"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
![]() di Simone Gambacorta |
Due. Uno più uno: uno scrittore e un viaggiatore. Gian Luigi Piccioli ha esplorato i territori della creatività letteraria e le magiche latitudini dell’Oriente, dell’Africa e del Sudamerica. Ha girato il mondo come inviato speciale della rivista «Ecos» (dell’Eni di Mattei) e ha raccontato i tempi diversi e simultanei della sua epoca. Nei suoi romanzi ha affrontato i temi dell’industria, del potere, dell’infanzia, della natura e della storia, ed è arrivato a riflettere sulla nascita dell’idea di Europa e sui rapporti tra scienza e conoscenza. È stato testimone di una stagione culturale che gli ha permesso di dialogare con Primo Levi e Attlio Bertolucci, Alberto Moravia e Guglielmo Petroni, e grazie a Niccolò Gallo e Arnoldo Mondadori esordì nel 1966 con “Inorgaggio”, un romanzo che anticipò il Sessantotto e che segnò la letteratura dell’industria, tanto che Giuliano Manacorda lo accosta a quelli di Parise, Ottieri e Volponi. Piccioli è uno scrittore che si pone di continuo il problema di esserlo, e di esserlo grazie alla ricerca di cui le sue fatiche danno conto, ed è per questo che obbedisce a dei comandamenti che sono un po’ una dannazione: scrivere, riscrivere, costruire e poi rompere quel che s’è fatto soltanto perché, a pochi giorni da quando lo si è battuto a macchina, non soddisfa come a tutta prima sembrava; girare e rigirare fra le mani le cartelle messe insieme, chiosarle e segnarle fino a estenuarsene, perché esiste sempre un altro modo, un modo altro, per narrare quel che si vorrebbe raccontare; battere il ferro perché le parti di una storia collimino come si deve, e insistere affinché l’insieme evolva in un corpus il cui peso specifico sia attestato da un intrinseco coefficiente di validità; inventarsi e reinventarsi una lingua e uno stile, e percorrere sentieri creativi che per statuto estetico vogliono concepire organismi letterari originali e indifferenti ai codici del mercato. La casa editrice Noubs ha pubblicato nel 2001 un’edizione scolastica di “Epistolario collettivo”, un romanzo che Piccioli firmò nel 1973 con Bompiani, tre anni dopo il feltrinelliano “Arnolfini”. Lo dico solo ora perché il libro m’è capitato per le mani da poco, ma di un’operazione così intelligente va dato merito a Massimo Pamio, un editore che è anche un poeta e un critico letterario. Nel volume c’è una bella postfazione dell’autore riguardo la genesi del libro: «L’ho scritto senza piangerci sopra, neanche quando i fatti che raccontavo erano tristi e senza riderci troppo, neanche quando erano decisamente comici». Uno sciame di duecentotto frammenti in cui scorrono le voci dei “personaggi”, è l’impianto attraverso il quale “Epistolario” racconta la «storia d’Italia e del mondo» dalla specola del paese abruzzese di Navelli, tra gli anni dell’Unità d’Italia a quelli del boom economico. Un libro, un congengo aperto e franto e però compatto, ma anche un ordigno esploso da cui zampillano schegge che sembrerebbero impazzite, se non fossero governate da quella ferrea ragione narrativa che ne fa una delle prove più originali della letteratura degli anni Settanta. Roba da maestri, maestri che varrebbe la pena conoscere su carta e di persona. Questa fortuna l’ho avuta, perché con Piccioli ho parlato molto, e grazie a lui ho capito che uno scrittore è un uomo come gli altri, che però osserva la realtà in modo diverso dagli altri. Lo sanno tutti, è vero, forse lo sapevo anch’io, o forse ero il solo a non saperlo, ma Piccioli mi ha chiarito le idee. Un pomeriggio di settembre eravamo a Francavilla, nella sua casa estiva. Eravamo quattro o cinque. Piovigginava come succede sull’Adriatico nella stagione incerta in cui l’anno si riposa, perché in fondo settembre può anche sembrare una pausa tra due stagioni, un tempo in cui i mesi tirano il respiro prima di riprendere il cammino verso una nuova fine. Mentre si parlava, Gian Luigi indicò il particolare di un quadro alla parete, in alto. Guardammo tutti la tela, ma non capivamo a quale punto si riferisse. «All’altezza della seconda riga di cielo», aggiunse. Sino a quel momento, nessuno di noi si era accorto che quel volto dipinto, quel viso enigmatico, sorgeva come dallo sfondo di uno strano cielo: un cielo dalle tonalità diverse, sfumate in una gamma di intensità messe lì quasi di nascosto, per larghe righe, per fasce orizzontali. All’altezza della seconda riga di quel cielo, faceva capolino la parte di quadro cui Gian Luigi si riferiva, e che ci guardava assai più intensamente di quanto non facesse il volto che in certo modo la nascondeva. Perciò quel giorno mi fu chiaro che uno scrittore è un uomo come gli altri, che però vede “prima” la seconda riga di cielo: e quella riga la indica, la dice, la “inventa”, la rende visibile a chi si è affidato alle sue parole. Il talento della scrittura sta nel segreto che quella scrittura sa scovare, e nello sguardo di un uomo per cui nessun azzurro è uguale all’altro.
(Gian Luigi Piccioli, “Epistolario collettivo”, Noubs, pp. 160-XLIX, Euro 11) |

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