Davide Rondoni e la poesia
 Galaad Edizioni (del 28/03/2011 @ 09:24:15, in Interviste, linkato 407 volte)
Davide Rondoni

intervista di Simone Gambacorta

Davide Rondoni è autore di diversi libri di poesia - "Il bar del tempo" (Guanda, 1999) "Non sei morto, amore" (I quaderni del Battello Ebbro, 2001) "Avrebbe amato chiunque" (Guanda, 2003), "Apocalisse amore" (Mondadori 2008) - e di saggistica, fra cui "Non una vita soltanto" (Marietti, 2002), "Il fuoco della poesia" (Rizzoli, 2008) e "Contro la letteratura" (Il saggiatore, 2010). Insieme con Franco Loi ha inoltre curato l'antologia della poesia italiana contemporanea, "Il pensiero dominante" (Garzanti, 2001).

Lei ha detto che la poesia non è esito di abilità, ma di obbedienza all’ascolto dell’alterità. Vorrei cominciare da qui, da una sua riflessione su questo punto…
«La poesia, come spiego nel mio libro “La parola accesa”, è innanzitutto una faccenda di visione nell’esperienza della realtà. Ognuno di noi mentre vive e svolge le sue attività, se è un poco attento, fa una certa esperienza della realtà – nel bene come nel dolore – e coglie un’evidenza per nominare la quale non c’è bisogno di “essere poeti”. Per spiegare cosa sia la poesia e l’uso poetico delle parole, faccio sempre questo esempio. Il primo “poeta” che ho conosciuto da vicino fu un tal Enea Gardini. Chi era? Era mio nonno, uno che faceva il contadino. Cosa c’entra un contadino con la poesia? Un giorno mentre uscivamo da un ristorante, in ascensore, lo vedo che accarezza mia nonna sulla nuca, con le sue mani ruvide, e le dice nel suo dialetto: “’e mi galett” (il mio galletto). Ecco, l’uso di questa parola mi ha reso evidente cosa sia la poesia nei termini di ascolto dell’alterità. Lui, in quel gesto garbato e dolce, pur nella sua ruvidezza, con una parola ha colto ed espresso l’essenza della personalità di mia nonna e del suo rapporto con lei. Il galletto per il contadino che ha un pollaio è una cosa molto preziosa e allo stesso tempo un qualcosa che ti si può anche rivoltare conto, beccandoti… così era mia nonna per mio nonno. Non è che mio nonno fosse un poeta, ma era un tipo attento alla realtà, alla sua esperienza, era obbediente ad essa, nel senso più strettamente etimologico (Ob-audire come ascoltare molto), obbediente a quel che c’era e che riconosceva, nominandolo a modo suo. Mario Luzi, il mio grande maestro, nel saggio sulla naturalezza del poeta diceva, in altre parole, che la poesia rende onore a quel che c’è, perché c’è».

La tristezza, come il dolore, è il momento in cui il poeta incontra una situazione di limite; ma questo vale anche per la gioia, anche la conoscenza della gioia costituisce l’approdo a un limite: quindi che “cos’è”, e quanto “vale”, questo limite?
«Il limite non è un’esperienza solo del poeta. E’ un’esperienza dell’uomo in quanto uomo. E si comprende più facilmente nel male, nel dolore, per il senso di impotenza che provoca, ma anche nel bene, perché nell’esperienza della bellezza o dell’amore ti rendi conto che sono fenomeni che in qualche modo non durano, quanto meno sono destinati a un declino. Allora il limite va riconosciuto e vale, nella misura in cui ti fa capire che da solo non sei niente, che hai bisogno di altro, che travalichi il tuo merito o capacità umana, per essere quel che sei, per continuare a consistere in qualcosa. C’è bisogno di qualcosa che superi il tuo limite e lo vinca, altrimenti non saresti nulla. Qualcosa come un dono grande, un super-dono, un Per-dono, che viene da fuori di te e che ti rialza… il riconoscimento del limite è all’inizio della domanda ad altro, l’inizio della preghiera e anche l’inizio del guardare fuori da sé, magari del rialzarsi in piedi dopo una caduta».

In che senso la poesia, a livello antropologico, tocca l’area religiosa dell’uomo?
«Se la poesia è un modo di nominare la realtà e il suo modo manifestarsi in relazione alla propria sensibilità e non una questione da “addetti ai lavori”, come ho detto nella prima risposta, e se, come nella seconda, il limite apre a qualcosa fuori da sé per non soccombervi, allora uno può poi nominare questo qualcosa fuori da sé genericamente come mistero oppure più specificamente come il Dio che fa tutte le cose. Dipende dalla profondità con la quale si è educati a prendere in considerazione le proprie domande esistenziali, che caratterizzano l’umanità di ciascuno di noi, la sua “area religiosa”».

Quali sono i poeti che sente più intimamente vicini e affini?
«Diciamo che devo molto a Caproni che mi lesse agli esordi del mio percorso letterario e mi esortò a continuare; a Giovanni Testori e Mario Luzi che in diversa maniera hanno seguito questo mio proseguire la strada. Questo per restare in tempi per così dire più vicini a noi. Ma anche Dante e Leopardi, Baudelaire, Péguy, Eliot stati essenziali per farmi fare esperienza di poesia. Ogni volta che li rileggo trovo consonanze nuove o mi si chiariscono quelle precedentemente intuite. Tant’è vero che ultimamente sto lavorando ad una traduzione de “Les fleurs du mal” di Baudelaire, per la seconda volta, e ciò proprio a conferma del fatto che il rapporto col testo poetico, se questo è di sostanza, non si esaurisce in una prima per quanto approfondita unica lettura, ma è un rapporto che evolve. Poi c’è il grande Ungaretti».

Come lettore, cosa pretende da una poesia altrui? Cosa esige?
«Non pretendo nulla di particolare, proprio perché mi aspetto tutto. Ovvero un modo più profondo e tendenzialmente devoto (per usare un concetto di Auden o di Célan) a tutta l’esistenza».

E da una poesia sua? Quand’è che, dopo averla letta, dice “va bene così”?
«Anche dalla mia poesia non pretendo, ma spero che sia come, parafrasando Becket, un “latrato alla provvidenza”».

Vorrei mi raccontasse come lavora alla scrittura. Voglio dire: dalla scintilla iniziale all’ultima stesura, quali e quante sono le fasi di lavoro?
«Infinite fasi di lavoro, in parte occasionali e in parte legate a un’obbedienza di lavoro».

All’inizio parlavamo d’obbedienza all’ascolto dell’alterità: lei come l’ha imparata, quest’obbedienza?
«Imparare è un verbo che mal sopporta il passato. Si impara sempre, da maestri e compagni di viaggio, poeti e non».

Ultima domanda: qual è l’aspetto che considera più indispensabile, più prezioso, più fondativo nella sua esperienza di uomo e poeta?
«Occorre essere vivi, vivaci, vitali. E curiosi. Se a uno gli basta quel che la routine quotidiana gli passa, e non è curioso di sapere, meglio, di capire di più cosa si cela dietro ai misteri che la realtà gli porge, la visione che gli si offre inaspettata come la coglierà? Dunque: avere cuore ed occhi aperti, giudicando tutto. E questo va nei contenuti della poesia. Per il lavoro della scrittura è indispensabile leggere, tanto e di tutto, confrontarsi con le altre voci. Basta essere uomini veri per essere poeti. Uomini liberi».