"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
![]() di Simone Gambacorta |
La mia amcizia con Giuseppe Rosato è nata grazie a Giammario Sgattoni. Fu lui che, nel 2003, senza che io lo sapessi, fece avere alla compianta Tonia Giansante una recensione che avevo scritto per “Dopotutto è favola”, un suo libro di poesie prefato da Giovanni Tesio. La recensione era stata pubblicata su un mensile teramano a diffusione gratuita ove curavo la rubrica dei libri. Tonia Giansante era la moglie di Giuseppe Rosato ed era una poetessa; scriveva anche racconti e bellissime favole: ne conservo due volumi, ciascuno con una dedica affettuosa.
Avuta la recensione, Tonia mi scrisse una lettera. Fu il nostro primo contatto. La lettera è datata 13 marzo 2003: è scritta a macchina, su un foglio non bianco ma verde acqua, e la tengo tra le cose più care. Dopo la mia risposta, ci fu una telefonata; e ne nacque un’amicizia: la cosa, com’era inevitabile, “coinvolse” anche Giuseppe. Di letterati abruzzesi che nel corso di questi anni mi sono stati vicini, e anche molto vicini, e verso i quali sono assai riconoscente, ho avuto la fortuna di incontrane diversi: ma Tonia e Giuseppe dalla loro avevavano un modo tutto particolare di donarsi e offrirsi “insieme”, un modo speciale, delicatissimo, di esprimere l’affetto e la stima che nutrivano. Questi sentimenti poi li certificavano concretamente: nel mio caso, con l’invito a recensire libri per la rivista «Oggi e Domani», fondata e diretta da Edoardo Tiboni, oppure a dettare la prefazione a un altro libro di poesie di Tonia, “Geometrie”. Quando ci conoscemmo di persona, a Lanciano, fu davvero come se ci conoscessimo da anni: so che lo si dice sempre, e che quasi sempre non è vero; ma in quel caso fu veramente così. Quando Tonia scomparve, dedicai alla sua memoria un libro su Mario Pomilio: il volumetto, “Lo scrittore problematico”, raccoglie una serie di interviste a critici e studiosi sull’autore del “Quinto evangelio”; fra esse, anche quella a Peppino Rosato, che riappare qui. Per uno strano gioco del destino, per una coincidenza che più passa il tempo e meno mi appare casuale, il volume fu recapitato a Giuseppe nel giorno esatto dell’anniversario della scomparsa di Tonia: così mi confessò per telefono, una mattina, con una voce ferma e che però a tratti tradiva una commozione. Questo giusto per tentare di inquadrare il tipo di rapporto che mi legava a Tonia Giansante e che mi legava e mi lega a Peppino Rosato. Peppino l’ho anche intervistato diverse volte. La prima volta parlammo della sua scrittura; la seconda e la terza di Mario Pomilio ed Ennio Flaiano, grandi scrittori di origine abruzzese – e trapiantati l’uno a Napoli e l’altro a Roma – che conobbe e di cui fu amico («Sei nato per scrivere», gli disse Flaiano in una delle lettere che gli spedì). Poter intervistare Rosato, potermi rapportare e, se posso dirlo, confrontare con lui, mi ha permesso di portare avanti il mio (ancor breve) tragitto nel giornalismo culturale, e mi ha permesso di portarlo avanti in quella chiave divulgativa e documentaria che proprio grazie allo strumento dell’intervista prende forma di “ingrandimenti” (non dirò “approfondimenti”) su certi autori o, in altro caso, su certe opere o su certe questioni. Ma al di là del “movente” giornalistico – e mi riferisco a quel giornalismo culturale di cui c’è enorme bisogno anche in provincia (a condizione però che non indulga al provincialismo) e di cui Rosato è stato ed è, per quanto mi riguarda, un modello – debbo aggiungere che, di qualunque cosa parlassimo, su qualunque libro o autore dialogassimo, nelle sue parole, nelle sue risposte, ho sempre avvertito una vicinaza tutta umana, un mio riconoscermi, sia pure nella enorme disparità di statura che ci divide, nel timbro del suo pensiero, nel giro della sua frase, nel modo, insomma, di interpreatare e vivere un impegno intellettuale. Una non diversa “vicinanza”, del resto, mi è sempre parso di captare nel leggerne le opere letterarie così come gli scritti sparsi, perché in queste e quelle ho sempre percepito un sentire e un vedere che, nel non disconoscere le ragioni dello stile (sia pur al di fuori di ogni maniera e di ogni calligrafia, e sia pure in base alle opzioni di caso in caso adottate e alle scelte volta per volta compiute), allo stesso modo non disconoscevano quelle della profondità e della precisione, della densità e dell’ironia, dello struggimento e della meditazione. Al di là dei romanzi e dei racconti, Rosato ha infatti spesso e felicemente scelto le forme brevi, quelle dell’appunto, dello spunto, del disappunto, dell’apologo, dell’epigramma, dello schizzo bruciante, della boutade abrasiva capace di cogliere costumi e malcostumi, vizi privati e pubbliche virtù del vivere italiano. Rosato, sarà bene io lo dica prima che me ne dimentichi, è a mio avviso fra i maggiori esponenti dell’intellettualità abruzzese contemporanea; fra coloro che hanno deciso di “restare” nella propria terra e di non “emigrarne” fisicamente, è fra i pochissimi la cui intelligenza e la cui cultura si rivelano sempre cariche di un respiro che non scoscende nelle gratuità autoreferenziali del paesone o del salottino. Già qualche anno addietro, nel recensire il suo spassoso “Diamoci da dire”, aprii la nota, poi ricompresa nel mio “Short reviews”, con queste parole: «Tra gli intellettuali abruzzesi della sua generazione, in particolare tra gli “operatori letterari” (come direbbe Giannangeli), Giuseppe Rosato è quello che ha dato più persuasiva prova di antiprovincialismo e libertà, l’uno e l’altra intesi anche quali attitudine ad essere “contemporaneo”. Come poeta (in lingua e in dialetto), come scrittore, come critico, come giornalista, Rosato ha agito sulla spinta di una capacità di pensiero tanto più preziosa quanto più lontana da quelle solitamente espresse dalle nostre parti. Se così possiamo dire, Rosato è stato in qualche modo il più intelligente, e sarebbe stato Rosato anche fuori Abruzzo». Partecipe di una stagione durante la quale l’Abruzzo andava acquisendo una più definita coscienza culturale e provvedeva a dotarsi delle opportune “strutture”– fra le quali la rivista «Dimensioni», che lo vide condirettore con Giannangeli e Sgattoni; o quel Premio Flaiano di cui fu a lungo Segreatario, e che costituisce una realtà fondamentale della nostra regione, anche perché non da ieri la pone in un rapporto di continuo scambio e apertura verso il mondo – Rosato è stato anche, e per così dire “in proprio”, protagonista di un cammino letterario fecondissimo e inesausto, dove la poesia (sia in lingua che in dialetto) ha duettato brillantemente con la saggistica (letteraria e d’arte) e con la narrativa, ma anche, last but not least, con una galassia di scritture aforistiche e satiriche che lo collocano, ai miei occhi e non solo ai miei, fra i più sagaci e originali eredi della pur impareggiabile lectio flaianea. E qualora ve ne fosse bisogno, i diversi premi e riconoscimenti che si è visto assegnare sono lì ad assolvere la loro funzione di prova e testimonianza. [Questo testo nasce da una revisione della Premessa firmata da Simone Gambacorta per la raccolta di interviste “Sempre più come un sogno”, un volumetto scritto a quattro mani con Giuseppe Rosato e pubblicato nel 2011 dalla casa editrice Duende] |
| (Treno disperso con 15 persone a bordo oltre al macchinista, in Abruzzo durante una bufera di neve) Un treno in corsa nella notte. Una tormenta di neve annulla i confini del paesaggio, tutto è bianco e non si scorge altro che una pallida luce uniforme. Il rumore del treno. Sul convoglio i cellulari non squillano e sembra cessato ogni altro contatto con il mondo esterno. Sarebbero già dovuti arrivare, il ritardo si era accumulato perché il ghiaccio e la neve ricoprendo i binari avevano rallentato la corsa; il più ottimista proponeva un’ultima partita a carte, tentando di tranquillizzare il compagno di viaggio, visibilmente preoccupato. Più avanti un altro dei pendolari per distrarsi da uno stato d’ansia che gli tendeva visibilmente i tratti del viso pensava di continuare a leggere il giornale, con questa tempesta il ritardo lo aveva previsto , ma intanto si doleva di non riuscire all’arrivo ad andare al negozio e quindi di dover cenare senza pane. E una donna accanto fantasticava, il viso contro il vetro cieco, di riuscire a preparare un dolce per il marito e i figli, poteva andare a letto più tardi visto che il suo ufficio sarebbe rimasto chiuso l’indomani. Del resto un uomo più anziano si lamentava per un’altra giornata difficile a causa del maltempo, ora avrebbe atteso tempi migliori per rimettersi in viaggio, ma intanto pensava che il treno continuava ad accumulare ritardo e non sapeva più orientarsi, fuori non si scorgeva nulla di diverso da un muro di neve che cadeva dal cielo. Saliva la tensione emotiva dei quindici viaggiatori sul treno in corsa verso una destinazione diventata impervia dell’Appennino abruzzese. Dalla sala di controllo della stazione di arrivo nessuna notizia dal macchinista, non si comprende il silenzio, non si capisce se il treno si sia fermato o se stia procedendo a velocità ridotta. Le condizioni del tempo sono pessime, molti treni sono stati soppressi e nella piccola stazione i viaggiatori, in realtà pochi, sono già rientrati nelle loro case, chi di ritorno e chi doveva partire ma vi ha rinunciato. Intanto sul treno trascorrono i minuti andando ad aggiungersi gli uni sugli altri come gli strati di neve fuori dal finestrino, il respiro si fa un po’ pesante, ci si alza e si muove qualche passo, su e giù lungo il corridoio, ci si risiede si fa gruppo, ora tutti insieme esprimono il loro sgomento che monta come la tormenta, procede di pari passo alla caduta della neve e alla corsa del convoglio. Fuori sembra di percorrere un tunnel ovattato, dentro è l’attesa spasmodica e ossessiva di quindici anime abbandonate a quel folle viaggio nella bufera. Nessuno pensa a raggiungere la cabina del macchinista, sembra abbiano paura ad affrontare una verità scomoda, l’unica realtà in quella parvenza di normalità di un trasferimento in treno. Il viaggio è quello verso la cabina di guida, ma nessuno oltrepassa lo spazio tra il vagone e la motrice, nessuno osa ancora sfidare l’assurdo pensiero che qualcosa sia successo là. Alla stazione di partenza assicurano che il treno si è staccato in orario, anche loro hanno perso le tracce sul monitor, silenzio assoluto dalla cabina di guida. In questo clima mutato, in questo accanirsi del cielo sulla terra, in questo riversarsi della rabbia celeste sui resti di una terra degradata dall’uomo, un treno prosegue la sua corsa in balia di un mistero. Nessuno può credere ad un guasto, ad un fallo nel meccanismo esatto che incastra tempi e binari in binomi perfetti per cui un treno arriva e parte ad orari precisi e percorre la linea assegnata. Come il sangue lungo vene e arterie, va e torna al cuore di una stazione spinto da una motrice cardiaca alimentata da un cibo non così diverso questo della macchina da quello dell’uomo. Il percorso umano da compiere ora è alla testa del treno, verso la verità triste di quel ritardo ormai assurdo, verso la realtà di una malattia severa, acuta e improvvisa, quasi un colpo di freddo, o un infarto un ictus: nessuno osa ancora avventurarsi verso il posto di comando, incontro al conduttore di quella macchina infernale ed invernale. Ognuno ha i suoi motivi a giustificare l’indecisione, l’imbarazzo o la paura: la necessità però si fa pressante, urge un chiarimento; anche a casa cominciano a preoccuparsi, parenti amici conoscenti curiosi attendono già alla stazione di arrivo un treno diventato fantasma in un paesaggio divenuto fiabesco sotto una nevicata mai ricordata. Ecco allora che viene presa una decisione, si offre un volontario che pavido si accinge ad aprire la porta di comunicazione, la oltrepassa e si perde al di là dell’altro vetro. Ed inizia l’attesa, esplodono come un fuoco d’artificio mille pensieri da ciascuno dei 14 cervelli pensanti ma il calore da centrale di calcolo che diffonde non riesce a contrastare il forte gelo della paura. Finalmente è tornato, l’uomo sconvolto ha affrontato il destino, pallido terreo, freddo e emaciato, lì davanti a tutti sputa una verità fatta di niente, perché ha incontrato solo uno spazio vuoto, davanti ad un quadro di comandi elettronici, a leve e pulsanti. Nessuno abitava la cabina e viaggiava al posto i guida, il treno era abbandonato a sé stesso, alla spinta inerziale che non si esauriva. Dov’erano adesso? Verso dove andavano? Chi poteva fermarli? Qualcuno li stava cercando? Qualcuno sapeva? E cosa ne era del macchinista? Quando Mario si svegliò un po’ stordito dal sonno che l’aveva colto in quel breve viaggio che lo riportava a casa tutti i giorni dopo l’ufficio si rese conto che mai gli era capitato di immergersi così totalmente nel sogno, da quando percorreva quel tragitto in treno. Quel giorno c’era il sole ma per il fine settimana si prevedeva freddo siberiano e tanta neve. |

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