di Alberto Sannite |
Rendition è il film dei contrasti radicatisi nella società contemporanea americana post undici settembre, nel quale si fronteggiano due opposte visioni riguardanti il concetto di individualità e di collettività. È difficile rimanere semplici spettatori di fronte a questo lungometraggio, che costringe il pubblico a porsi una terribile domanda, mettendolo di fronte a una scelta forse impossibile e forse comunque sbagliata, una volta presi in considerazione tutti gli elementi in gioco: la risposta sarebbe infatti sconvolgente o volutamente inesistente. La pellicola racconta l’uso della “extraordinary rendition”, ovvero il sequestro e la consegna speciale di sospetti terroristi a paesi in cui non vige il rispetto dei diritti umani, rendendo così possibile mettere in piedi interrogatori al limite della tortura fisica, il tutto con la supervisione della CIA. Anwar El - Ibrahimi è un rispettabile ingegnere chimico egiziano che di egiziano ha ormai soltanto il nome, laureato a New York e residente a Chicago insieme alla moglie americana, e proprio lui, figlio più di tanti altri veri cittadini americani dell’America libera e moderna che accoglie nel proprio grembo chiunque voglia costruirsi una vita rispettabile e soddisfacente lasciandosi alle spalle il passato nel proprio paese di origine, viene arrestato dalla CIA perché accusato di essere coinvolto in un attentato in Nord-Africa, nel quale fra le tante vittime ha perso la vita anche un agente segreto statunitense. La moglie Isabella, incinta e già madre di un bambino di sei anni, non avendo più notizie del marito, decide di rivolgersi a un amico d’infanzia che fa parte dello staff di un senatore, e viene in questo modo a conoscenza del fatto che Anwar è vittima della speciale operazione di intelligence denominata “extraordinary rendition”. Douglas Freeman è l’agente segreto americano che vigila sugli interrogatori e deve ottenere informazioni da mandare al suo superiore, la cinica e senza scrupoli Corinne Whitman, ma è sempre meno convinto della legittimità della propria missione. Abasi, titolare dell’interrogatorio di Anwar, è il capo della polizia nord africana, strettamente legato ai servizi statunitensi e per questo bersaglio dell’attentato con cui si apre il film. Abasi però è anche il padre di Fatima, una ragazza innamorata di un giovane fondamentalista islamico, Khalid, che vede nella jihad e nella vendetta l’unica risposta all’uccisione dell’amato fratello terrorista. Sarà proprio Khalid a scegliere volontariamente l’estremo sacrificio in nome del folle scopo della guerra senza esclusione di colpi contro il sopruso occidentale nella sua terra, trasformando il suo corpo in arma micidiale. È un film a struttura circolare, con i protagonisti che si inseriscono idealmente nella linea curva del cerchio fino ad arrivare a chiuderlo quando, grazie a un sorprendente montaggio, scopriamo che in realtà il cerchio non si chiude ma si sdoppia in due metà, l’una antecedente all’altra che la completa e la spiega, quasi percorrendo a ritroso la vicenda, come in un libro scritto in lingua araba che si legge al contrario, come quel libro fatto di immagini che viene sfogliato alla fine, poco prima di comprendere la realtà che sta per compiersi ma che noi sappiamo essere già avvenuta: una costruzione della sceneggiatura eccellente. La regia minuziosa e frenetica riesce a dirigere un cast stellare, senza mai lasciare troppo spazio a protagonismi che sarebbero risultati controproducenti ai fini del soggetto. È sempre complicato raccontare nell’arco di tempo di un film l’evoluzione di molti personaggi, e lo è ancora di più quando il tema portante è irto di insidie come questo, eppure il regista Gavin Hood ci riesce alla perfezione. Un vero e proprio atto d’accusa contro il metodo, lesivo dei diritti umani ma a vantaggio della sicurezza nazionale, di quella parte conservatrice dell’America che spesso solo in questo modo riesce a salvare la comunità dalle tragedie, imponendo un prezzo altissimo a soggetti non tutelati, vittime di soprusi e insostenibili arbìtri. Il fine giustifica i mezzi? L’annosa questione è più che mai aperta e non si chiuderà mai. |
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