"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
![]() di Simone Gambacorta |
Carosello è una parola che a chi fa parte di una certa generazione dice molto, suscita ricordi, fa tornare alla memoria serate trascorse in famiglia davanti al nuovo focolare catodico. Per i più giovani è invece un “sentito dire”, un refrain domestico, la vaga idea di qualcosa che ogni tanto affiora nostalgicamente nei discorsi dei genitori e che rimanda a un’italia diversa, quella della paleotelevisione, dove c’era un solo canale e dove le immagini sullo schermo erano in bianco e nero. La tv ha in effetti questo straniante effetto elastico, confonde un po’ le carte del tempo, lascia percepire distanze enormi anche nei pochi anni che separano un “homo videns” dall’altro. Carosello è diventata una parola di confine, uno spartiacque biografico che vede da un lato coloro che sanno che cosa significhi (e che la annettono miticamente al proprio romanzo di formazione) e dall’altro coloro che non lo sanno o che lo sanno a grandi linee. Ma tutti si rendono conto che per chi è stato bambino o ragazzo nell’era “prima” della tv, Carosello fa parte d’ufficio di un pacchetto di “cose” normali e quotidiane, e anche per i figli delle neotelevisione è chiaro che quelle nove lettere hanno lasciato un’impronta nella società e nell’immaginario italiani. Su questa trasmissione televisiva andata in onda ogni sera, per vent’anni, dal 3 febbraio 1957 al 1 gennaio 1977, intorno alle nove di sera, dopo il telegiornale, Piero Dorfles ha scritto nel 1998 un libro (titolo: “Carosello”) che la casa editrice il Mulino ha voluto ristampare. Nel volume la trasmissione è definita un «teatrino pubblicitario» ed è una definizione molto efficace. Quel teatrino era infatti il contenitore di una serie di filmati realizzati per reclamizzare prodotti commerciali. Si trattava di brevi storie televisive che potevano sembrare le puntate di un telefilm, come le avventure dell’ “Infallibile ispettore Rock” per la Brillantina Linetti, o che potevano adottare il linguaggio dei cartoni animati, per esempio Orzoro, o ricorrere ad altre soluzioni, come nel caso di Caballero e Carmencita per Lavazza. Il libro di Dorfles ricorda come questi racconti, più o meno riusciti che fossero, avessero una struttura piuttosto rigida, suddivisa in sigla (parte introduttiva), pezzo (parte narrativa) e codino (parte pubblicitaria). Com’era infatti stabilito dalle “Note per la realizzazione della pubblicità televisiva”, era consentito parlare dei prodotti solo nella parte conclusiva dei filmati (ma qualcuno riusciva ad aggirare l’ostacolo). Le regole disciplinavano anche altri aspetti: se le scene erotiche non era ammesso nemmeno pensarle, e se la biancheria per signora era tabù, le vicende di tipo poliziesco non potevano mostrare reati cruenti e dovevano esecrare il delitto. Il sapore pedagogico e l’amore per il buon costume erano punti fermi del servizio pubblico del tempo. Il perbenismo un po’ bacchettone e un po’ provinciale faceva tutt’uno con le finalità educative della Rai. Ma è a un’altra norma che questa fabbrica di invenzioni fatte in casa deve parte del proprio successo: «Nessun pezzo poteva andare in onda per più di una volta». Per capirci: oggi uno spot viene replicato a raffica; ieri no, bisognava cambiare. Che cosa comportava questo? Che gli addetti ai lavori dovevano spremersi le meningi e partorire nuove trovate. Ne derivavano due effetti. Il primo: si spingeva sul pedale della creatività, sia pure nell’altalenanza dei risultati (quasi tutte le rappresentazioni proposte dal programma, circa quarantamila, appaiano oggi ingenue e anacronistiche, quando non improponibili); il secondo: bisognava escogitare soluzioni che permettessero di ottimizzare i costi che un continuo cambiamento avrebbe altrimenti fatto lievitare. Risultato: gli autori erano stimolati a «inventare spettacolini che utilizzassero sempre gli stessi personaggi, per semplificare la produzione e concentrare il lavoro in pochi giorni». Carosello divenne così la bottega di molti attori (noti e meno noti) e, in alcuni casi, fece proprio a livello embrionale quel principio di serialità («Le serie più fortunate sono diventate delle specie di minuscoli serial») che, anni dopo, si sarebbe affermato come una delle peculiarità dei telefilm. Carosello è stato un appuntamento serale per molti imperdibile, «uno spazio di intrattenimento leggero e spettacolare», un incubatoio dove la televisione era apprendista di se stessa. È stato anche la scoperta, per gli italiani, di quel nuovo modello di racconto che era «la fiabetta serale» creata a tavolino per vendere merci. Ogni sera, come un Cavallo di Troia (così diceva Edmondo Berselli), Carosello entrava nelle famiglie: e grazie alla sua formula elementare finalizzata a favorire nuovi consumi, catturava l’attenzione di grandi e piccoli. Un punto sul quale il saggio di Dorfless pone poi un interrogativo è questo: quanto ha influito Carosello nella diffusione della televisione in Italia? Quale influsso ha esercitato nella fioritura di antenne che ha allacciato l’intero stivale? Difficile a dirsi, ma un fatto è eloquente: «È quando nasce Carosello che la televisione passa da oggetto di consumo occasionale, collettivo e ancora molto limitato ad un ascolto domestico e di massa». (Piero Dorfles, “Carosello” (1998), Il Mulino, 2011, pp. 122, Euro 10) |

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