Alanis Morissette ha sempre e solo parlato di sé nei suoi album, ma mai come questa volta è stato facile cogliere il nesso tra la sua vita personale, e in particolar modo la fine della storia con Ryan Reynolds (ora tra le braccia di Scarlett Johansson), e i suoi pezzi. E così per molti “Flavors of entanglement” non è altro che il grido di rabbia e di dolore di una donna ferita, e il buco della serratura che permette a noi comuni mortali di spiare cosa accade dietro le quinte di una storia da jet set. Ma non è così. Non ci si può limitare all’interpretazione di questo lavoro come viaggio individuale attraverso le fasi del dolore (shock, contrattazione, rabbia, tristezza, rassegnazione e accettazione), suggerita da Alanis stessa. Perché lei non è mai stata capace di rimanere in superficie, nell’ordinario o nel personale. Quando parla di sé non ha paura di aprire davvero il cuore e la mente, e finisce sempre con lo svelare anche un pezzetto del mondo e dell’uomo. Sarà che i suoi pezzi non sono mai scontati e portano sempre un messaggio inconsueto, un’emozione intensa, una verità profonda dentro. Sarà che Alanis è complicata, un miscuglio intricato di sentimenti forti e opposti e visioni del mondo ferme e originali. Che non sia un’artista scontata lo si capisce già dai titoli degli album - mai banali, fortemente simbolici, sempre scelti all’interno del testo di una delle canzoni della tracklist - e dai testi - ricchi di termini ricercati e neologismi, di riferimenti culturali trasversali e immagini, a volte evidenti, a volte ermetiche.
Però la Alanis di “Flavors of entanglement” è qualcosa di strano, solita e nuova insieme. Ripropone temi fortemente suoi come il viaggio, fisico e interiore, che fa crescere e cura, e l’estraneità a confini ed etichettature di qualsiasi genere. Esplora sonorità nuove, abbandonando spesso l’acustica (conservata in una perla come “Not as we”) per l’elettronica (il rock orientaleggiante di “Citizen of the planet”, inattese svolte dance in “Straitjacket”). Ma in fondo anche in questo è sempre lei, sovrana di contraddizioni, tesi e antitesi di se stessa: delicata e brutale, profonda e alla disperata ricerca di libertà dalle inquietudini interiori (“Giggling again for no reason”), fragile e audace, insicura (“Tapes”) e consapevole, rabbiosa e indulgente, rassegnata (“Torch”) e fiduciosa (“Incomplete”). Certo, oggettivamente non sono molte, in questo album, le canzoni candidate al grande successo di pubblico, ma “Ironic” e “You oughta know” non torneranno più, non solo perché appartengono a un’altra vita dell’artista, ma soprattutto perché dopo un debutto sfolgorante si deve scegliere: essere originali o compiacere il mercato, seguire la propria evoluzione o restare intrappolati in un’etichetta. Questo non è l’album che riporterà Alanis alle cifre di “Jagged little pill” (trenta milioni di copie vendute) e non è l’album che convertirà i suoi detrattori. Forse non è nemmeno l’album che accontenterà tutti i fans storici. Ma è l’attuale espressione di un talento multiforme e mutevole e di un’anima incoerente e intensa, che non riescono mai a risultare insulsi o noiosi.
|