 |
Tuttavia nonostante gli innumerevoli tentativi, non riusciva a disegnare il volto del bambino. Gesù Bambino e gli amorini che Otoko aveva studiato nei quadri occidentali avevano tutti contorni nitidi o erano soltanto figure in miniatura del volto d’un adulto, a volte con espressioni artificiose di santità. Il bambino nell’immaginazione di Otoko invece non aveva contorni né chiari né vigorosi. Era il volto di uno spirito, di un fantasma che, circondato di un alone nella luce vaga della visione onirica, non era di questo mondo ma neppure dell’altro, e doveva recare serenità e quiete all’anima di tutti quelli che lo guardassero da vicino. Nello stesso tempo, la figura doveva esprimere un’infinita e abissale tristezza. Nonostante tutto ciò, Otoko voleva evitare completamente le eccentricità che non è raro trovare nelle pitture astratte.
(Kawabata Yasunari, Bellezza e tristezza, traduzione di Atsuko Suga, Einaudi, 1993)
|
|
|
|