Edward Hopper: il cacciatore di luce.
 Galaad Edizioni (del 25/03/2010 @ 15:29:50, in Mostre, linkato 2289 volte)


di Pietro Ruggieri

Gli amanti della pittura del Novecento non possono perdere la mostra romana dedicata a Edward Hopper (1882–1967), uno dei più noti artisti americani del XX secolo. Pur mancando alcune delle opere più celebri, per la prima volta in Italia un’esposizione ripercorre la sua vita artistica a partire dalla produzione giovanile fino ai capolavori dell’età matura. “Tutto quello che avrei voluto sempre fare era dipingere la luce del sole sulla parete di una casa”. Queste parole, esposte su un grande pannello bianco all’inizio del percorso espositivo, proiettano subito il visitatore nel tema dominante della pittura di Hopper. Gli autoritratti della prima sezione della mostra impressionano per la profondità dello sguardo: gli occhi dell’artista sono grandi, luminosi, quasi ipnotici; sono occhi alla continua ricerca di dettagli e delle molteplici manifestazioni della luce. Nei disegni e nelle pitture giovanili (The El Station, 1908; American Village, 1912) sono contenuti in nuce gli elementi visivi cari all’artista, le variazioni sul tema della luce e le forme architettoniche, che saranno sviluppati con sorprendente sensibilità negli anni successivi. I tre viaggi compiuti tra il 1906 e il 1910 in Europa, a Parigi in particolare, consentirono a Hopper di conoscere le opere di numerosi artisti europei.
Ma i quadri di Manet e di Degas impressero in lui una traccia indelebile e Hopper divenne in modo definitivo il pittore della luce. Nacquero così i soggetti sulla vita parigina (River Boat, 1909, Le Pont Royal, 1909, Bridge on the Senna, 1909, Le Bistro, 1909, Soir Bleu, 1914): le architetture dei palazzi francesi, i ponti, il lungofiume della Senna, gli interni delle abitazioni e dei bar, i ritratti di personaggi comuni. Edward Hopper aveva l’abitudine di effettuare molti studi e bozzetti su carta prima di passare all’esecuzione del quadro vero e proprio. Nel passaggio dagli schizzi al dipinto avveniva una sorta di trasformazione creativa evocativa, evidente in tutti i suoi capolavori. Tra quelli esposti vale la pena di citare almeno Cape Code Sunset, 1934; Stairway, 1939; Seven AM, 1948; Morning Sun, 1952; il celebre Second Story Sunlight, 1960; A woman in the sun, 1961.
Le figure umane sono ritratte in un momento di pausa contemplativa o di riflessione, mentre riposano o sono in attesa di qualcuno, oppure intente a svolgere un’azione abitudinaria. La scena è rappresentata come uno scatto fotografico o un’inquadratura da set cinematografico, che evoca una storia personale forse intuibile, ma che lo spettatore non riesce a cogliere del tutto. Alcuni quadri mi riportano ai gangster movie, ai film con Humphrey Bogart, ai bar fumosi nei quali le vite si consumavano tra una sigaretta e una bicchiere di whiskey. I personaggi sono sempre assolutamente chiusi nella loro solitudine, in attesa di un evento che tarda a manifestarsi. La luce sembra essere l’unico elemento vivo, che agisce sulle cose e sulle persone trasfigurandole, creando un effetto di decontestualizzazione e astrazione. Un contesto ambientale realistico, come una strada, una banchina della metropolitana, un bar o l’interno di un negozio, si trasforma in un’immagine che esprime uno stato d’animo. L’elemento predominante è sempre la luce: mette in risalto un volto attraverso una finestra aperta, ruba un istante della vita di una persona, si imprime sulle pareti delle stanze, corre sui tetti dei granai di Truro, a Cape Code. E’ una luce metafisica che rivela un’assenza, una lontananza, una distanza non sempre colmabile, forse una separazione. E’ un mondo interiore rivelato.

Roma, Fondazione Roma Museo 16 febbraio – 13 giugno 2010