Ian Kershaw, “Operazione Valchiria”

di Simone Gambacorta |
È una baracca di legno quella dove è in corso una riunione tra Hitler e i suoi più fidati tirapiedi. È il 20 luglio 1944, siamo nella “Tana del lupo”, il quartier generale del Führer nella foresta prussiana. È estate, fa caldo, e a incorniciare un tavolo pieno di mappe sono le divise degli ufficiali di un Reich sulla via della disfatta. Nessuno nota una valigetta vicina alla sedia di Hitler. Nessuno immagina vi sia nascosta una carica esplosiva, né che a portarla fin là sia stato un uomo al di sopra di ogni sospetto, il colonnello Claus von Stauffenberg. E nessuno sospetta che Stauffenberg sia una delle menti del Piano Valchiria, un progetto di colpo di stato per neutralizzare il regime di Hitler e salvare il salvabile di una Germania oramai tragicamente compromessa. Fatto è che a un certo punto, e prendendo a pretesto una scusa, Stauffenberg esce dalla baracca. Pochi minuti dopo, alle 12:30, l’ordigno detona e investe i presenti (alcuni moriranno successivamente a causa delle lesioni subite). Hitler, sino ad allora fortunosamente scampato a diversi altri attentati, riporta solo ferite, e per una ragione che ha dell’incredibile: se la deflagrazione fosse avvenuta in un locale in muratura, l’onda d’urto avrebbe schiacciato tutti; le pareti della stanza erano invece di legno, e questo fece sì che gran parte della spinta distruttiva si disperdesse verso l’esterno. Risultato: un piano elaborato in ogni particolare era fallito per un dettaglio minimo ma decisivo. La reazione di Hitler non si fece attendere: Stauffenberg e i suoi furono scoperti e giustiziati e i loro familiari arrestati. A un passo dalla meta, il Piano Valchiria era fallito, così com’era fallito il gesto “morale” di quegli uomini che, pur di obbedire alla propria coscienza, avevano tentato uno scacco matto al di là di ogni azzardo. A raccontarci questa storia, che davvero vale più di un romanzo (non solo per la terribilità che evoca, ma anche perché ribadisce che certe sorprese, tanto più se cruciali e “improbabili”, può permettersele solo la realtà), è Ian Kershaw, esperto di nazismo, professore all’Università di Sheffield e saggista capace di coniugare divulgazione e puntualità in una scrittura fluida e accessibile. Ma “Operazione Valchiria” non è solo un buon libro. C’è altro. Perché all’ombra delle parole vive qualcosa di invisibile, qualcosa che sa di incubo, una specie di serpente che scivola tra le righe e sussurra che il male, quando è assoluto, è immune dagli agguati del bene. Lo si può combattere, lo si può colpire, lo si può fiaccare, ma non lo si può vincere. Svanisce solo se soccombe a se stesso, se collassa, se implode. Non finisce perché lo si uccide, finisce perché si suicida. E forse nessuno può farci niente.
(Ian Kershaw, “Operazione Valchiria”, trad. di Alessio Catania, trad. delle Appendici di Andrea Silvestri, Bompiani, pp. 170, Euro 10) |
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