Uno scrittore messo a nudo: Alcide Pierantozzi
 Galaad Edizioni (del 01/06/2011 @ 14:14:43, in Articoli, linkato 361 volte)
di Alceo Lucidi

Alcide Pierantozzi: di lui finora si è scritto abbastanza e a ragion veduta. Ad esempio si è detto che è un giovane scrittore promettente e fertile, dall’alto dei suoi più che maturi 26 anni, e noi siamo con quella critica, anche ufficiale, che ne ha visto delle potenzialità incoraggianti, se per queste si intendono, oltre ad un’inusuale audacia inventiva, ad una spericolata forza immaginativa, che lo rendono estremamente attraente tanto agli occhi dei suoi coetanei quanto dei sostenitori di una letteratura dai toni slavati ed intransigenti, senza effusioni, pure la versatilità di uno stile magmatico, in continua evoluzione, sfaccettato ed articolato così come complessi e diversificati sono i punti di vista introdotti e gli interrogativi (irrisolti) suscitati dal suo acume analitico. E’ una lingua spasmodica che flettendo su se stessa trova sempre maggiore linfa per accrescersi in volute, che, pur assumendo forme rigogliose, non sono in realtà mai ingombranti, in quanto dense di una loro pensosa necessità che precisa uno sguardo, penetrante, imprevedibile ed impietoso insieme, il quale, cadendo di taglio sul mondo circostante, si incontra con quello disperato ed allucinato dei suoi personaggi, strappanti dall’infanzia e trascinati in una realtà di cui subiscono gli umori, le variazioni e le diminuzioni, costretti in un presente che sfugge alla loro umana comprensione, tanto le cose li fagocitano e li invischiano. Troppo ricompresi nel loro contesto d’appartenenza per poterlo guardare con il dovuto distacco critico, diremmo, e troppo umani e fragili per potere essere osservati senza una nota di indulgenza. Parliamo, come nel caso del suo secondo romanzo uscito nel 2008, “L’uomo ed il suo amore”, dell’imbianchino Eugenio, che sperimenta le aporie dei sentimenti, nell’insondabilità del loro mistero, attraverso il rapporto con tre donne diverse: Nila, la fidanzata, ribelle ed anticonformista, Siddartha, la prostituta ai margini della società e l’altra grande esclusa, Maria, una ragazza di grandi virtù, dall’enorme coraggio ed affetta da handicap. Ma anche nel suo primo romanzo, scritto poco più che diciottenne, “Uno indiviso”, i protagonisti, due gemelli intesi come immagini speculari di un mondo visto in tutta la sua contraddittorietà, sono bruciati da troppa speranza, da un desiderio irrisolto di “resurrezione”, di riscatto sociale, anche qui in uno spazio bloccato che irretisce le loro aspettative. Ecco allora il prepotente scoppio di un cinismo che sfoga nella violenza cieca, senza più una motivazione immediatamente tangibile, il suo delirio autodistruttivo e la sua libido nichilistica.

Ma si tratta solo di un carattere della scrittura di Pierantozzi, quello più appariscente e proprio per questo, forse, meno affascinante, in quanto lasciato all’evidenza dell’immagine brutale, alla grossolanità del numero, all’irruenza del dato di realtà reso in una narrazione serrata e cinematografica nei suoi continui scorrimenti temporali, nella sua anodina obiettività. L’altro polo, invece, quello sottaciuto e tutto intessuto nel pensiero e nello stile di questo possente scrittore, è fatto di rimandi, allusioni, citazioni filosofiche e letterarie, stratificazioni linguistiche, intersezioni anche ardite di registri espressivi sapientemente mescolati, che rendono la sua un’opera aperta e non conclusa per definizione. Per muoversi tra livelli di discorso così diversi e, per ceri aspetti non consonanti, (dal racconto, alla digressione filosofica, dalla tirata ironica alla metascrittura, ovvero un processo di autoriflessione sul romanzo che genera altre storie incastrate tra le linee narrative portanti della trama) ci vuole padrona di mezzi, chiarezza di intenti e, soprattutto, una cultura umanistica vasta e flessibile assieme per essere adattata continuamente alle movenze dell’invenzione letteraria. Tenere la barra dritta e non disperdere troppo il filo del discorso è un merito indiscutibile ed un’alchimia ben riuscita della scrittura di questo abruzzese. Ed è qui che entriamo nel vivo di quell’universo (è il proprio il caso di dirlo) di contaminazioni ed incroci, innesti e mescolanze che è l’opera di Alcide Pierantozzi, in cui la musica, per così dire, sgorga anche da accordi disarmonici, senza intaccare minimamente il rigore della trattazione o la progressione di un poderoso ragionamento.

Qui sta anche il centro della bella conversazione che lo scrittore trapiantato a Milano, dove si è laureato in Filosofia teoretica alla Statale, ha tenuto a Colonnella (sua paese natale) con l’appassionato lettore Filippo Massacci, amabile conversatore ed ormai abile indagatore dell’anima più segreta degli autori. La conversazione ha avuto l’andamento di uno scambio leggero, informale, come quello di due amici che si rincontrano dopo tanto tempo e si risintonizzano sulle loro passioni con la stessa intensità del passato, eppure questo felice incontro non ha perso mai la misura ed il senso di un confronto, anche sostenuto ed ampio raggio, su vari temi: la narrativa di Alcide, il suo percorso di formazione letteraria, le memorie scolastiche, le tematiche sociali più strettamente connesse al modo di vedere le cose e al sentire del nostro autore. Si è parlato dei suoi capisaldi letterari per giustificare, o tentare comunque di far luce, sulla struttura dei suoi testi: dall’assenza di una linearità narrativa, alla dilatazione e alla frammentazioni dei tempi del racconto che aumentano lo smarrimento del lettore di fronte a costruzioni labirintiche eppure mai causali. Sono sfilati di fronte ai nostri occhi le immagini ed i pensieri suscitati dall’”Ulisse” di Joyce, dal “Petrolio” di Pasolini per arrivare al “Processo” di Kafka o ai “Demoni” di Dostoevskij. Tuttavia, nella sala del comune a costui dedicata aleggiava, probabilmente, anche lo spirito di un altro grande scrittore, anche lui abruzzese di nascita e dalla scrittura ardita e robustamente caustica, come quella di Alcide: Ennio Flaiano. Pensavo allora che l’Abruzzo è una terra solitaria ed aspra, meravigliosamente selvaggia e a tratti arcaica che tempra inesorabilmente il carattere degli uomini, anche quello dei suoi autori. L’indipendenza di un pensiero solitario ed anarchico, quel senso vivo di partecipazione generosa e virile insieme alla sofferta vicenda umana, lo spirito spiazzatamente critico adottato nei confronti del mondo, l’austero fatalismo mai redento sono forse i caratteri più comuni che ho trovato in molti di essi. Alcide non fa eccezione e mi chiedo allora se la sfida che lancia di volta al romanzo tradizionale non è forse già un primo richiamo alla carattere poliedrico ed indefinibile di una personalità scomoda ed irriverente come quella di Flaiano. Quel ribellismo, mai manierato, da cui la sua vocazione prende le mosse, lo porta poi a conversare con Filippo anche della scuola e dello svuotamento del suo ruolo di guida, dell’abdicazione alla sua funzione di formazione della personalità civile di giovani, che sono sempre meno portati ad identificarsi con un’istituzione di cui percepiscono tutta la lontananza dalle loro necessità, dai loro problemi, finanche dalle loro potenzialità di apprendimento. Non solo per una spesso cronica impreparazione degli insegnanti, sempre meno motivati a ricoprire una funzione socialmente svalutata e sempre più marginalizzata, ma per una volontà superiore, generale e complessiva, a più livelli, di comprimere le finalità dell’azione educativa.

A conclusione della mia riflessione mi piacerebbe non proprio dare un consiglio al giovane Pierantozzi, ma lanciarli una provocazione o, comunque, uno spunto di riflessione. Riprendendo il suo amato Pasolini non ho potuto non ricondurmi alle parole utilizzate da Carlo Bo nei confronti dell’intellettuale friulano a proposito dell’uscita del romanzo “Una vita violenta”, accusato di immoralità dalla puritana società degli anni ’50 e per il quale lo stesso Bo testimoniò nel corso del processo intentato a carico del libro e da cui Pasolini uscì innocente. Queste parole mi servono per testimoniare ad Alcide tutto il mio affetto e per sottolineargli di non sentirsi mai troppo legato al dato di natura, alla rappresentazione impassibile e crudele degli oggetti di realtà, ma di applicarsi sempre ad interpretarli, direi ad interrogarli, facendo scaturire da essi le condizioni ontologiche e spirituali che covano dietro di essi e che danno loro uno spessore ed una profondità affatto nuovi. Buona fortuna Alcide.

“Il giovane Pasolni è uno scrittore famoso, non c’è bisogno di presentarlo (…). E’ appena al suo secondo romanzo ed ecco che “Una vita violenta” rappresenta già un fatto, un piccolo avvenimento letterario. (…). Ci sono ragioni artistiche che vanno risolte senza polemica, senza irritazione di scandalo, beninteso quando sia palese la volontà di fare luce sulle cose e non già quella vergognosa di sfruttare la miseria della vita per invitare al vizio e alla degradazione morale. Il nuovo romanzo segna un piccolo punto di arrivo: l’ambiente è ancora lo stesso, gli uomini di Pasolini stanno sempre per affogare nello stesso lago di “fanga”, ma c’è un filo di speranza, c’è una luce che tocca il cuore di questi incredibili disgraziati. Diciamo che non tutto ci persuade di questa indiretta e minuscola conversione all’umano, ma valga l’intenzione dello scrittore di restituire a questa sottoumanità il segno del riscatto: non c’è riscatto, c’è però la sensazione che un giorno verrà per i diseredati una specie di piccola resurrezione (…). Perché questa è la condizione umana dei personaggi pasoliniani, di cui siamo i primi e diretti responsabili, quando il lettore è attanagliato dal disgusto e sente crescere dentro l’insofferenza per lo spettacolo di assoluta misera che gli viene offerto, quando è soffocato dallo schifo non deve limitarsi a condannare, a rifiutare: è opportuno che prima di tutto faccia un piccolo esame di coscienza. (…) In Pasolini l’eccesso, la minuzia, la passione scientifica per la realtà, non aggiungono nulla alla storia che racconta: un bubbone per quanto descritto, per quanto analizzato, non annulla il male, non ci porta avanti alla conoscenza della verità. Perché questo dovrebbe essere lo scopo di ogni scrittore e quindi anche di Pasolini: interpretare, capire, far capire e non soltanto presentare le cose allo stato minimo delle cognizioni umane”.

Da “La Fanga di Pasolini” del 9 luglio 1959, tratto da “Diario Ininterrotto (1932-1991)”, in “Letteratura come vita”, antologia di scritti di Carlo Bo, a cura da Sergio Pautasso, Milano, Rizzoli,1994 (libro attualmente fuori catalogo).