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Articoli del 16/04/2012

 Galaad Edizioni (pubblicato @ 17:34:44 in Interviste, linkato 434 volte)


intervista di Simone Gambacorta

Antonio Tricomi parla di Pier Paolo Pasolini. Dopo l’intervista in cui il critico letterario ha illustrato il suo “La Repubblica delle Lettere” (vedi http://www.galaadedizioni.com/dblog/articolo.asp?articolo=394), eccone un’altra dove “legge” l’intellettuale corsaro. Tricomi insegna Critica letteraria italiana all’Università di Macerata. Fra i suoi libri, “Sull'opera mancata di Pasolini. Un autore irrisolto e il suo laboratorio” (Carocci, 2005), “Pasolini: gesto e maniera” (Rubbettino, 2005), “Il brogliaccio lasco dell'umanista” (Affinità Elettive, 2007), il già citato “La Repubblica delle Lettere” (Quodlibet, 2010) e “In corso d'opera. Scritti su Pasolini”, (Transeuropa, 2011).

Simone Gambacorta - Leggendo i saggi raccolti nel tuo ultimo libro, “In corso d’opera”, ho avuto l’impressione che il rapporto che hai costruito nel tempo con Pasolini assuma, a tratti, i connotati della lotta…

Antonio Tricomi - «Con Pasolini, ritengo non possa essere altrimenti. Accettare passivamente, limitandosi a celebrarlo e magari promuovendolo a santino più o meno laico, un intellettuale di tanta indubitabile intelligenza, e però sempre incline a muoversi provocatoriamente sul filo del paradosso, un autore così rilevante nel panorama della letteratura, della cinematografia, della cultura italiane del Novecento, ma dalle opere non di rado formalmente affrettate oppure controverse in ragione delle tesi quando appena suggerite e quando persino gridate, credo significherebbe – in fondo – tradirlo».

Simone Gambacorta - Pasolini come polo attrattivo, perciò, ma anche come rovello, come groviglio che cerchi continuamente di dipanare. Penso alla nota ai testi che chiude il volume, e che contiene una sorta di dichiarazione su questi continui ritocchi, su questi ricominciamenti, su questi mai conclusi aggiornamenti…

Antonio Tricomi - «Se è vero di ogni autore, che più lo si frequenta più ci si mette in condizione di capirlo e di stabilirne l’autentico valore, ciò appare particolarmente vero con un intellettuale tanto contraddittorio quanto Pasolini. Nei confronti del quale comincio tuttavia a nutrire una peculiare forma di stanchezza. Non quella che discende dall’inevitabile, legittima, persino gradita fatica che si prova nel seguirne le piste testuali, spesso tortuose. Invece, quella che scaturisce dal disagio di doversi giocoforza confrontare, occupandosi di lui, anche con quei fastidiosi fanatismi di segno opposto che derivano da valutazioni, solo in parte inconciliabili, della sua figura di intellettuale e che, in una qualche misura, appaiono addirittura gli esiti, non del tutto involontari, di precise strategie espressive messe in atto da un autore teso a promuovere se stesso a icona del poeta civile».

Simone Gambacorta - È allora vero che un autore “esiste” secondo il rapporto che un critico instaura con la sua opera? C’è un nesso di dipendenza, o di interdipendenza, tra l’osservatore e l’osservato?

Antonio Tricomi - «L’autore fa il critico, il critico fa l’autore: sono vere entrambe le affermazioni. E dunque la metterei, all’incirca, nei termini seguenti. Il critico mediocre, e anzi di nessun conto, è quello per cui vale solo l’una o solo l’altra cosa: è quello che fa pedissequamente propria la supposta voce dell’autore preso in esame, così arrivando a feticizzarne e a vietarsi di comprenderne realmente le opere, o è quello che, nell’analizzarne il lavoro, costruisce un autore che, a ben vedere, esiste esclusivamente nella sua testa. Il critico capace di svolgere al meglio il proprio mestiere è invece quello che appare, al contempo e in pari grado, il prodotto e la matrice dell’autore interrogato».

Simone Gambacorta - Mi domando, allora, in quale misura si possa essere “scientifici” sulla base di una componente, che in effetti diviene anche una premessa, tanto soggettiva, tanto personale, forse persino privata.

Antonio Tricomi - «Chi considera la critica una scienza, e non una pratica, un’incontrovertibile concatenazione di teoremi dimostrati, e non una narrazione culturale da discutere, o è uno sciocco o è in malafede».

Simone Gambacorta - Per tornare agli aggiornamenti di cui dicevamo più sopra: è davvero possibile chiudere i conti con un autore come Pasolini? E fino a che punto sono possibili i consuntivi, con Pasolini?

Antonio Tricomi - «Con nessun grande autore ci si può anche soltanto immaginare capaci di chiudere i conti. Se infatti ci pensassimo in grado di farlo, negheremmo la possibilità stessa d’esistenza di quelle bussole, non solo conoscitive, che siamo soliti chiamare tradizione, canone. Per di più, ci sono autori periodicamente soggetti a discussioni pubbliche per nulla trascurabili giacché emblematiche di significative mitologie culturali, lacune civili, tendenze politiche riscontrabili nella società. Pasolini è uno di questi autori».

Simone Gambacorta - Definisci Pasolini un autore gestuale e manierista: penso, per l’appunto, al tuo “Pasolini. Gesto e maniera”. Vogliamo provare a spiegare “a tutti” che cosa intendi dire?

Antonio Tricomi - «Intendo grossomodo dire che a Pasolini non preme anzitutto regalarci lavori esatti, ossia impeccabili dal punto di vista formale; assai più gli interessa, invece, offrirci testi, film, quadri che anche sfuggano al diktat del bello, o comunque del “fatto a regola d’arte”, pur di cogliere ed esprimere quello che egli ritiene essere il vero. E intendo altresì dire che a una simile messa in questione dei principi, o meglio dei vincoli, estetici Pasolini arriva atteggiandosi a ventriloquo in grado, in una stessa performance, di duplicare, sebbene infedelmente, le voci di taluni autori per lui significativi e persino di fare il verso al se stesso di una qualche sua opera precedente: insomma, non mediante il ripudio della letteratura, ma attraverso un’accorta stilizzazione di essa».

Simone Gambacorta - Un altro tuo poderoso tomo s’intitola “Sull’opera mancata di Pasolini. Un autore irrisolto e il suo laboratorio”. “Opera mancata”, “irrisolto”, “laboratorio”: vorrei che ci soffermassimo su queste parole, sempre tenendo a mente quei “tutti” cui ci stiamo rivolgendo.

Antonio Tricomi - «Da un autore che fa letteratura o cinema nel modo che ho appena cercato di descrivere, sarebbe vano e forse addirittura ingiusto attendersi il capolavoro, ossia – dicevo – l’opera in sé inappuntabile. Da questo punto di vista, quelle di Pasolini (ad eccezione, magari, delle “Poesie a Casarsa” o, più in generale, delle liriche friulane degli anni Quaranta) appaiono frequentemente opere con qualche sbavatura (spesso consapevole) di troppo e talora persino opere tirate via, scientemente affrettate. Ecco in che senso l’opera complessiva di Pasolini è un’opera per alcuni versi mancata: perché si nega alla – e nega programmaticamente la – perfezione. L’autore di un’opera siffatta è irrisolto nella misura in cui arriva quasi a sacrificare il proprio talento per perseguire, coi suoi testi, obiettivi in primo luogo civili e poi in ragione di un rapporto di amore-odio con l’arte, parimenti sentita come chance di libertà a ciascuno idealmente concessa e come esercizio di potere nel quale si sono storicamente prodotte, e senza sosta continuerano in futuro a prodursi, le élite. È insomma un autore irrisolto, Pasolini, perché non aspira alla classicità, tant’è vero che, soprattutto dagli anni Sessanta in poi, sceglie di licenziare opere che egli stesso giudica incompiute o appena abbozzate o solo potenziali, in tal modo accettando di mostrare al pubblico ciò che, in genere, i suoi “colleghi” tendono ad occultare: il proprio laboratorio di artista, di intellettuale. Si potrebbe anzi sostenere che l’opera mancata dell’autore irrisolto Pasolini coincide non già con l’insieme dei lavori effettivamente eseguiti dal poeta delle “Ceneri”, ma con il laboratorio in cui, del folgorante saggista degli “Scritti corsari”, troviamo raccolti, oltre ai progetti comunque realizzati, anche quelli abortiti o non ancora giunti a maturazione o rinnegati o rimasti incompiuti».

Simone Gambacorta - Rieccoci adesso a “In corso d’opera”, da cui siamo partiti. Questi “Scritti su Pasolini” (così recita il sottotitolo) sono via via apparsi in tempi diversi e in sedi diverse, ed è inutile ripetere che a tenerli insieme sono vari elementi. Quello che a me interessa è invece avere un chiarimento sulla strutturazione, sulla suddivisione che hai dato a questi tuoi studi.

Antonio Tricomi - «La partizione in quattro capitoli si deve al desiderio di offrire ai lettori, in primo luogo, una sorta di glossario minimo, o se vogliamo di alfabeto, per accedere all’opera di Pasolini; poi, due panoramiche complessive su quell’opera, sia seguendola nelle sue multiformi incarnazioni, sia interrogando alcuni fra i principali esegeti di essa; infine, qualche ipotesi non sull’assassinio di Pasolini, ma sui motivi che spingono molti scrittori e intellettuali dei nostri anni a dar credito ad interpretazioni fantapolitiche di quell’omicidio».

Simone Gambacorta - Neghi, tra l’altro, la sostenibilità delle ipotesi “misteriche” riguardo al famoso “Appunto” di “Petrolio” che sarebbe scomparso…

Antonio Tricomi - «Sono laico: credo a ciò che vedo. Sono un umile lettore: non posseggo cappotti da detective o toghe da magistrato. Sono una brava persona: non mi fido di Dell’Utri. Dov’è quell’“Appunto”? Quando lo si potrà consultare, mi convincerò che esiste. Nel frattempo, credo sia mio dovere, tanto intellettuale quanto etico, interpretare Pasolini e “Petrolio” in base a ciò che di Pasolini e di “Petrolio” abbiamo. Se mi comportassi diversamente da così, temo proprio che non mi sentirei a posto con la mia coscienza di critico e di cittadino in cerca della verità».

Simone Gambacorta - Che cosa aggiunge questo libro alle tue ricerche su Pasolini? Voglio dire: che tappa segna questo volume nel tuo percorso di indagine?

Antonio Tricomi - «Oggi come oggi, mi viene da risponderti così: spero sia il mio ultimo libro, se non altro monografico, su Pasolini».

Simone Gambacorta - Mi accorgo di aver saltato un passaggio non so quanto importante, ma temo obbligatorio in un’intervista di questo tipo. Poeta – sia in dialetto, sia in lingua – e romanziere; saggista “empirico” e intellettuale “corsaro” (ma anche viceversa); critico letterario e regista cinematografico. Pasolini uno e centomila. Si può dare una definizione onnicomprensiva di questo scrittore?

Antonio Tricomi - «Pasolini riteneva di poter essere, fare, dire tutto ciò che voleva in quanto poeta. Egli considerava cioè il poeta l’artista totale e assoluto; l’uomo davvero libero perché capace di realizzare completamente se stesso; il maestro la cui parola ciascun individuo aspetta, ai cui insegnamenti ogni comunità dovrebbe prestare ascolto. Di conseguenza, anche solo per spiegare origine e intenzioni della sua versatilità, e di certo non per legittimarne la promozione a profeta, potremmo semplicemente definire lo spericolato poligrafo Pasolini un poeta. Uno dei più grandi poeti italiani del secondo Novecento».

Simone Gambacorta - Tu da quale versante dell’impegno pasoliniano sei più attratto?

Antonio Tricomi - «Per l’appunto, dal tentativo, così profondamente pasoliniano, di non lasciare intentata nessuna strada dell’arte e della conoscenza per costruire, insieme col pubblico, paradigmi civili e di sapere, etici ed estetici, che davvero contribuissero al progresso culturale e alla crescita democratica della comunità. In altri termini, dell’engagement pasoliniano non mi attirano gli specifici bersagli o i peculiari obiettivi, ma mi seduce la natura: quel suo voler essere, cioè, uno sforzo di integrale umanesimo. E Pasolini mi intriga, nel bene come nel male, proprio perché mi sembra l’ultimo grande umanista che la letteratura italiana abbia fin qui espresso».

Simone Gambacorta - Si accennava al Pasolini critico letterario. Nei suoi “Profili di critici del Novecento”, Pier Vincenzo Mengaldo stila un giudizio assai severo su Pasolini. In particolare, ne sottolinea il linguaggio critico impreciso, anche se ne riconosce l’unicità di «pronuncia». Però, se discute il “metodo” di Pasolini, Mengaldo considera tuttavia «geniali» molti suoi giudizi. In questo discorso, qualcosa non mi torna. Quel che Mengaldo dice non appare chiarissimo, sia per la rapidità di certi passaggi, che rischiano di entrare in crisi a più attente letture, sia perché mi sembra vi si configuri un’incongruenza: se gli esiti vanno bene, allora anche il metodo e il linguaggio, pur liberamente connotato, dovranno andar bene. L’interpretazione di Mengaldo mi pare cioè una lezione dotta, ma in odore di pregiudizio e fondata su un punto di vista che implicitamente presume il possesso di una generale verità metodologica. Come dire: valuto una determinata – e dichiarata – unicità intellettuale, e le oltranze che le erano peculiari, sulla base di criteri di scuola, canonici…

Antonio Tricomi - «Mengaldo è “soltanto” un critico letterario, e unicamente da critico letterario ragiona. Pasolini è stato “anche” un critico letterario, ma non si è mai espresso esclusivamente da critico letterario. Nell’indagare le opere altrui, egli è sempre rimasto anzitutto un intellettuale, ossia un sociologo e uno storico della cultura, un teorico dell’arte e un semiologo, un critico letterario e un poeta sperimentale, un moralista e uno scrittore tenacemente autobiografico, un irriducibile polemista e un testardo utopista: queste e molte altre cose insieme».

Simone Gambacorta - Tu stesso, d’altronde, in esergo a “Sull’opera mancata di Pasolini”, sottolinei lo scarso rigore filologico del poeta delle “Ceneri”, ma è una notazione che non suona troppo severa…

Antonio Tricomi - «Mi limito a ricordare una libera citazione da Giorgio Pasquali contenuta in “Uccellacci e uccellini”. Proverei a metterla in questi termini: Pasolini a volte risulta davvero insopportabile, tanto sono imprecisi i suoi riferimenti e idiosincratiche le sue interpretazioni; pur tuttavia, a impeccabili ricostruzioni critiche che rischino di somigliare a garbate oleografie, credo si facciano ampiamente preferire discontinui affondi saggistici nei quali a balzare in primo piano sia comunque l’indiscutibile talento esegetico dell’autore, non quel poco di approssimazione che magari li zavorra».

Simone Gambacorta - Nel suo “La strage degli innocenti. Note sul genocidio di una generazione”, Franco Ferrarotti, che, nell’usare la parola «genocidio», di fatto si appropria di un termine “corsaro”, critica gli «scrittori antropologi a orecchio e rivoluzionari dilettanti come Pier Paolo Pasolini». Anche qui qualcosa non mi è chiaro. Tu che ne pensi?

Antonio Tricomi - «E cosa vuoi che ne pensi?! Ad oggi, mi tengo ancora stretto quel “cialtrone” di Pasolini, pur senza risparmiargli le dovute critiche, e butto giù dalla torre il “professionista” Ferrarotti, se così si intende porre la questione».

Simone Gambacorta - Resta comunque il fatto che, nel momento in cui lo si applica, il discorso pasoliniano sulla mutazione antropologica a me pare reggere più che bene. Pensa che, di recente, mi sono accorto che Mario Pomilio, scrittore diversissimo e lontanissimo da Pasolini, in un articolo sui cambiamenti dell’Abruzzo fece ricorso, appunto, a categorie “corsare”. Ciononostante, Pasolini continua ad essere frainteso, o comunque maltrattato…

Antonio Tricomi - «Frainteso, maltrattato, ma – credo di averlo già suggerito – anche venerato a oltranza, ossia al di là delle sue opere e persino a prescindere dalla loro reale conoscenza, dalla loro effettiva comprensione».

Simone Gambacorta - Questo a cui alludi è forse uno degli effetti collaterali del mito, della creazione di quel mito che è ormai diventato Pasolini, come tu stesso hai, in ottima compagnia, sostenuto. Solo che il mito va decostruito, se si vuole recuperare la natura autentica, o almeno non stereotipata, di ciò da cui deriva. Quanto ha nuociuto e nuoce, a Pasolini, questa mitizzazione?

Antonio Tricomi - «Così tanto che egli ha già da tempo iniziato a correre il rischio, e vieppiù dovrà affrontare il pericolo, di subire la medesima sorte da un po’ delineatasi per Gabriele D’Annunzio: diventare uno scrittore non più realmente letto, ma il cui nome continua a essere noto per le vicende di costume riguardanti il suo personaggio massmediatico. Ciò detto, mentre l’oblio dell’opera di D’Annunzio è un evento che soltanto i letterati percepiscono quale guaio, la rimozione dell’opera di Pasolini sarà – o meglio, ha già cominciato a indicare – un ripudio collettivo di alcuni valori civili da essa additati come irrinunciabili traguardi per la comunità tutta, per la democrazia».

Simone Gambacorta - Stai insomma sostenendo che, probabilmente, questa mitizzazione ha persino generato una scissione tra l’icona – che può anche arrivare a declinarsi sotto forma di poster da mettere in camera, o di foto da pubblicare sul proprio profilo in un social network – e il testo, l’opera in sé.

Antonio Tricomi - «Proprio così. Oggi, un ventenne ritiene probabilmente di sapere chi sia stato Pasolini, ma non avverte di certo il bisogno di consultarne l’opera per verificare la plausibilità dell’immagine che di lui gli ha consegnato la società, giacché di un mito importa conoscere solo ciò che esso rappresenta nel e per il senso comune».

Simone Gambacorta - Uno che Pasolini lo aveva capito bene, ma senza mitizzarlo, era Sciascia. I due, pur distanti, hanno, in qualche modo, sempre “dialogato”: si ascoltavano. Ecco, vorrei sottoporti una mia ipotesi. Il famoso «Io so» pasoliniano potrebbe nascondere una citazione da Sciascia. Un altro «io so», infatti, lo si può leggere nella commedia “L’onorevole”, scritta da Sciascia tra il 1964 e il 1965. Lo pronuncia un personaggio, Assunta, ossia la moglie del protagonista, il deputato Emanuele Frangipane, a proposito degli strani traffici del marito.

Antonio Tricomi - «Non sono in grado di confermare la tua ipotesi. La giudico però una bella suggestione. Ci penserò».

Simone Gambacorta - Sai chi è un altro che mi sembra un parente impossibile di Pasolini? Flaiano. Se uno legge Flaiano per bene, e parlo del Flaiano osservatore dell’Italia e degli italiani, di certo costume, di certe costanti antropologiche riscontrabili nel Bel Paese, si accorge che punti di contatto fra questi due autori è possibile individuarli, magari anche in forma embrionale.

Antonio Tricomi - «Credo che tu possa avere ragione. Stiamo del resto parlando di due autori che dalla provincia, e da un mondo ancora contadino, approdano nella capitale, e sono comunque annoverati fra gli intellettuali di punta, di un Paese che vive una frenetica modernizzazione, della quale entrambi si fanno spietati diagnosti per coglierne i lati oscuri e contraddittori o addirittura perversi e distruttivi. A dividerli è anzitutto quella che definirei, prima ancora che una diversa sensibilità culturale, una opposta tempra morale: Pasolini si sforza di rappresentare in toni tragici i risvolti più cupi dello sviluppo economico, di cui sono vittime in primo luogo le classi subalterne; Flaiano punge con acume farsesco l’ipocrisia del nuovo mondo borghese e piccolo borghese».
 

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