Intervista all’autore del libro che racconta come i corrispondenti dei giornali stranieri vedono il Belpaese.
Mariano Sabatini, giornalista e critico televisivo per il quotidiano «Metro» e per il portale «Tiscali Notizie», ha appena pubblicato un nuovo libro. Dopo essersi occupato degli scrittori italiani con i volumi “Trucchi d’autore” e “Altri trucchi d’autore”, e dopo aver firmato quel bellissimo viaggio nel giornalismo nostrano che è “Ci metto la firma”, questa volta ha voluto dedicarsi ai corrispondenti dei giornali stranieri che vivono e lavorano in Italia. “L’Italia s’è mesta” (Giulio Perrone Editore, pp. 175, Euro 15) è il racconto di quel che pensano coloro che scrivono del Belpaese nel mondo.
Quand’è che hai pensato di scrivere “L’Italia s’è mesta”? E’ stata un’idea improvvisa oppure la risposta a un improvviso bisogno di chiarezza? La seconda che hai detto. Lo considero un libro dovuto, in primo luogo a me stesso e dopo a questa Italia malandata. Io credo che in un paese in cui il premier invita a non leggere i giornali sia una bella provocazione ideare e poi scrivere e poi dare alle stampe un libro che analizza e propone un coro di voci straniere dissonanti rispetto al pensiero unico.
Come hai impostato il lavoro? Voglio dire: come lo hai progettato, come lo hai pensato? Il lavoro è stato giornalistico nella progettazzione e raccolta del materiale, nel senso che ho letto molto e intervistato i colleghi che mi hanno dato la loro disponibilità di tempo, poi ho sbobinato e trascritto. E poi ho cercato di dare una struttura narrativa al tutto, dividendo per capitoli che toccassero i temi sensibili di questo Paese: il belusconismo, la libertà, la figura di Fini, la condizione delle donne, l’invadenza della Chiesa e via dicendo.
Che cosa ha significato lavorare a questo libro quanto a ore di scrivania? È il mio quinto libro ed è stato il più faticoso da condurre fino alla stampa. Diciamo un paio di mesi di stesura e quattro di preparazione, ma intensissimi. L’editore è stato comprensivo, nell’accettare il continuo dilatarsi dei tempi di consegna.
Con quale criterio hai selezionato i corrispondenti da passare in ricognizione? Nessuno, per scelta precisa. Non volevo che il libro avesse una tesi precostituita, non volevo che qualcuno mi accusasse di aver elaborato chissà quali strategie. Ho ascoltato chi mi accordava il suo tempo, in molti casi senza neppure sapere quale fosse la linea editoriale della testata di riferimento di questo o quel collega estero. Perciò ho letto con piacere la recensione positiva di Stefano Giani del “Giornale”, che ha definito L’Italia s’è mesta un libro “non impietoso a prescindere”.
Per quanto riguarda quello dei corrispondenti stranieri, hai parlato di «un mondo parallelo». In che senso? Loro sono italiani per scelta, potrebbero vivere e lavorare ovunque, invece rimangono qui, ci vivono accanto, per lo più silenti. Dal loro mondo parallelo, ci arriva il riverbero di quello che scrivono di tanto in tanto, quando serv tirarli o di qua o di là, a seconda delle convenienze politiche del momento. A questo popolo di quasi invisibili, come li ho definiti, ho voluto offrire una modesta occasione di visibilità organica, attraverso la sistematizzazione offerta dal libro.
Per te che cosa ha significato “raccontare” quel che vedono e dicono di noi in questo «mondo parallelo»? Il privilegio di poter guardare all’Italia e agli italiani con gli occhi degli altri italiani d’eccezione, intellettuali, professionisti capaci e vivaci che hanno nei nostri confronti, nonostante tutto, sentimenti di simpatia e ammirazione. Se poi si parla di cultura e storia arrivano alla venerazione.
Nel complesso, che Italia ne viene fuori? Lo dice il titolo, un’Italia che purtroppo non è più desta, perché abbiamo demandato all’uomo forte del momento i destini del Paese e lui ci sta conducendo in fondo al baratro. Siamo lo zimbello del mondo, viviamo un degrado morale e di cultura senza precedenti, non si vede luce. Sembra di vivere in un reality show e ci sentiamo continuamente “nominati”.
Fra i vari corrispondenti, chi è che ci vede meglio e chi peggio? Bisogna vedere di quale ambito parliamo. Comunque, solo Constanze Reuscher, firma di “Zdf” e “Arte”, ammette che i tedeschi hanno nei nostri confronti dei pregiudizi negativi.
Nello specifico, come valutano l’andazzo nostrano circa – nell’ordine – la politica, l’economia e la cultura? Ti farò degli esempi, tra le cose mi hanno colpito. Marcelle Padovani del “Nouvel Observateur” ammira la nostra Costituzione, per averla studiata all’università, e non capisce perché questa nostra ‘democratura” – un po’ democrazia e un po’ dittatura – si ostini a volerla cambiare. Richard Heuzé, corrispondente di “Le Figarò”, dice che la nostra economia va meglio di tante altre. Per quanto riguarda la cultura, tutti riconoscono che il governo la trascura. Margaret Stenhouse, che scrive per lo scozzese “The Herald”, mi ha addirittura preconizzato la rovina di Pompei ben prima che crollasse la palestra dei gladiatori.
Scendiamo ancor più nello specifico: parlami degli aspetti che più ti hanno sorpreso e che proprio non ti aspettavi in bene, in male e – se possibile – in peggio… Un’affermazione di Irene Hernandez, giornalista del “Mundo”, per lei il modello iniquo rappresentato da Berlusconi potrebbe fungere da paradigma per altre democrazie occidentali, perché alla fin fine funziona… ecco, questa è una cosa che, se accadesse, gli italiani non potrebbero perdonarsi.
Tu, che sei giornalista, che cosa pensi di questo responso? Ritengo che non dobbiamo smettere di fare il nostro mestiere, di mettere il dito nelle piaghe, di disturbare i manovratori. E i giornalisti che hai passato in rassegna, come li valuti? Hanno la giusta distanza dalle cose, dagli accadimenti, dai personaggi e dunque godono di una visione d’insieme migliore della nostra. Come li valuto? Con grande attenzione ed umiltà, perché mi hanno dato tanti spunti di riflessione, e li daranno ai lettori.
Giornalisticamente parlando, che cosa possiamo insegnare noi a loro e cosa loro a noi? Noi a loro… non mi viene in mente, sinceramente. Se poi penso all’intervista di Renzulli a Berlusconi per il Tg1, vorrei nascondermi. Loro a noi, a trattare i politici da pari a pari, non accettando l’anomalia tutta italiana di un premier che sussume in sé troppi poteri, da quello politico-economico a quello mediatico.
Ma questo “ascolto” di voci così lontane e così vicine – e scusa la goffa citazione – che cosa ti ha “insegnato” come giornalista? Che si può fare un giro del mondo virtuale spostandosi di poco o semplicemente alzando il telefono e scoprire realtà inimmaginabili. In generale mi piace fare domande ed ascoltare risposte, è questo lo specifico del mestiere di giornalista. Se poi genera anche dei libri, che spero rimarranno, tanto meglio.
L’Italia è un Paese particolare e complesso. Parte del suo fascino direi che sta proprio nella sua complessità, che è prima di tutto una complessità culturale e anche antropologica. Insomma, secondo me l’Italia possono capirla davvero soltanto gli italiani. Hai riscontrato, in questo senso, delle “impossibilità” nei corrispondenti che si occupano di noi? Non sono d’accordo, quando il ceco Josef Kaspar mi spiega che Berlusconi mira a tenere l’Italia divisa perché lui ne trae imaggiori vantaggi, essend una specie di mago della campagna elettorale, io trasecolo. E capisco perché gli italiani continuano a votarlo, nonostante i tanti motivi per non farlo più. Berlusconi è l’arcitaliano.
Come giornalista, credo che tu sia uno di quelli che oggi tenti di restituire una certa quale dignità culturale al lavoro giornalistico. Penso ai tuoi libri, al tuo ruolo di critico televisivo… ecco, quanto bisogno c’è di un recupero di “cultura”, sulla nostra carta stampata? Bisogna infatti accordarsi sull’idea di cultura. La tv ad esempio è per me cultura popolare, ed è pedagogica anche quando dis-educa, soprattutto direi, considerata la facilità con cui impone i modelli negativi. Scrivendo di tv, denunciandone quotidianamente abusi e mostruosità, cerco di dare ai lettori degli strumenti per decrittare un medium pervasivo e male utilizzato. I libri sono tutt’altra storia, si rivolgono a un numero molto più esiguo di persone, a un ristretto numero di eletti.
[Intervista parzialmente pubblicata sul quotidiano «La Città» di Teramo il 5 febbraio 2011]
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