Gianni D’Elia, “Riscritti corsari”
 Galaad Edizioni (del 07/03/2010 @ 17:55:10, in Libri, linkato 406 volte)


di Simone Gambacorta

“Riscritti corsari”, il libro più pasoliniano di Gianni D’Elia, quello che ne raccoglie gli interventi politici e culturali apparsi sull’«Unità» tra il 2001 e il 2006, nasce dal nume tutelare Leopardi, più precisamente il Leopardi di “All’Italia”, del “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'italiani” e di alcune pagine dello “Zibaldone” (del resto, anche il recente “Coro dei fiori”, pubblicato insieme con Fabrizio Sclocchini per le Edizioni della Banca di Teramo, “cita” il “Coro dei morti” dei “Canti”). In che modo D’Elia giunga a Pasolini via Recanati, è lo stesso poeta pesarese a dircelo: «Pasolini, a rileggerlo, parla a noi contemporanei, italiani, nati nel dopoguerra, con un accento di disperazione e di esagerazione, che già fu di Leopardi». Da un lato c’è Pier Paolo, il fratello morto e (non) sepolto, la voce senza requie “dannata” da una censura che l’ha uccisa, il destinatario di una fedeltà che consiste nel pensarne e ripensarne il magistero come quando ci si consacra a un lutto, o come quando uno sbrego lascia sulla pelle di chi è rimasto una cicatrice di vita e letteratura, di letteratura di vita, d’umanità e d’umanesimo. Dall’altro lato c’è Giacomo, padre non biologico né adottivo ma elettivo («Siamo stati figliastri, rifiutati e ignorati, non figli», dice D’Elia a proposito della sua generazione) e modello infallito attraverso cui, fra l’altro, approfondire la comunione con l’autore degli “Scritti corsari”. Con gli articoli riuniti in questo nuovo volume, D’Elia se la prende, e prende in sé e su di sé, come una sofferenza, la vicenda politica e sociale italiana di questi anni, vicenda che considera lo specchio di una società patinata ma infera, dominata da un «Nuovo Potere» ansioso di «riprodurre all’infinito la consumazione di beni superflui e spettacolari» e forgiare «un’umanità di tipo nuovo, non più distinguibile per classi o unità storica», ma omologata «dai consumi e dagli stili di vita smerciati e propagandati dal Grande Magazzino Televisivo» (torna l’“Homo videns” di Sartori). Stringi stringi, il nocciolo del problema D’Elia lo individua nello scadimento della «qualità del conoscere» e del sentire: la condizione politica italiana deriverebbe da una diffusa e trasversale crisi di coscienza, e le responsabilità, oltre che a un'anestesia collettiva, sarebbero da ascriversi alla repubblica intellettuale prima ancora che a quella parlamentare (è vero che Berlusconi è il bersaglio principale, ma lo è quale sintomo, quale sineddoche di un più vasto stallo). La parola di D’Elia possiede un nitore sorgivo e ruscellare, e con tenace delicatezza descrive un pensiero appassionato e passionale, fieramente “di parte”, disobbediente e “non zitto”, percorso e percosso dal perdurare di una “bassa stagione”. D’Elia è “agito” dalla congiuntura di matrici politiche ed esistenziali, ed è tutto avvolto dal bozzolo drammatico di chi avverte il dovere civile e letterario di «interrogarsi sugli usi e costumi della società e della politica italiane in termini di antropologia culturale”», come giustamente sottolinea il curatore Davide Nota. Queste “riscritti” sono incapaci di non ribadire il primato della poesia, intesa come “religione del proprio tempo” e unica via per leggere (reggere?) il mondo: da qui la necessità di una «opposizione poetica», il «piccolo diario critico» racchiuso nel volume e gli “Epigrammi” che ne costituiscono la seconda parte. Si può essere o non essere in sintonia con quanto D'Elia sostiene, ma chiunque sia dotato di un minimo d'onestà intellettuale non può non riconoscere l'acume e l'intelligenza di questo libro.

(Gianni D’Elia, “Riscritti corsari. Scritti per l’«Unità» 2001-2006. Epigrammi 2007-2009”, a cura di Davide Nota, con una premessa di Furio Colombo, Effigie, pp. 172, Euro 15)