Giorgio Montefoschi, “Eva”
 Galaad Edizioni (del 09/06/2011 @ 16:32:35, in Libri, linkato 616 volte)


di Simone Gambacorta

Due si incontrano, si piacciono, nasce un amore. Questo eterno meccanismo è alla base di “Eva” di Giorgio Montefoschi. Al centro del romanzo c’è una donna sulla quarantina – Eva, appunto – che vive a Roma col marito Fabrizio. Quando conosce il giornalista Giovanni Raimo, fra i due scatta un’attrazione che sfocia in una liaison clandestina. Diventano amanti, sono affiatati, vanno d’accordo al letto e fuori, si cercano, si aspettano. L’unico ostacolo è la fede al dito di lei, sempre più ingombrante e difficile da sopportare. Fabrizio sospetta qualcosa, ma è un sospetto debole, come spesso lo sono le intuizioni di chi ha visto giusto. Così una sera, a bruciapelo, le chiede se ha un altro. Presa in contropiede, Eva nega, ma resta turbata. Quando arriva il giorno in cui confessa tutto, i due si lasciano. Eva però ha una vita interiore densa, non è una che prende le cose a cuor leggero e non vive la separazione come una vittoria. Anzi, non appena tornata “single”, chiede a Giovanni tempo per leccarsi le ferite e mettere ordine dentro sé. Giovanni accetta. È un uomo maturo, tranquillo, e tra una chiacchierata con l’amico Giorgio Scarpa (che poi morirà, lasciandogli più che un ricordo) e le giornate in redazione, riesce a tenere duro fin quando con una telefonata Eva gli dice di essere finalmente pronta. Giovanni è anche l’io narrante del romanzo, è lui che racconta questa storia a qualche tempo di distanza dai fatti, e ne è, insieme con Eva, il protagonista. Ma il co-protagonismo di Giovanni funziona di riflesso, perché tutto quel che è possibile sapere e capire (desumere) di lui è connesso con la centralità della forza motrice Eva: e l’intero racconto, l’intero suo “dire” si coagula attorno a lei. Avviene a livello narratologico quel che avviene a livello narrativo: così come l’uomo-Giovanni si nutre, si alimenta della donna-Eva, il personaggio-Giovanni esiste di rimbalzo, in subordine, al personaggio-Eva. Montefoschi dipinge molto bene l’instabilità e l’incertezza sentimentale. Crea climi e situazioni ombreggiati da inquietudine e da un sentore di friabilità, ed è molto abile a far muovere i personaggi – disegnati attraverso i loro stessi atti – lungo una linea imperniata tra il detto e il non detto, dove giocano un ruolo fondamentale i dialoghi ben congegnati e una scrittura accordata su di una luce soffusa e capace di spandersi oltre se stessa (Lorenzo Mondo ha parlato di una «poetica del ritegno»). Questo si nota sin dalle prime pagine, ma è più evidente quando Giovanni racconta della convivenza con Eva. Lui prova a convincersi che tutto va bene, ma è guardingo e osserva Eva come fosse una convalescente a rischio di ricaduta, mentre Eva, al di là di quel che dice, è frenata da una perplessità chiusa e malinconica. Come la polvere, che si nasconde anche nella casa più pulita perché fa nido là dove non si può arrivare, così i sensi di colpa e le incertezze sembrano pedinare la donna con passi sottili come tagli. Intanto Fabrizio non si arrende, si fa vivo per telefono, poi riesce a incontrare Eva, le parla, gioca la sua partita a scacchi. La gioca fino in fondo, a lungo, fin quando dalla scacchiera passa al panno verde delle poste alte e tira giù la carta più imprevista, quella con cui confessa alla ex moglie di essere malato. Già tormentata e in colpa per non averlo reso padre («Non gli ho dato mai nulla, nemmeno un figlio»), Eva non regge all’urto di una verità tanto insapettata e torna con lui. A questo punto Giovanni rivela un altro aspetto del suo carattere. Disarcionato, entra in una nuova fase: perde un po’ dello smalto rassicurante dell’uomo pacato, fatica a mantenere la sua abituale compostezza e insegue Eva. Non si rassegna, non vuol credere che lei possa rinunciare alla felicità per sacrificarsi per Fabrizio. Ma fra i diversi egoismi di questi due uomini, ciascuno dei quali vuole possedere l’oggetto del desiderio, Eva si trova contesa tra forze opposte, tra due insistenze che l’accerchiano come lupi e che pian piano, come si vedrà, la “sbranano” psicologicamente e fisicamente. Il suo giudizio su di loro, quando si sfoga con Giovanni, è lapidario: «Voi siete uguali: due uomini che non sanno amare. E sai perché non sapete amare? Perché avete paura di amare. Perché siete due egoisti». Alla fine di questa girandola di amori e disamori coniuguali ed extra coniugali, Eva deve scegliere la via più difficile. Giovanni, arreso, cerca ristoro in un amico, un uomo di fede che gli dà la possibilità di instaurare un nuovo rapporto con se stesso. “Eva” è un romanzo pieno di silenzio, sullo sfondo di una Roma vestita di estate e di peccato, e dove tutti sono soli, anche quando sono vicini agli altri.

(Giorgio Montefoschi, “Eva” Rizzoli, pp. 274, Euro 18,50)