un calcio nella corrente ci fa rigirare, restiamo catturati di colpo nella rete da noi costruita, l&rsquo;accumulo di una vita appena al di sotto della superficie. Cos&rsquo;erano quelle storie di citt&agrave; sul fondale di un fiume? Regni perduti visibili come un supplizio di Tantalo quando le acque sono ferme? &Egrave; risaputo che le sirene attraversano baluginando il mare buio per risalire a nuoto il fiume come salmoni. L&rsquo;inconscio, a quanto pare, non intende mollare il suo bottino. Il passato viene con noi e talvolta rapisce il presente, cos&igrave; che le distinzioni su cui contiamo per la nostra sicurezza, per la nostra salute mentale, scompaiono. Passato. Presente. Futuro. Quando questo avviene non siamo pi&ugrave; certi di sapere chi siamo, o forse non possiamo pi&ugrave; fingerci certi di sapere chi siamo. <br /><br />(<span style="font-style: italic;">Simmetrie amorose</span>, Jeanette Winterson, traduzione di Pia Pera, Mondadori, 1997) </font></div>
            </td>
        </tr>
    </tbody>
</table>
</div>]]></content>
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		<title><![CDATA[Naufraghi]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<div style="text-align: justify;">
<table cellspacing="1" cellpadding="1" border="0" align="" width="100%">
    <tbody>
        <tr>
            <td><img src="/public/MonetTheSeaAtFecamp1881.jpg" style="width: 278px; height: 224px;" alt="" /><br /><br /><font size="2"><span style="font-family: Verdana;">(Monet, The Sea at Fecamp, 1881)</span></font></td>
        </tr>
        <tr>
            <td><br />
            <div style="text-align: justify; font-family: Verdana;"><font size="2">Due naufraghi, all'albero abbracciati,<br />resistettero fino al nuovo giorno,<br />quand'uno sorridente si volse verso terra -<br />Che fu, mio Dio, dell'altro!<br /><br />Rare navi passando<br />un volto scorsero<br />dalle acque portato -<br />gli occhi ancora imploranti nella morte -<br />e le mani protese alla preghiera -<br /><br />(Emily Dickinson, Tutte le poesie, a cura di Marisa Bulgheroni, Mondadori, 1997)</font></div>
            <br /></td>
        </tr>
    </tbody>
</table>
</div>]]></content>
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		<title><![CDATA[Ennio Flaiano. Hanno detto e scritto di lui]]></title>
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		<created>2010-08-19T18:41:53+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<div style="text-align: justify;">
<table cellspacing="1" cellpadding="1" border="0" align="" width="100%">
    <tbody>
        <tr>
            <td><img alt="" style="width: 202px; height: 202px;" src="/public/ennioflaiano2.jpg" /><br /><br /><font size="2"><span style="font-family: Verdana;">di Simone Gambacorta</span></font></td>
        </tr>
        <tr>
            <td><br />
            <div style="text-align: justify; font-family: Verdana;"><font size="2">Chiss&agrave; con questo caldo dove sar&agrave; andato a rinfrescarsi Stevenson. Vorremmo parlargli perch&eacute; ci siamo imbattuti in un caso in stile dottor Jekyll e signor Hyde. È successo che abbiamo letto “Ennio Flaiano. Hanno detto e scritto di lui”, una raccolta di testi e interviste sull’autore di “Tempo di uccidere”, e l’abbiamo trovata mediocre e sconclusionata. Con una ciliegina sulla torta, cio&egrave; il curatore: che c’&egrave; e non c’&egrave;. In questo senso: sebbene nessuno sia formalmente indicato come tale, abbiamo dedotto che a curare il libro, di fatto, sia stato Augusto Ferrara, che ne &egrave; l’editore e che ha firmato una nota dove dice e non dice. Perci&ograve; andiamo cercando Stevenson. Vorremmo chiedergli: chi &egrave; chi? Intanto ricordiamo a Ferrara che il curatore non &egrave; un addobbo, ma colui che assume la responsabilit&agrave; di una pubblicazione, ne detta i criteri e ne illustra le ragioni. Per&ograve; o fai il curatore o fai l’editore. Hai scelto il mestiere di stampare libri? Benissimo. Ma abbi la buona creanza, quando necessario, di trovarti curatori capaci di fare un buon lavoro. Il concetto non &egrave; cos&igrave; difficile da comprendere: o no? Se fai tutto da solo, rischi di sbagliare. E infatti il libro &egrave; raffazzonato e semplicione. I testi della prima parte, quelli “su” Flaiano, denunciano una disposizione casuale e persino illogica. Si parte con uno di Giovanni Russo, “Il mio Flaiano”, ove si ripete il gi&agrave; detto e si cita la citatissima lettera in cui Flaiano parla della sua “abruzzesit&agrave;” (Russo omette il nome del destinatario, il giornalista Pasquale Scarpitti, che quella lettera pubblic&ograve; poi nel suo “Discanto”). Segue un intervento sul “Fondo Flaiano” a firma di Diana Rüesch, conservatrice dell’Archivio Prezzolini alla Biblioteca di Lugano. Nulla da ridire (per un lapsus calami avevamo scritto: nulla da ridere), ma che c’entra? Pi&ugrave; pertinente &egrave; invece la nota “Flaiano, i suoi libri, le sue letture, gli anni Trenta e Quaranta”, di Rosetta Rota (la vedova dello scrittore scomparsa nel 2003), mentre non si capisce cosa ci stia a fare quel ricordo dove la Rüesch, di nuovo lei, spiega “Chi era la signora Flaiano?” (stiamo parlando di Ennio o della moglie?). Subito dopo c’&egrave; un ottimo saggio del compianto Francesco Desiderio sull’antitesi tra Flaiano e D’Annunzio, ma a conferma dell’andamento casciarone delle pagine, ecco saltare fuori un testo di Flaiano, “Io, D’Annunzio, la nostra Pescara”: una testimonianza preziosa, ma se non abbiamo frainteso, il titolo del libro recita “Ennio Flaiano. Hanno detto e scritto di lui”, non “Ennio Flaiano. Ha detto e scritto di s&egrave;”. Il problema non &egrave; il valore dei singoli contributi (Russo a parte), il problema &egrave; che sono stati assemblati senza criterio (ne manca uno anche per le norme redazionali, e lasciamo perdere le scelte grafiche). Dopo questo minestrone approntato alla bell’e meglio, il men&ugrave; prevede il fritto misto delle interviste (realizzate tra il ’94 e il 2009) a “famosi” che hanno conosciuto Flaiano. A rispondere a Russo, Mario Pandolfo, Giulietta Rovera e Francesco Totoro (per quella a Biagi) sono stati in tanti, da Vaime a Costanzo, da Monicelli a Guerra, da Risi a Zeffirelli, da Proietti alla Lollobrigida (che parla di s&eacute;). A parte alcune domande imbarazzanti (a Lattuada viene chiesto se frequentasse con Flaiano «i bar romani»; non i caff&egrave;, i bar: come due avvinazzati), queste interviste suonano superficiali e confermano che a domanda approssimativa  segue risposta approssimativa. La somma di due approssimazioni d&agrave; per risultato l’inutilit&agrave;. Inutilit&agrave; che, in questo caso, ha le fattezze di un coretto aneddotico (noi siamo del tutto contro Sainte-Beuve, ma un conto &egrave; parlare dell’uomo nella prospettiva dell’opera, un conto &egrave; parlare dell’uomo e basta). Dopo le interviste, c’&egrave; una paginetta sul Teatro Flaiano di Roma, alcune lettere tratte “Dall’espistolario” del Satiro e, dulcis in fundo, un spazio dedicato alle “Curiosit&agrave;”, con disegni, schizzi e caricature. Poi basta. E meno male.<br /><br />(“Ennio Flaiano. Hanno detto e scritto di lui”, Augusto Ferrara Editore, pp. 190, Euro 26) </font></div>
            </td>
        </tr>
    </tbody>
</table>
</div>]]></content>
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		<title><![CDATA[E. L. Doctorow, “Homer &amp; Langley”]]></title>
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		<created>2010-08-04T14:28:55+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<div style="text-align: justify;">
<table cellspacing="1" cellpadding="1" border="0" align="" width="100%">
    <tbody>
        <tr>
            <td><img alt="" src="/public/copertina doctorow.jpg" /><br /><br /><font size="2"><span style="font-family: Verdana;">di Simone Gambacorta</span></font></td>
        </tr>
        <tr>
            <td><br />
            <div style="text-align: justify; font-family: Verdana;"><font size="2">Siamo ai primi del Novecento. I fratelli Homer e Langley sono di famiglia agiata, vivono in un palazzetto a New York e il loro cognome &egrave; Collyer. Sono i protagonisti del nuovo romanzo del grande Doctorow e hanno una particolarit&agrave;: sono matti. Homer &egrave; cieco e sar&agrave; la sua voce ad accompagnarci nella storia, che inizia proprio col racconto della perdita della vista (diverr&agrave; anche sordo). Un giorno Langley parte per la Grande Guerra e Homer resta a casa con i genitori: due persone eleganti che per&ograve;, nel giro di poco tempo, muoiono d’influenza spagnola. Quando Langley torna non &egrave; pi&ugrave; lo stesso e lui e Homer sono ormai soli (domestici a parte). Langley, che &egrave; il vero protagonista e che «non faceva mai le cose come tutti gli altri», ha smanie filosofiche, ha coniato la Teoria del rimpiazzo («Nella vita tutto viene rimpiazzato», i genitori dai figli e via dicendo) e ha un pallino che, se non fosse un delirio, sembrerebbe un sogno: realizzare un giornale «eternamente attuale» per fissare «la vita americana in un’unica edizione». Cos&igrave;, &egrave; sempre Homer a dircelo (l’io narrante &egrave; lui perch&eacute; si rivolge a Jacqueline: e leggendo capiremo), Langley si d&agrave; all’acquisto forsennato di quotidiani. Suddivide le notizie in categorie e le archivia per estrarne statistiche allo scopo di creare un numero unico che vada bene «per qualsiasi giorno». Ed eccoci a un’altra stranezza dei Collyer, l’accumulo. Langley conserva tutti i giornali che compra e col passare del tempo, complice l’avallo di Homer, conserver&agrave; di tutto e trasformer&agrave; la casa, una volta bella e finemente ammobiliata, in un sempre pi&ugrave; caotico e decadente «labirinto di viottoli pericolosi, pieno di ostacoli e vicoli ciechi», un magazzino stipato di materiali di ogni tipo, compresa un’autombibile («Tutti sembravano interpretare la sua tendenza all’accumulo come un ethos»). Ma mentre accumulano roba e gli anni passano, ne combinano di tutti i colori: fra l’altro hanno amorazzi (qualcuno pi&ugrave; duraturo), organizzano t&egrave; danzanti, vengono arrestati, danno asilo a un gangster, ospitano un gruppo di hippy, rischiano un incendio, si beccano un’ipoteca, subiscono il taglio dell’acqua e della luce. I Collyer se ne stanno sempre ficcati in casa e diventano leggenda, ma nella misura in cui diventano bersaglio delle sassate dei ragazzini. La stampa parla della loro folle e anarchica originalit&agrave;, e intanto sullo schermo del globo sfilano la seconda guerra mondiale, lo sbarco sulla luna e altri eventi. Sin dal ritorno di Langley, i due si sono sempre pi&ugrave; isolati dal mondo, in un distacco progressivo e costante. Anche l’ironia, che puntolina soprattutto le pagine inziali, scemer&agrave; e sar&agrave; risucchiata dal senso tragico di queste due vite. Langley &egrave; pazzo, non ci piove, ma Homer &egrave; suo sodale e non ne respinge le trovate: perci&ograve; il matto non &egrave; uno, sono due. Tobino diceva che i «matti sono ombre con le radici al di fuori della realt&agrave;»: e infatti Homer e Langley stanno fuori dalla realt&agrave; degli altri perch&eacute; sono conficcati nella loro (la casa). Il libro &egrave; ispirato a una storia vera: i Collyer sono esistiti e naturalmente, per romanzarne la vicenda, Doctorow si &egrave; concesso tutta una serie di licenze. Il romanzo finisce quando Homer sente un boato e una forte vibrazione dell’edificio, come una scossa di terremoto, ed &egrave; con questa sospensione improvvisa ma non brusca che cala il sipario (nella realt&agrave; furono ritrovati cadaveri: Langley schiacciato da una valanga di carta, Homer morto di stenti perch&eacute; bloccato da cataste di roba). Forte di una narrazione trainata da una scrittura sempre fragrante, “Homer &amp; Langley” fa rimpiangere di interrompere la lettura per rispondere al telefono o per accendere una sigaretta. E Doctorow dimostra che una vita, anche la pi&ugrave; eccentrica, anche la pi&ugrave; solitaria, pu&ograve; parlare a qualsiasi lettore, anche il pi&ugrave; ordinario, anche il pi&ugrave; normale: sempre che la si sappia inventare e raccontare.<br /><br />(Edgard Laurence Doctorow, “Homer &amp; Langley”, traduzione di Silvia Pareschi, Mondadori, pp. 215, Euro 19,50) </font></div>
            </td>
        </tr>
    </tbody>
</table>
</div>]]></content>
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		<issued>2010-08-04T14:28:55+01:00</issued>
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		<title><![CDATA[Intervista a Michele Trecca]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<div style="text-align: justify;">
<table cellspacing="1" cellpadding="1" border="0" align="" width="100%">
    <tbody>
        <tr>
            <td><img alt="" style="width: 174px; height: 174px;" src="/public/trecca16.jpg" /><br /><br /><font size="2"><span style="font-family: Verdana;">di Simone Gambacorta</span></font></td>
        </tr>
        <tr>
            <td><br />
            <div style="text-align: justify; font-family: Verdana;"><font size="2">Michele Trecca, foggiano, classe 1954, critico letterario e direttore della benemerita rivista online &laquo;Booksbrothers&raquo;, ha pubblicato &ndash; fra l&rsquo;altro &ndash; la raccolta di interviste a scrittori &ldquo;Parola d&rsquo;autore. La narrativa italiana contemporanea nel racconto dei protagonisti&rdquo; (Argo, 1994) e &ldquo;L&rsquo;albergo delle storie. Materiali critici di narrativa italiana contemporanea e qualcos&rsquo;altro&rdquo; (Palomar, 2004). Operatore culturale, collaboratore della &laquo;Gazzetta del Mezzogiorno&raquo;, Trecca gestisce anche una libreria. In questa intervista parla del mestiere del recensore, delle possibili differenze tra un recensore e un critico e del suo modo di scrivere dei libri degli altri.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Quand&rsquo;&egrave; che, da lettore, sei diventato critico letterario?</span><br />&Egrave; successo tutto casualmente, a met&agrave; anni Ottanta. Ero a Varese, insegnavo, e un amico della &laquo;Gazzetta del mezzogiorno&raquo;, incontrato dopo tanto tempo, mi chiese se mi andava di fare &ldquo;intervistine&rdquo; ad autori... tanto, aggiunse, sei a due passi da Milano e di l&igrave; passano tutti. In effetti, furono anni molto belli, ricchi di incontri e frequentazioni. Facevo solo interviste o quasi. Ascoltavo con grande piacere e umilmente sbobinavo, poi tagliavo e rielaboravo. Ho ancora tante cassette. Credo che ormai abbiano un certo valore storico. Tornato a Foggia, per un periodo continuai con le interviste. Partivo la domenica sera, viaggiavo la notte, facevo due tre interviste, ripartivo la sera del luned&igrave;, il marted&igrave; ero al lavoro. Dopo un po&rsquo; decisi che era pi&ugrave; comodo fare il critico e, cio&egrave;, recensioni, non interviste. La verit&agrave;, per&ograve;, &egrave; che ormai c&rsquo;erano i fax e gli autori preferivano sempre pi&ugrave; rispondertti in quel modo. Meglio le recensioni.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">In un tuo libro, &ldquo;L&rsquo;albergo delle storie&rdquo;, hai raccolto una gran quantit&agrave; di recensioni sulla narrativa italiana contemporanea e altri &ldquo;materiali critici&rdquo; scritti tra il 1995 e il 2003. Cos&rsquo;&egrave; che fa di una recensione una buona recensione?</span><br />Secondo me, una buona recensione &egrave; quella che ti fa capire non solo il libro di cui parla ma anche il punto di vista e la personalit&agrave; di chi ha scritto quella recensione. &Egrave; come quando ti presentano una persona: te ne fai un&rsquo;idea, prima ancora di frequentarla, sulla base di ci&ograve; che pensi di chi te l&rsquo;ha presentata e delle circostanze e del modo con cui l&rsquo;ha fatto. Far capire un libro per me significa mettere chi legge una recensione in condizione di valutare come e per quali aspetti (riflessivi, emotivi, informativi, di conoscenza, di confronto con un altro punto di vista, di ribaltamento di gerarchia di valori...) esso pu&ograve; interagire con la sua vita. Il piacere della lettura nasce da questa ricerca di connessione (che il critico motiva e orienta) e poi, eventualmente, dal contatto fisico fra le pagine che si leggono e la carne viva della vita di chi legge.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Grazia Cherchi, ma anche Paolo Milano o Geno Pampaloni, ritenevano che una recensione dovesse comprendere tre elementi: il riassunto della trama del libro, alcune citazioni testuali che dessero il tono delle pagine, e il giudizio.<br /></span>Giustissimo. Ma come dosare e distribuire questi elementi? E, soprattutto, come collegarli fra loro in un unico discorso, il tuo, che non pu&ograve; e non deve essere la somma di pezzi di riporto di un altro testo? Una recensione ha una propria autonomia, esattamente come ce l&rsquo;ha un romanzo rispetto alla realt&agrave;, quale che sia il suo contenuto. Al tempo stesso, per&ograve;, una recensione ti aiuta a capire un romanzo e un romanzo ti aiuta a capire la realt&agrave;. Ricette non ce ne sono. Una recensione &egrave; un atto creativo e, quindi, una singolarit&agrave;. <br /><br /><span style="font-weight: bold;">Dicevamo che le tue recensioni erano state pubblicate per la maggior parte sulla &laquo;Gazzetta del Mezzogiorno&raquo;, quindi su un quotidiano. In una sua nota di qualche anno fa, &ldquo;Parlare di un libro nei giornali&rdquo;, Claudio Marabini &ndash; secondo me a ragione &ndash; sosteneva questo: &laquo;Un libro pu&ograve; essere una notizia. La notizia su un libro necessita di un&rsquo;opinione. La somma tra la notizia sul libro e l&rsquo;opinione critica sul suo contentuo costituisce la recensione&raquo;. Vorrei sapere cosa ne pensi.</span><br />Il giudizio critico di una recensione non pu&ograve; riguardare solo il contenuto ma l&rsquo;insieme delle parti di un libro, a partire da quella di volta in volta pi&ugrave; significativa nel suo dna. Il giudizio critico su un libro deve dire se la fitta trama di interazioni fra le parti di un libro costituisce un mondo, quale mondo e come esso pu&ograve; entrare in gioco nelle vita di chi legge.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Il discorso di Marabini mi fa pensare questo: che da quando esistono le comunicazioni di massa, la figura &ldquo;tradizionale&rdquo; del critico ha figliato quella del recensore, colui, cio&egrave;, che scrive di libri in un&rsquo;ottica di servizio per il lettore e che lo fa da una latitudine essenzialmente giornalistica. Che ne dici?</span><br />Il punto di vista giornalistico &egrave; quello per cui nessun fatto &egrave; di per s&eacute; notizia ma qualsiasi fatto pu&ograve; diventarlo. Un fatto diventa notizia se il giornalista riesce a trovare in esso motivi di interesse per il proprio pubblico. In questo senso &egrave; giusto che il lavoro del recensore stia nei parametri giornalistici della notiziabilit&agrave; di un fatto. Troppo spesso, per&ograve;, in redazione si riduce il possibile interesse di un libro alla sua data d&rsquo;uscita o al numero di copie vendute. Bisognerebbe lasciare pi&ugrave; libert&agrave; al recensore ed anzi sollecitare la sua capacit&agrave; di trovare in ogni libro altri motivi di interesse che non siano la novit&agrave; e il successo.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">La differenza fondamentale, secondo me, &egrave; che il critico lavora in area accademica o para-accademica, e conserva questa matrice anche quando &egrave; &ldquo;prestato&rdquo; a un giornale, mentre il recensore lavora stabilmente in area giornalistica. Lo scritto del recensore &ldquo;tende&rdquo; alla critica, nel senso che contiene un giudizio, ma pimariamente si rivolge a un pubblico non specialistico per finalit&agrave; informative. E questo spiegherebbe un&rsquo;importante affermazione di Petronio, che in un&rsquo;intervista disse: &laquo;Non esiste pi&ugrave; solo il critico accademico. Esiste il critico che lavora nelle universit&agrave;, quello che lavora nei mezzi di diffusione di massa&raquo;, cio&egrave; &ndash;&laquo;radio, televisioni, giornali&raquo;.</span><br />O, forse, non esiste pi&ugrave; n&eacute; l&rsquo;uno n&eacute; l&rsquo;altro se consideriamo la loro incidenza reale nella societ&agrave; o, semplicemente, nella capacit&agrave; di orientamento del pubblico. N&eacute; i ciritici n&eacute; i recensori hanno pi&ugrave; l&rsquo;autorevolezza di un tempo. Sono ormai figure marginali, autoreferenziali. Scambi di favori e guerre per bande sono il senso pi&ugrave; vero di tanti interventi pi&ugrave; o meno critici. Del resto, chi scrive di libri sono pi&ugrave; o meno le stesse persone che votano nei vari premi letterari a cominciare dallo Strega. Se la loro libert&agrave; di giudizio &egrave; tale per cui nella circostanza solenne di un premio votano come sappiamo, e cio&egrave; prendendo ordini dalle rispettive case editrici, perch&eacute; invece dovrebbero avere indipendenza di giudizio quando scrivono di queso o qul libro?<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Quindi esiste una libert&agrave; di recensione? Beradinelli ha parlato, condivisibilmente, di &laquo;pubblicit&agrave; culturale&raquo;.</span><br />Esiste la libert&agrave;, la censura, l&rsquo;autocensura. Siamo in democrazia e ognuno sceglie, a seconda dei propri mezzi e delle proprie capacit&agrave;.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Torniamo a te. C&rsquo;&egrave; un punto che mi interessa tantissimo ed &egrave; questo: come funziona la stesura di una tua recensione?</span><br />Dopo tanti anni, non ho ancora un metodo. So, per&ograve;, che per me &egrave; fondamentale la prima frase o, comunque, l&rsquo;inizio. Comincio a scrivere solo quando esso mi &egrave; assolutamente chiaro, parola per parola. Generalmente, quando finisco di leggere un libro, ho chiare le prime righe. Devono piacermi davvero molto, per accendere il computer e cominciare a scrivere. Il resto &egrave; una conseguenza obbligata. Il mio impegno &egrave; mantenere fede a quelle righe, comprendendole e argomentandole. &Egrave; come una puntata alta d&rsquo;apertura al poker. Dopo devi necessariamente tenere su di giri il gioco. Non so se sia un paragone appropriato perch&eacute; in realt&agrave; conosco poco il poker.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Quanto impieghi, mediamente, a scrivere una recensione?</span><br />Almeno due sessioni di lavoro. Per sessione di lavoro intendo una mattinata, un pomeriggio e cio&egrave; almeno quattro ore a volta. Mi vergogno a confessarlo, in realt&agrave; spesso impiego pi&ugrave; tempo. La verit&agrave; &egrave; che se dividessi il compenso per una recensione con le ore di lavoro impiegate (mettici pure la lettura del libro) risulterebbe che il reato di riduzione in schiavit&ugrave; non &egrave; un&rsquo;esclusiva dei caporali che ingaggiano manodopera per la raccolta dei pomodori. Credo sia una piaga sempre pi&ugrave; diffusa nel mondo giornalistico. Non c&rsquo;&egrave; alternativa: fare recensioni non pu&ograve; che essere un secondo, terzo, anzi quarto o quinto lavoro. A meno che non ne fai in modo seriale oppure hai un circuito per riciclarle. Per quanto mi riguarda ne faccio poche, ormai sempre meno.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Ma come si impara questo mestiere?</span><br />Come tutti i mestieri, con intelligenza, umilt&agrave;, passione e, soprattutto, pratica.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Sei favorevole alla stroncatura?</span><br />Certo, ma deve valerne la pena. Per stroncare un libro devi leggerlo e se non ti piace &egrave; una sofferenza. Ti giochi, quindi, la cosa pi&ugrave; bella del lavoro di recensore, il piacere della lettura, senza guadagnare nulla in cambio. Alla fine hai solo perso tempo abbrutendoti con una cosa brutta e hai comunque fatto un grosso favore all&rsquo;autore parlando del suo libro. Visto l&rsquo;alto numero di pubblicazioni, infatti, in Italia il primo problema per un libro &egrave; che se ne parli. Solo la circolazione dell&rsquo;informazione certifica l&rsquo;esistenza di un libro. Un libro nasce quando se ne parla. Non &egrave; il caso, quindi, di sfruttare lo spazio sempre pi&ugrave; ridotto dell&rsquo;informazione letteraria per sostenere ci&ograve; che ti piace e ti sembra giusto che gli altri conoscano? Spesso le stroncature sono un modo per illudersi di avere potere e nascono da livore e frustrazione.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Cito un tuo brano: &laquo;La critica letteraria deve trovare un linguaggio nuovo (&hellip;) non pu&ograve; pi&ugrave; (fingere di) parlare il linguaggio unidimensionale della ragione, &egrave; ora che valorizzi la componente emotiva&raquo;, perch&eacute; &laquo;ammetterne il fondamento passionale non sminuisce l&rsquo;attendibilit&agrave; di scelte, ipotesi e valutazioni. Seguire l&rsquo;andamento rapsodico di sollecitazioni istintive &egrave; prova di onest&agrave; e non di debolezza. Usare linguaggi d&rsquo;altri mondi pu&ograve; servire a dribblare una noiosa e inutile autoreferenzialit&agrave;&raquo;. Vorrei soffermarmi un po&rsquo; su questo punto, che mi pare importante.</span><br />Penso sia sciocco ostentare assolutezza nei propri giudizi. In ognuno di essi c&rsquo;&egrave; un&rsquo;incontrovertibile soggettivit&agrave; che non va occultata ma esplicitata rendendo conto a chi legge delle sue ragioni. Dire di un libro che &egrave; fatto di parole con altre parole &egrave; come tradurre. Nel migliore dei casi un&rsquo;approssimazione. Mettere delle parole in relazione con altri linguaggi pu&ograve; essere un modo per arricchirle.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Perdonami se mi cito, ma vorrei sapere cosa pensi di alcune righe che ho scritto qualche tempo fa: &laquo;Recensire un libro significhi intuire e non cogliere un&rsquo;incognita sfuggita. Si legge, si prendono appunti, si scrive: e quando si torna a scorrere la nota che nel frattempo si &egrave; pubblicata, si ha l&rsquo;impressione di aver mancato il bersaglio, di essere finiti fuori strada (in tutto o in parte), di aver fatto, insomma, un buco nell&rsquo;acqua. La recensione scade cos&igrave; a brutta copia, la bozza &ldquo;definitiva&rdquo; di un qualcosa che ormai &egrave; stato consegnato alla carta stampata&raquo;.</span><br />La recensione &egrave; un atto creativo e, come tale, nasce da un&rsquo;urgenza interiore che quella lettura spinge alla superficie della coscienza e, quindi, della parola. L&rsquo;orizzonte di riferimento di una recensione &egrave; talmente vasto da non poter mai essere soddisfatto.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Ma in sostanza, perch&eacute; si recensiscono i libri? Che &ldquo;cosa&rdquo; &egrave; una recensione?</span><br />&Egrave; la continuazione della lettura con altri mezzi. Un modo per lanciare una sonda di profondit&agrave; dentro se stessi.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Quali sono le firme che oggi leggi con maggiore piacere?</span><br />Marco Travaglio e Fulvio Abbate. Leggo quotidianamente le loro recensioni dei fatti o libri della politica e della televisione. Del primo ammiro la laboriosa onest&agrave; quotidiana d&rsquo;una precisione implacabile e sulfurea. Del secondo la leggerezza ironica e amara con cui riesce a fare acute analisi sociali in un breve spazio. </font></div>
            </td>
        </tr>
    </tbody>
</table>
</div>]]></content>
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		<title><![CDATA[Le notti bianche di Fëdor M. Dostoevskij]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<div style="text-align: justify;">
<table cellspacing="1" cellpadding="1" border="0" align="" width="100%">
    <tbody>
        <tr>
            <td><img alt="" src="/public/lenottibianche.jpg" /><br /><br /><font size="2"><span style="font-family: Verdana;">di Consuelo Calcagno</span></font></td>
        </tr>
        <tr style="font-family: Verdana;">
            <td style="text-align: justify;"><font size="2"><br /><span style="font-style: italic;">&ldquo;Un re &egrave; l&rsquo;uomo quando sogna, un mendicante quando veglia&rdquo; </span><br /><br />In questo racconto, tanto breve quanto intenso, Dostoevskij scardina la filosofica asserzione in epigrafe e attacca il mito del sognatore schilleriano. I sognatori sono per Dostoevskij uomini che, consapevoli dell&rsquo;impossibilit&agrave; di far coincidere l&rsquo;arte con la vita, decidono di staccarsi dalla vita stessa. Il protagonista del racconto &egrave; per l&rsquo;appunto un sognatore, un giovane uomo che vive esclusivamente in contatto con se stesso. Ciononostante, Dostoevskij non ce lo presenta come un infelice ma come un uomo che, cosciente della propria condizione di &ldquo;sognatore&rdquo;, accetta la solitudine come corollario del sogno. Le lacrime di una ragazza (sconosciuta e al contempo nota) faranno s&igrave; che il sognatore decida di <span style="font-style: italic;">rischiare a viversi</span>. Le conseguenze di questa scelta saranno molto amare per il protagonista, ma Dostoevskij ci fa capire che vale comunque la pena di vivere, amare, aprirsi all&rsquo;altro, rompere il guscio del sogno precipitandosi nella vita. Perch&eacute; &ldquo;<span style="font-style: italic;">un minuto intero di beatitudine pu&ograve; ben colmare tutta la vita di un uomo</span>&rdquo;.<br /><br />(Fedor Dostoevskij, <span style="font-style: italic;">Le notti bianche</span>, a cura di G.Spendel, Mondadori, 2003)<br /> </font></td>
        </tr>
    </tbody>
</table>
</div>]]></content>
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		<title><![CDATA[Naso e istinto]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<div style="text-align: justify;">
<table cellspacing="1" cellpadding="1" border="0" align="" width="100%">
    <tbody>
        <tr>
            <td><img src="/public/Sokolica.jpg" style="width: 189px; height: 282px;" alt="" /></td>
        </tr>
        <tr>
            <td><br />
            <div style="text-align: justify; font-family: Verdana;"><font size="2">Un aguzzino pu&ograve; tagliare il naso a un uomo; ma se l'uomo ha la possibilit&agrave; di generare, suo figlio nascer&agrave; col naso. La stessa cosa avviene con l'istinto: un nucleo di istinto immutabile nell'uomo fa s&igrave; che chi fa il lavaggio del cervello debba ricominciare il suo lavoro di manipolazione sempre da capo, con ogni individuo e ogni generazione; alla fine, diventa un lavoro molto faticoso.<br /><br />(Bruce Chatwin, Le vie dei canti, traduzione di Silvia Gariglio, Adelphi, 1988)</font></div>
            <br /></td>
        </tr>
    </tbody>
</table>
</div>]]></content>
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		<title><![CDATA[Elisa Ruotolo, “Ho rubato la pioggia”]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<div style="text-align: justify;">
<table cellspacing="1" cellpadding="1" border="0" align="" width="100%">
    <tbody>
        <tr>
            <td><img src="/public/copertina ruotolo.jpg" alt="" /><br /><font size="2"><br style="font-family: Verdana;" /><span style="font-family: Verdana;">di Simone Gambacorta</span></font></td>
        </tr>
        <tr>
            <td><br />
            <div style="text-align: justify;"><font size="2"><span style="font-family: Verdana;"><span style="font-style: italic;">A colloquio con la giovane scrittrice</span><br /><br />Elisa Ruotolo, classe 1975, &egrave; nata e vive a Santa Maria a Vico. Nel 2007 ha vinto il 40&deg; Premio Teramo nella Sezione &ldquo;Giacomo Debenedetti&rdquo; col racconto &ldquo;Buon compleanno pap&agrave;&rdquo;. Adesso sbarca nelle librerie con &ldquo;Ho rubato la pioggia&rdquo; (Nottetempo, pp. 160, Euro 14), una raccolta di tre storie ambientate nella provincia campana. L&rsquo;abbiamo intervistata.   <br /><br /><span style="font-weight: bold;">&ldquo;Ho rubato la pioggia&rdquo;, il tuo primo libro, raccoglie tre racconti. Come lettrice, che rapporto hai col racconto?</span><br />&laquo;Ho sempre amato molto i racconti. Nella mia mente di ragazzina e poi di adulta bisognosa di storie pensavo che fosse una gran fortuna trovarne diverse in un libro. Se dovessi dire un titolo su tutti citerei &ldquo;Un paio di occhiali&rdquo; della Ortese, contenuto ne &ldquo;Il mare non bagna Napoli&rdquo;&raquo;.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Dalla lettura alla scrittura. Che vuol dire scrivere un racconto?</span><br />&laquo;Scrivere un racconto significa dare forma a una vita che ti cade dentro, magari mentre cammini per la strada, mentre ascolti qualcuno che si racconta nella vettura di un treno. Significa creare un &ldquo;meccanismo di vite&rdquo; che funzionino, che reggano, che rappresentino insomma un mondo plausibile anche sei solo tu ad averlo creato. Non &egrave; diverso dalla scrittura un romanzo, quindi&raquo;.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Mi piacerebbe sapere come funziona il tuo banco di lavoro quando sei alle prese con la storia, dall&rsquo;idea iniziale all&rsquo;ultimo punto.</span><br />&laquo;In verit&agrave; io non riesco mai a progettare interamente una storia, per breve che possa essere: la comincio e la seguo io stessa, senza sapere dove andr&ograve; a finire. Lo so, &egrave; una faccenda inquietante, ma a pensarci anche nella vita accade lo stesso e mi piace conservare scrivendo quella stessa naturalezza imprevedibile che ci ritroviamo tra le mani ogni mattina. Alzarsi e chiedersi: &ldquo;Che accadr&agrave; oggi nella mia vita e in quello che sto scrivendo?&rdquo;. Una cosa che inquieta, ma che emoziona anche&raquo;.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Come capisci che una storia &egrave; conclusa?</span><br />&laquo;Quando tutto &egrave; stato detto, senza tralasciare nulla. Quando non hai altro da aggiungere, e se lo fai ti accorgi che &egrave; superfluo. Allora la storia &egrave; finita e puoi contarle le pagine&raquo;.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Nel 2007, col racconto &ldquo;Buon compleanno pap&agrave;&rdquo;, hai vinto il Premio Teramo nella Sezione &ldquo;Giacomo Debenedetti&rdquo;. I premi servono ancora, a quanto pare. Portano bene, se non altro.</span><br />&laquo;Ho un buon ricordo del Premio Teramo e credo che i concorsi letterari aiutino a trovare quel  riscontro di lettura che &egrave; tanto importante quando si comincia&raquo;.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Veniamo adesso a &ldquo;Ho rubato la pioggia&rdquo; partendo dall&rsquo;ambientazione, che &egrave; quella della provincia campana&hellip;</span><br />&laquo;S&igrave;, ho scelto un paesaggio familiare che mi facesse sentire a casa: cominciando ho voluto raccontare la mia appartenenza&raquo;.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Una latitudine narrativa colorata, tra l&rsquo;altro, da memorie e mestieri&hellip;</span><br />&laquo;Ci sono di sicuro le memorie, personali e locali, e i mestieri conosciuti da bambina che poi ho disseminato di storia in storia: il rivenditore di gassose, le due sorelle che vivono facendo conserve piccanti, la vecchia signora che rivende in casa gli ori che ha comprato nei vicoli di Forcella. Ho cercato di mettere in salvo &ndash; raccontandolo &ndash; un mondo che sta scomparendo, perch&eacute; come sostiene l&rsquo;esergo di C&eacute;line, sarebbe terribile &ldquo;non dirlo&rdquo;&raquo;.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Il primo racconto, &ldquo;Io sono Molto Leggenda&rdquo;, oltre ad avere questo titolo &ldquo;molto&rdquo; parodico, &egrave; una storia di deformazione, di sperdimento.</span><br />&laquo;E&rsquo; la storia di un ragazzino che prova a diventare un leggenda del calcio. Il che funziona finch&egrave; rimane negli argini del suo campo di provincia. Una storia di sperdimento, s&igrave;, ma con il lieto fine di trovare un proprio posto nel mondo, passando da un sogno di gloria a uno che include un destino di normalit&agrave;&raquo;.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Il secondo, &ldquo;Il bambino &egrave; tornato a casa&rdquo;, parla invece di riti domestici e telenovelas, di due bambine, di una scomparsa&hellip;</span><br />&laquo;Avevo in testa la storia di un bambino che scompare improvvisamente senza lasciare traccia. Mi sono sempre chiesta se c&rsquo;&egrave; un tempo oltre il quale una madre smette di aspettare e riprende a vivere da capo. Se una persona ce la pu&ograve; fare. Poi, ho intrecciato a questa situazione di partenza le vite di Irene e Bianca, due sorelle che vivono di affetti forti e senza compromessi, tipici di chi &egrave; rimasto in una infanzia di vita e di sentimento&raquo;. <br /><br /><span style="font-weight: bold;">&ldquo;Guardami&rdquo; &egrave; invece una storia di silenzi, di cose che succedono da s&eacute;.</span><br />&laquo;S&igrave;, ed &egrave; anche la storia di un&rsquo;amicizia, tra il ragazzino che racconta e Cesare, un uomo che per ragioni sue non parla mai. Ma soprattutto &egrave; il racconto di come tra l&rsquo;amore e la piet&agrave; si possa arrivare a scegliere la seconda&raquo;.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Il destino &egrave; un tema importante, per te.</span><br />&laquo;E&rsquo; vero, &egrave; un tema che ricorre: destino &egrave; ci&ograve; che va come deve andare, ma credo che a monte di tutto, tra noi e lui, ci sia comunque una connivenza&raquo;.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Parlami dei tuoi personaggi.</span><br />&laquo;I miei personaggi non hanno origini &ldquo;nobili&rdquo;. In genere si cade nell&rsquo;errore pirandelliano: si vede l&rsquo;autore comodamente seduto in poltrona, con addosso qualcosa di comodo e magari un camino acceso, e i personaggi in processione ad assediarlo in una richiesta di racconto. Spesso si pensa questo. A me &ndash; che sono ancora lontana dal sentirmi scrittrice &ndash; accade qualcosa di diverso. Accantono spesso la comodit&agrave;, i personaggi smarriscono il mio indirizzo &ndash; se fossi uno scrittore importante ci&ograve; non accadrebbe? &ndash; allora non mi resta altro che andare a cercarmeli nella via. Molto Leggenda, Cesare, Maria sono arrivati a me in questo modo. Li ho cercati, li ho cercati a lungo, e alla fine li ho trovati per portarli a casa&raquo;.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Vorrei dicessi qualcosa sulle scelte stilistiche.</span><br />&laquo;Posso dire che questi racconti sono stati scritti usando una sintassi che ha un fondo dialettale. Non &egrave; stata una scelta mirata, ma quando ho cominciato a raccontare questo microcosmo automaticamente ho usato le strutture linguistiche che gli erano proprie, il mio compito era di renderle accoglienti&raquo;.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Questi racconti quando sono stati scritti? E sono stati scritti in previsione del libro? E per quanto tempo ci hai lavorato?</span><br />&laquo;I racconti sono stati scritti tra il 2007 e il 2009. Ci ho lavorato per circa tre anni, quindi, ma con pause pi&ugrave; o meno lunghe per fare altro, una specializzazione, un lavoro da trovare. Scrivevo e basta, senza pensare di doverne fare un libro a tutti i costi. Sperare di pubblicare &egrave; giusto e legittimo, ma scrivere solo con quel fine credo contenga un nocciolo di tradimento&raquo;.<br /><br />[Intervista pubblicata sul quotidiano &laquo;La Citt&agrave;&raquo; (Teramo) il 15 luglio 2010] </span></font></div>
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