Il giornalismo culturale secondo Luigi Mascheroni
 Galaad Edizioni (del 16/09/2009 @ 09:43:32, in Articoli, linkato 295 volte)
Intervista di Simone Gambacorta

Luigi Mascheroni, classe 1967, scrive di cultura sul quotidiano «Il Giornale» ed è docente di “Teoria e tecnica del linguaggio giornalistico” all’Università Cattolica di Milano. Fra i suoi libri, “Gli anni del piombo. L’Italia fra cronaca e storia” (Mursia, 2009), scritto con Mario Cervi. In questa intervista, oltre che di Cervi, Montanelli e altri maestri, Mascheroni parla del giornalismo culturale e dice la sua sulla situazione delle terze pagine nei quotidiani di casa nostra.

Sul quotidiano «Il Giornale» lei scrive di cultura. Come addetto ai lavori, qual è la sua opinione sullo stato delle nostre terze pagine?
«Non molto positivo, pur lavorandoci. Oggi “fare cultura” nei giornali non solo è difficile ma è considerato una perdita di tempo e di denaro. Editori, direttori, molti degli stessi giornalisti si chiedono: ma chi le legge le pagine di cultura? E visto che non portano pubblicità né copie vendute: perché fare delle pagine di cultura? Le pagine culturali sono considerate alla stregua di cattedrali medievali in una metropoli degli anni Duemila: nessuno osa abbatterle per trasformale in più redditizi centri commerciali, ma di fatto nessuno ci entra, se non di passaggio per una visita veloce. Sono pagine che nessuno si azzarda a criticare o sopprimere per una sorta di sacro e malinteso rispetto nei confronti della parola “Cultura”, ma di fatto mal sopportate e lasciate a se stesse. Sono pagine che interessano davvero poco sia i lettori, sia gli stessi giornalisti, sia gli “intellettuali”, i quali infatti preferiscono firmare commenti in prima pagina mentre alla redazione cultura, semmai, rifilano le marchette. Una volta, ancora fino a qualche anno fa, il modo più semplice e naturale per far parlare di un libro era scriverne nelle pagine culturali dei giornali. Oggi è il modo migliore per ucciderlo. Gli uffici stampa lo sanno bene, e infatti cercano di fare passare i loro titoli in qualsiasi altra pagina, dalla cronaca agli spettacoli, dal costume agli esteri».

Quali sono a suo giudizio le pagine culturali più curate?
«Quelle che non si limitano a raccontare cosa succede nel mondo della letteratura, della filosofia, dell’università, della critica, dell’editoria, dell’arte, del dibattito storiografico – seppure riuscirne a darne conto in maniera onesta e il più possibile completa sarebbe già un risultato eccezionale – ma che tentano di offrire anche una “visione del mondo”, ovvero tracciano dei percorsi culturali, sono pagine “orientate”, hanno una linea precisa, senza paura di schierarsi: perché scandalizzarsi di fronte a chi dice che il lettore può e deve essere “guidato”? In questo la sezione culturale “Agorà” di «Avvenire» è un ottimo esempio, e a loro modo anche le pagine culturali di «Repubblica» o del «Secolo d’Italia», anche se in quest’ultimo caso spesso si finisce col fare i furbi, e affrontare alcuni temi con un certo “taglio” provocatorio e controcorrente solo per fare polemica e essere ripresi dagli altri giornali. Non mi piacciono invece le pagine che “vendono” quella cosa che io chiamo la “cultura light”, la cultura facile-facile, quella che non annoia, quella dis-impegnata, quella che rifiuta i temi forti della politica e della società, che taglia invece di sciogliere i nodi del dibattito filosofico, religioso, economico. Quella dei Moccia&Muccino; dei bestseller; dei Faletti e Dan Brown, dell’arte di massa, dei festival, delle antologie di poesie per gli innamorati… insomma le pagine culturali ridottesi a pura distrazione, semplice riempitivo, “zona morta”: la cultura come intrattenimento e tempo libero. Odio la discount-tizzazione della cultura».

La terza pagina, o meglio, la Terza Pagina, è nata in Italia, come è noto: guardando un po’ al passato, quali sono i nomi che considera esemplari quanto a giornalismo culturale?
«Ancora fino all’altroieri la pagina culturale era il punto nevralgico della stampa italiana, i giornali più prestigiosi si rubavano i bei nomi delle patrie lettere, la critica militante aveva nell’elzeviro il suo luogo d’elezione (da Cecchi a Pancrazi fino a Pampaloni) e nella carriera di un letterato scrivere sulla Terza era un punto d’onore. Bei tempi. Poi lentamente ma inesorabilmente tutto è cambiato. Il ruolo dell’intellettuale è passato in secondo piano e la Terza è scivolata – e non solo dal punto di vista della foliazione – in fondo al quotidiano. Tra gli “ultimi” grandi giornalisti culturali ancora in attività metto Armando Torno, già responsabile dell’inserto «Domenica» del «Sole24Ore», Paolo Mauri di «Repubblica» e Stenio Solinas del «Giornale».

Lei ha avuto dei modelli, dei maestri? O è stato autodidatta?
«Ho imparato moltissimo da Armando Torno, quando ho lavorato al «Sole24Ore», da Beppe Benvenuto, capocultura del «Foglio», e da Stenio Solinas qui al «Giornale»».

Qual è la sua idea di giornalista culturale? Voglio dire: che cosa fa, e perché, un giornalista che scrive di cultura?
«La mia idea di cultura? Da una parte una cultura che non solo sia capace di raccontare il mondo ma che voglia anche interpretarlo, dandone una visione e magari tentare addirittura di cambiarlo, con la forza delle idee e non dell’ideologia naturalmente; una cultura che tracci nuove linee, senza paura del nuovo, del diverso, di scombussolare le carte. Una cultura che sappia offrire chiavi di lettura, tentare risposte davanti ai grandi temi sociali, proporre interpretazioni di fronte ai fatti della Storia, azzardare giudizi rispetto ai “prodotti” della letteratura e dell’arte. Una cultura che abbia il coraggio, la capacità intellettuale e la forza morale di “fare delle battaglie”. Una volta si diceva “sporcarsi le mani”… Dall’altra parte, una cultura che non abbia timore delle scelte, dei giudizi chiari nel sì come nel no, delle “scoperte” come delle stroncature; che non si scandalizzi di fronte a chi vuole indirizzare, consigliare, guidare i lettori, gli spettatori, gli ascoltatori; che sappia lodare tra libri, film, spettacoli, opere d’arte, piani urbanistici, trasmissioni televisive, programmi politici, solo ciò che ha davvero un valore, un “senso”; una cultura che non viva chiusa dentro le tradizioni ma che, rispettandole, le reinventi; la cultura che sappia fare filtro, “decimare” senza esitazioni le migliaia di parole e immagini che si abbattono su di noi, perché la cultura è sì un patrimonio di conoscenze comuni ma è anche capacità di selezionare le informazioni fondamentali, scartando l’inutile e l’effimero. Tutto ciò, ovviamente, senza dimenticare che il giornalismo culturale è un servizio per il lettore, con tutto ciò che consegue: informazioni, cronache, interviste, segnalazioni»

Piccola digressione sui giornali locali, dove spesso alligna la convinzione che il giornalista debba essere onniscente, una sorta di “narratore” capace di occuparsi di tutto. Personalmente credo il contrario: a ciascuno il suo settore…
«Il giornalista, per sua natura, è e deve essere “generalista”, sa un po’ di tutto e tutto di niente, come si dice. Certo però che nel settore del giornalismo culturale è meglio, per l’autorevolezza e la completezza delle pagine, “usare” anche degli specialisti: secondo me, per fare delle buone pagine di cultura servono come collaboratori almeno un paio di buoni italianisti, un americanista, un francesista, tre o quattro storici, un antichista, almeno un vero critico letterario, un poeta, uno o due filosofi, uno storico dell’arte… Loro pensano alla parte “accademica” e di approfondimento, i giornalisti culturali alla parte “popolare” e divulgativa. Ovvio, è uno schema molto semplificato, bisogna lavorarci attorno a seconda delle disponibilità “professionali” ed economiche di cui dispone il giornale, però è una buona base da cui partire».

L’intervista e la recensione sono due strumenti principi del giornalismo culturale, e certo non mancano nella foliazione delle testate nostrane: ma si parla sempre più spesso di “pubblicità culturale”…
«Due strumenti ottimi, e utilissimi, che però bisogna maneggiare con cura. E centellinare. Soprattutto le interviste, spesso pilotate a proprio vantaggio dagli uffici stampa delle case editrici. Mai cedere ai ricatti dell’intervista, generalmente più veloce e meno impegnativa, a discapito della recensione. Già Giovanni Arpino diceva che “l’intervista è un articolo rubato”, e comunque, come ripete sempre Umberto Eco, peraltro autore intervistatissimo, dato che non c’è nessuno che ammetterebbe di aver scritto qualcosa di mediocre, ogni intervista si traduce quasi sempre in una pubblicità gratuita. Per quanto riguarda la recensione, invece, anche il critico più raffinato non dovrebbe dimenticare che la migliore, in fondo, è quella che racconta bene il libro di cui si sta parlando».

Stroncatura sì o stroncatura no?
«La vecchia regola vuole che si stronchi solo il libro del grande autore, senza accanirsi inutilmente sui “piccoli”. Insomma, la si deve riservare ai giganti: per i nani meglio il silenzio. Comunque, mai stroncare per il gusto della provocazione, usando la battuta ad effetto invece che il discorso critico, cadendo così nella stessa presunzione e superficialità del libro o dell’autore che si pretende di condannare. E per il resto, valga per tutti il consiglio di Indro Montanelli il quale, alla domanda di un collega se si dovesse scrivere o no di un certo libro, rispose: “Questo libro non vale niente. Se ne può anche parlare bene”».

Nel libro “Il clan dei milanesi” (Book Time, 2007), lei ha raccolto una serie di interviste a figli di grandi milanesi del passato: com’è nato quel libro, perché, come l’ha “costruito”?
«Nel 2006 le pagine milanesi del quotidiano per cui lavoro, «Il Giornale», volevano una serie di “pezzi” per l’estate, molto di lettura, staccati dalla cronaca spicciola. Io proposi di farsi raccontare la Milano di una volta dai figli dei grandi milanesi, dello spettacolo, della cultura, della politica, dell’industria, dello sport… La serie, partita per durare un paio di mesi, visto che piaceva fu prolungata fino all’inizio dell’anno successivo: un ritratto-intervista ogni settimana. Alla fine, ho deciso di riprendere in mano quelle interviste e farne un libro. Se l’idea è piaciuta ai lettori del «Giornale», ho pensato, può piacere a qualcun altro… I trenta “figli di Milano raccontati dai loro figli” sono attori, cantanti, comici, scrittori, editori, calciatori, ciclisti, industriali… tutti insieme, in un arco di tempo che va dal secondo dopoguerra alla fine del Novecento, dipingono una Milano dalle mille facce: quella delle periferie, quella dello spettacolo, della cultura, del boom economico, della Milano da bere… E raccontano anche i vizi e le virtù della città: cioè l’aspetto che questi personaggi più a amavano o meno sopportavano di Milano: come Gaber, che si scopre amava proprio l’aspetto metropolitano di Milano: il traffico, il caos, le mille luci della città, o Mondadori che aveva i suoi ristorantini preferiti, o Bramieri che, da vero elegantone, aveva i suoi sarti e suoi negozi d’abbigliamento di fiducia».

Più recente è invece il volume “Gli anni del piombo” (Mursia, 2009), scritto con Mario Cervi per raccontare “L’Italia fra cronaca e storia”. Chi ha avuto l’idea di questo libro?
«Ovviamente Mario Cervi. Era da poco uscito un libro sul giornalismo, scritto da un nostro collega, Michele Brambilla, intitolato “Sempre meglio che lavorare”. Una sera a cena, io e Cervi ne stavamo parlando, quando lui mi disse: “E’ un bel libro, pieno di storie. Ma anch’io ne avrei di storie da raccontare sul giornalismo”. “Ci credo” dissi io, pensando alla sua lunghissima carriera: aveva lavorato nei giornali più importanti, conosciuto tutto il giornalismo che conta, girato il mondo. Una miniera di notizie e giudizi. Poi lui disse: “Però, alla mia età, mettermi da solo a scrivere un libro, non so se ne ho voglia. Certo… ci fosse un giornalista giovane, che avesse voglia di intervistarmi…”. La mattina dopo ero nel suo ufficio con un taccuino nuovo. E iniziai a farmi raccontare».

Cos’è “Gli anni del piombo”?
«Un libro di storia, di memoria, di giornalismo. Un libro dove il lettore trova una storia sui generis del nostro Paese nel corso degli ultimi sessant’anni. Attraverso il racconto della vita professionale di Mario Cervi, uno degli ultimi “grandi vecchi” della stampa italiana insieme Giorgio Bocca, Eugenio Scalari, Gianpaolo Pansa e pochi altri, il libro è un modo per tentare di capire prima di tutto com’era il giornalismo di “una volta”, con i suoi vizi, i suoi eroismi, le grandi firme, qualche grande scrittore e molti tromboni. Racconta cioè come si “facevano” i giornali negli anni del piombo, ossia ancora in tutti gli anni Cinquanta e Sessanta, quando Cervi lavorava al «Corriere» della sera insieme a gente come Buzzati, Afeltra, Vergani… e nello stesso tempo il libro è un modo per tentare di capire cosa significò fare giornalismo negli anni di piombo, cioè gli anni Settanta del terrorismo, quando Cervi seguì Indro Montanelli nell’avventura della fondazione del «Giornale», nel 1974, per fare un’informazione controcorrente rispetto al cosiddetto pensiero dominate, conformista e di sinistra».

Un ritratto di Cervi in poche battute?
«E’ un maestro. Uno dei pochi grandi giornalisti italiani capace di “salire” con la forza del talento, le grandi capacità di scrittura e insieme una coerenza esemplare rispetto alle sue idee, tutti i gradini della carriera giornalistica: da giovane reporter entrato al «Corriere della sera» nel 1945, a cronista giudiziario, inviato, editorialista fino a sedere sulla poltrona di direttore del «Giornale»; senza mai invidie e gelosie rispetto al “principe” del giornalismo italiano, Indro Montanelli, con il quale Cervi divise lavoro, amicizia e stanza per lunghi anni; e senza mai svendere le sue idee e le sue convinzioni al potente di turno. Anzi, le sue battaglie giornalistiche, i suoi reportage in giro per il mondo, le sue prese di posizione politiche – anche in conflitto con il suo vecchio amico Indro quando questi passò al fronte anti-berlusconiano – dimostrano il suo coraggio e la sua integrità. E’ un maestro per questo: non solo per come scrive, ma per quello che ha scritto».

Dal punto di vista professionale, e anche da quello umano, che cosa ha “significato” per lei fare questo libro?
«Ho imparato moltissimo. Dal punto di vista professionale, oltre a darmi visibilità, mi ha insegnato – nonostante ormai anch’io faccia questo mestiere da un po’ di anni – a scrivere: Cervi mi correggeva frasi, aggettivi, verbi, tagliava, sfumava, sistemava la punteggiatura, aggiungeva la battuta, sceglieva il termine più tecnico, o più “parlato” a seconda del contesto… E dal punto di vista umano Cervi mi ha dimostrato come si possa arrivare a ottantotto anni, con il nome che porta, continuando a lavorare con semplicità e passione, senza spocchia né divismi».

Per chiudere, e anche per provare a tirare un po’ le somme: in una nota bio-bibliografica che la riguarda, vedo annunciato un suo libro, “Alfabeto culturale”, un volume sui “luoghi comuni culturali”. Qual è la responsabilità della carta stampata riguarda la diffusione di questi luoghi comuni?
«Enorme. Tanto che sto scrivendo un libro usando solo ritagli, titoli e frasi fatte. Basta sfogliare un giornale e si riempie un archivio».