Musei Vaticani: la statuaria classica.
 Galaad Edizioni (del 28/04/2010 @ 09:50:35, in Mostre, linkato 11377 volte)


di Pietro Ruggieri

Nel mese di marzo l’associazione culturale Terracromata ci ha accompagnato di nuovo all’interno dei Musei Vaticani per un focus sulla statuaria classica attraverso lo studio di cinque note sculture marmoree che fanno parte dei tesori artistici più apprezzati dei Musei. Senza alcuna pretesa di coglierne tutti gli aspetti storico-artistici, proverò a raccontare le mie impressioni di fronte a queste opere, ricalcando il percorso descritto con stile essenziale e preciso dalla nostra guida. La prima scultura è la copia romana in marmo del Doriforo (ca. 450-440 a.C.) di Policleto, che ritrae un giovane atleta nell’atto di impugnare un giavellotto. L’opera, punto di riferimento dell’arte scultorea classica, rappresenta l’ideale della perfezione anatomica, l’espressione dei canoni della bellezza ideale fissata a partire dallo studio del corpo di atleti reali. La postura del doriforo è il risultato di uno studio attento e dal punto di vista figurativo delinea un chiasmo: al braccio destro disteso lungo il fianco si contrappone la gamba sinistra flessa, al braccio sinistro piegato che impugna la lancia corrisponde la gamba destra tesa a sostenere il peso del corpo. La scultura di Policleto divenne modello e fonte di ispirazione per gli artisti coevi e successivi, come dimostra in tutta la sua potenza espressiva L’Augusto di Prima Porta (datazione incerta, forse 8 a.C.), o Augusto loricato (dalla lorìca, la corazza dei legionari), statua in marmo che ritrae l’imperatore Augusto mentre, con il braccio destro alzato, richiama l’attenzione dei soldati prima della battaglia. La naturalezza del gesto, la compostezza del corpo unita alla solidità della figura, i fini dettagli della corazza e della tunica e l’esplicito richiamo ai canoni di Policleto fanno di questa scultura un’opera unica e di rara bellezza.
L'Apoxyómenos (letteralmente dal greco “colui che si deterge”), copia romana in marmo di un originale bronzeo dello scultore greco Lisippo (370-300 a.C.), spezza gli schemi classici policletei, introducendo una nuova concezione della rappresentazione scultorea. Il giovane atleta è colto nell’atto di detergere il proprio corpo con lo “strigilis”, spatola utilizzata dagli atleti per togliere l’eccesso di olio con il quale si ungevano il corpo prima di gareggiare. Il ragazzo è ritratto in un momento di riposo, dopo le fatiche della lotta e gli affanni della competizione. Il suo corpo si protende nello spazio circostante grazie al movimento delle braccia, il busto non è del tutto allineato rispetto alla visione frontale e il volto sembra guardare lontano, come assorto in vaghi e imperscrutabili pensieri. In questa opera non troviamo alcuna idealizzazione della bellezza, nessun riferimento al divino, ma unicamente l’uomo comune nella sua fisicità e con i suoi limiti. L’Apollo del Belvedere, di epoca romana (circa 130-140), è anch’esso una copia di un originale greco in bronzo forse attribuibile a Leocare (IV secolo a.C.). Considerato per molto tempo il modello più alto della bellezza maschile, fu molto imitato ed esaltato nel periodo neoclassico. In seguito la sua fama andò declinando, in quanto molti studiosi lo definirono freddo e accademico. Sorvolando sulle diatribe dei critici d’arte, l’opera impressiona per la straordinaria riproduzione del panneggio, talmente naturale e leggero da sembrare sensibile al minimo alito di vento.
La visita si conclude con il Laocoonte e i suoi figli (datazione incerta, forse tra il 40 e il 20 a.C.), uno dei capolavori più ammirati dai turisti di tutto il mondo. Il gruppo marmoreo ci racconta un episodio dell’Eneide, la morte di Laocoonte e dei suoi figli ad opera di terribili serpenti marini inviati da Poseidone, adirato perché il sacerdote veggente troiano si opponeva all’ingresso del cavallo di Troia all’interno della città. La scena che si svolge davanti a noi è intensa e drammatica. I movimenti delle figure si articolano in tutte le direzioni dello spazio circostante, la plasticità raggiunge un livello espressivo molto elevato e la luce crea un intenso effetto chiaroscurale che accentua la dinamicità della scena. Rivive davanti ai nostri occhi la tragedia di un padre che assiste impotente alla morte dei propri figli a causa di un capriccio degli dei. Sarà vano il tentativo del sacerdote di chiamare a raccolta tutte le proprie forze per opporsi a un ingiusto destino.

Roma, Musei Vaticani.