Giulio Ferroni, “Scritture a perdere”
 Galaad Edizioni (del 04/05/2010 @ 14:39:57, in Libri, linkato 368 volte)


di Simone Gambacorta

Giulio Ferroni è molto deluso per «l’orizzonte culturale italiano». Troppa roba in giro, troppe parole inutili. E lo dice chiaro e tondo nel velenoso e avvelenato pamphlet “Scritture a perdere”. Punto uno: urge «un’ecologia della comunicazione» che «liberi le nostre menti dagli scarti infiniti che le tengono in ogni momento sotto assedio». L’antipasto è servito. Punto due: serve «un’ecologia del libro e della lettura» che consenta di «operare distinzioni nell’immenso accumulo del materiale librario prodotto». Punto tre: «Sulla scena culturale si impone sempre più il modello del mercato: si diffonde in ogni settore il presupposto che la validità dei prodotti artistici e degli sviluppi teorici sia determinata dal loro successo, dal volume di vendite». Diciamolo: tutto chiaro, tutto giusto, tutto, purtroppo, condivisibile. E se la cultura italiana sembra «assiderata» in una «subalternità acritica verso i modelli dominanti della comunicazione», la critica militante «si concepisce solo come propaganda editoriale». Prendi, incarta e porta a casa: e quanto aveva ragione Berardinelli quando parlava di «pubblicità culturale» (sia gloria al suo “L’eroe che pensa”). A proposito: pubblicità e televisione dominano «tutto il nostro essere» e stanno «minando le basi antropologiche del nostro paese»: toh, si rivede il Sartori di “Homo videns”, gira e rigira torniamo sempre lì, e nei paraggi popperiani della “cattiveria” della tv. In questa situazione di dissesto generale, il romanzo soffre. Soffre molto. Peggio: soffre da morire. In effetti non c’è solo la supervalutazione del noir, filone dove dominano «emozioni già previste da schemi narrativi seriali, che si specchiano continuamente in modelli cinematografici o televisivi» (e dove tutto sembra risolversi in una sorta di televisionabilità del racconto), ma passano per letteratura romanzi che letteratura secondo Ferroni non sono manco per sogno, per esempio “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano e “Venuto al mondo” di Margaret Mazzantini. Il primo, abitato da una «scrittura neutra e plastificata», ha un titolo che con «la scienza non c’entra nulla» perché «non diventa in nessun modo principio di organizzazione del racconto»; nel secondo, invece, «la dimessa velocità di una scrittura del tutto neutra e grigia tende a uscire da se stessa con un vario erompere di metafore che vogliono colpire il lettore come forzando i limiti delle cose, ma sempre in forme rozze, eccessive banalmente caricate» (ma il buon Giulio non lesina mazzate niente male a “Stabat mater” di Scarpa e all’improbabilissimo “Noi” di Veltroni). Perciò “scritture a pedere”: perchè, «per i loro caratteri e per il loro stesso successo», questi romanzi «ci portano lontano da quella ricerca dell’essenzialità che sola può garantire una pur problematica sopravvivenza della letteratura». In pratica, roba che, nella sua magredine, nella sua sostanziale esilità, si rivela commestibile per un pubblico ghiotto di merce ad alto grado di consumabilità. La nostra sarebbe perciò l’epoca della «fine dello stile», quella della «evaporazione della scrittura», con pochissimi autori capaci di «corrodere criticamente il presente». Da qui lo sguardo pacatamente ottimista, e che in parte risolleva un po’ il tono plumbeo e aduggiato del libro, su Carraro, Lagioia, Saviano, Siti e diversi altri. Ma forse Ferroni ha ragione, «forse non è più il tempo del romanzo, è piuttosto il tempo del racconto o del falso romanzo, sospeso tra saggistica, documento storico, cronaca, autobiografia e autofiction, digressione, intreccio di aforismi e altre forme brevi».

(Giulio Ferroni, “Scritture a perdere. La letteratura negli anni zero”, Laterza, pp. 110, Euro 9)