Alberto Gaffi e Tullio Pironti
di Simone Gambacorta
Inizio a pensare che per essere editori occorra essere persone educate. Anni fa ordinai la “trilogia del Cairo” di Naghib Mahfuz dal sito della Tullio Pironti Editore. Giorni dopo mi furono recapitati tre tomi di seicento pagine l’uno. Nel plico c’era un biglietto dove era scritto che i volumi erano gli ultimi disponibili e, visto che non erano del tutto immacolati, ero pregato di considerarli un omaggio. Tutto avrei potuto immaginare, tranne che un normale ordine di libri potesse concludersi con un gesto così garbato, tanto più che le condizioni della “trilogia” del Nobel egiziano erano senz’altro accettabili, fatti salvi alcuni piccoli, trascurabili, addirittura piacevoli segni del tempo.
Dopo Pironti, fu Alberto Gaffi a offrirmi un’altra dimostrazione di signorilità. Con l’editore romano avevo avuto un solo contatto telefonico, quando mi rilasciò un’intervista. Dopo più di un anno, ordinai tre libri dal sito della Alberto Gaffi Editore. Il giorno successivo trovai una mail, molto cortese e molto simpatica, nella quale Gaffi mi diceva che, leggendo il mio ordine, s’era ricordato dell’intervista e che avrebbe avuto piacere di farmi omaggio dei libri. I libri arrivarono: aprii il pacco e ce n’era uno in più, con un biglietto che mi spiegava che quello era l’omaggio dell’omaggio.
Da allora, i nomi di Tullio Pironti e Alberto Gaffi corrispondono per me a un’idea di signorilità come non ne vedo molte altre in giro. I libri che mi hanno regalato, li richiesi con la bulimia del lettore compulsivo e non per recensione (non si trattava di novità) o per altre simili operazioni che potessero rappresentare, per loro, un qualsiasi tornaconto.
Ma a passare dalle stelle alle stalle si fa presto. Giorni fa ho trovato nella cassetta della posta una busta a me indirizzata e intestata a un editore delle mie parti. Appena l’ho vista ho pensato alla solita copia omaggio inviata “con preghiera di recensione”. Noterò a margine che dubito esista una formula più controproducente con cui rivolgersi a un sia pur stolto manovale del giornalismo culturale, senza considerare il fatto che il libro in questione potrebbe anche farmi schifo, e che quindi, posto che non sono un jukebox contento di compiacere il primo che passa, potrei dirne malissimo (sarebbe il caso i recensori comprassero i libri di cui debbono scrivere, in modo da essere liberi di dire ciò che vogliono: pensino poi i giornali a rimborsarli). E aggiungerò questo: gli editori locali, che sono altra cosa rispetto agli editori che operano in loco e che però non vivono, e men che meno pensano, entro un depresso orizzonte localistico (vedi alla voce “provincialismo”), hanno il vizio di dare per scontate troppe cose, a cominciare da quella di essere editori.
Comunque sia, mi sono seduto allo scrittoio, ho preso il tagliacarte e ho aperto la busta. Mi sbagliavo, non si trattava di un libro, ma del primo numero di una nuova rivista culturale. La sfoglio, cerco di farmene un’idea. Una rivista come tante, che lascia il tempo che trova, non priva però di un’aria pretenziosetta e velleitaria. Una di quelle che popolano il folto sottobosco delle riviste di serie b, un po’ tristi e cafonette. Ma io mi domando e dico: perché, invece di affannarvi con queste imprese inutili e pacchiane, non vi buttate nel web, dove tutto è certificato dai referti dei motori di ricerca, che ti dicono chiaro e tondo non solo quanti lettori hai, ma anche quali sono gli articoli più letti e qual è il tempo medio di permanenza dei visitatori su questo o quell’articolo? Così almeno si capisce se è il caso di andare avanti o no.
A un certo punto saltano fuori dalla rivista un paio di fogli piegati. Il primo è una lettera a firma del mittente, che mi comunica di attendere «il mio contributo». Al che mi dico: che gentile, avrebbe piacere io scrivessi qualcosa per la sua rivistella (non l’avrei fatto, ma il pensiero andava apprezzato). È stata un’illusione di poco momento. Allegato alla lettera c’era un bollettino di conto corrente postale, simpaticamente già compilato a penna, per sottoscrivere l’abbonamento. Questo sperpero di eleganza mi ha portato a constatare che in Abruzzo, la cultura, una presunta cultura, una malintesa idea di cultura e del fare cultura, può riservare ancora simili sorprese. Purtroppo.
(13 agosto 2009 ) |
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