Scrivere recensioni sui giornali: Rossella Martina
di Simone Gambacorta
Nelle pagine culturali del «Resto del Carlino», la domenica, c’è la rubrica di libri “Quinta di copertina”, dove Rossella Martina pubblica tre brevissime recensioni. Sono note ben fatte, lisce e tonde, si leggono in un sol boccone e, al pari di quelle che compaiono in altre testate, sono diventate oramai per me un appuntamento fisso. Per ogni recensione, la Martina si muove tra le dieci e le dodici righe e tra le settanta e le ottanta parole (una più una meno) e perciò, a suo modo, è un esempio significativo di una rubrichista che scrive per i giornali e che per farlo spende meno di cento parole a “pezzo”.
Credo chiunque intenda cimentarsi con la stesura di recensioni dovrebbe misurarsi con un simile esercizio. È una forma di microchirurgia che insegna a contemperare l’ottica del lettore di professione con le sacrosante esigenze del lettore comune. Il comandamento principe è uno: adottare una scrittura chiara e snella, badando però a “dire” qualcosa, foss’anche piccola piccola, che dia un’idea del libro di cui si sta parlando. Sembra facile e invece è difficilissimo, in particolar modo quando si è alle prime armi (ma non solo); e che in poco spazio non si possano fare miracoli va messo nel conto del mestiere, fermo restando, appunto, che per muoversi con efficacia e immediatezza in spazi ridotti (in un giornale, la recensione è un servizio), di mestiere ne occorre molto.
Non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello di ergermi a esempio, ma, a puro e semplice titolo di testimonianza, vorrei raccontare un’esperienza personale. La prima volta che misi piede in una redazione, lo feci per propormi come recensore di libri (era un free press di Teramo, esiste ancora, ma dopo tre anni ho traslocato e ho cambiato testata). Il direttore mi disse che la cosa si poteva fare, sebbene fossi un neofita, e che voleva cinque recensioni al mese che non eccedessero le dieci righe.
Che ci vuole, sghignazzai fra me e me, e tornai di filato a casa pronto a mettermi al lavoro, anche perché avevo letto alcuni libri freschi di stampa e pensavo di avere bella e pronta la materia prima. Beata ingenuità. Dopo alcune ore di scrivania ero disperato. Non riuscivo a venirne a capo, mi sembrava di dover infilare la testa in un imbuto. Non ricordo quanti tentativi feci, ricordo che impiegai quindici giorni per mettere insieme quelle prime cinque note. Stesure, controstesure, aggiustamenti, piccole e continue modifiche, limature: fu una faticaccia, una faticaccia che mi avrebbe accompagnato (magari in modi diversi) anche in futuro, perché quello del recensore è un mestiere che s’impara facendolo e che forse non s’impara mai.
La verità è che scrivere buone recensioni è difficile e scriverne di brevi non lo è meno, sempre che ci si proponga di mettere su carta qualcosa di sensato o che somigli a qualcosa di sensato. Ma al di là di me, ho citato il caso di Rossella Martina perché, per l’ennesima volta, ho cercato di leggere una rivista letteraria che con ciclicità monsonica mi ritrovo fra i piedi e che mi sono rassegnato a considerare un incubo, una sorta di nuvoletta fantozziana che mi perseguita.
È una rivista magniloquente e pomposa, zeppa di articoli lunghi e pesantissimi che parlano solo ed esclusivamente dei massimi sistemi, tanto che mi rifuto categoricamente di dire quale essa sia. Basti sapere che è una rivista messa in piedi da un gruppo di giovani posseduti da un fervore autocelebrativo e autoreferenziale raggelante (parafrasi: il mondo infestato dai ragazzini), ed è drammaticamente, perversamente, oscenamente senile nell’impostazione e nell’anima (direi anche nell’alito). Mai visto nulla di tanto avulso dal tempo che l’accoglie, mai visto nulla con un così alto, empio e scemo tasso di disintersse per il lettore (una rivista che non si ponga il problema d’essere letta è una rivista suicida) e per qualsivoglia forma di apertura o influenza verso l’esterno.
Nonostante i reiterati sforzi, in nessun caso sono riuscito a tenerla davanti agli occhi per più di tre minuti, e tuttavia, con la puntualità implacabile del sicario, quest’ammorbante teglia di intellettualità prêt-à-porter continua a pedinarmi per saltarmi addosso quando meno me l’aspetto. Ricordo un passo di “Un uomo finito” di Papini: «Ogni volta che una generazione s’affaccia alla terrazza della vita pare che la sinfonia del mondo debba attaccare un tempo nuovo. Sogni, speranze, piani d’attacco, estasi delle scoperte, scalate, sfide, superbie – e un giornale». La riflessione è giustissima e comprovata, ma credo Papini desse per scontate originalità e urgenza e non credo intendesse avallare o assolvere l’inutilità e tanto meno la stupidità (che non sarà una scelta, ma che è pur sempre una colpa).
Per ciò, ogni qual volta cado vittima di un agguato che non so per quale arcano maleficio questa rivista insopportabile e tediosa riesce a tendermi, la mia mente corre a tutti coloro che, come Rossella Martina, scrivono sulla base della concretezza e della necessità di rispettare il lettore. E penso che tanti sapientelli della domenica, prima di lanciarsi in imprese improbabili (e che per paradosso li fanno sentire in diritto di considerare con sprezzo il giornalismo culturale), farebbero bene a pedalare in una redazione vera, o a collaborare con un giornale vero, a darsi da fare, insomma, presso realtà dove si lavora e dove, oltre a imparare qualcosa, ci si abitua – guarda un po’ – anche ad avere rispetto per quel livello ulteriore di scavo e approfondimento che s’incontra o dovrebbe incontrarsi nelle riviste letterarie.
Il giornalismo culturale avrà mille difetti e milleuno effetti collaterali, ma aiuta a chiarirsi le idee e a stare al passo coi tempi, e soprattutto allontana dai riti puerili e un po’ circensi dell’onanismo di gruppo. Amen.
(14 agosto 2009) |
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