“Ciò che non accade” di Benito Sablone
 Galaad Edizioni (del 27/07/2011 @ 17:12:30, in Libri, linkato 231 volte)


di Marco Pavoni

Tra cantabilità del testo e tensione espressiva, Benito Sablone ci introduce nel suo mondo poetico di cui il libro “Ciò che non accade” rappresenta la sintesi non ultima, ma senza dubbio più matura. Con virtuosismi non manieristici, il poeta sfoggia davanti ai nostri occhi una sensibilità davvero unica, capace di auscultare se stessa in tutte le sue stratificazioni per meglio indagarsi, con accenti che si richiamano alla migliore tradizione lirica italiana moderna e contemporanea. Ciò è favorito dall’assimilazione di letture che permettono all’autore di proiettare le proprie creazioni liriche nell’ambito di una tessitura simbolica che accetta senza mezzi termini il corpo a corpo con la realtà fenomenica e il contatto con spazi in cui l’essere umano tende ad annullarsi e a diventare un vero e proprio strumento dell’infinito. È quanto si può ricavare dalla lettura della poesia “Entrato nel paese” in cui si nota che la corporeità e la materialità del reale sono temperati da un persistente anelito verso l’infinito. Il tempo qui sembra quasi smaterializzarsi per divenire funzionale alla volontà del protagonista della lirica di rivestirsi “d’altre cose e di puro pensiero”. È proprio il tempo il problema principale che emerge dalle poesie di Sablone. In particolare, la lotta perduta in anticipo contro il tempo che riesce a scalfire sentimenti, ricordi e perfino il presente stesso non è vana, ma è resa più stimolante e coinvolgente da una speranza che fra nascondimenti, disvelamenti, affermazioni e negazioni, non cessa di recitare il suo ruolo di trampolino di lancio verso la speculazione sulla storia dell’uomo e sul suo futuro. La riflessione sul contrasto tra divenuto e divenire è altresì corroborata da folgoranti intuizioni sul destino dell’uomo e dell’universo, come si evince dalla lirica “Tutto è come sempre”. La scoperta originale di Sablone è che il tempo ha in sé una componente di ripetizione, come è possibile riscontrare nella lirica “Sempre una diversa preda”. Tale ripetizione sfocia in un panismo puro in cui lo spettro della caducità, pur essendo eterno, viene esorcizzato dalla fiducia in ciò che può accadere sotto ogni cielo e a qualunque latitudine. Talvolta misteriose presenze sembrano arricchire il carnet esperienziale di Sablone. L’io lirico mentre da una parte trova con la sua singolarità il proprio ubi consistam nel mito, nell’ascesi mistica, nella storia, nel sogno sospeso tra la limpida trasparenza del reale e l’estatica visione del possibile, dall’altra non è mai solo nella ricerca del senso della vita. Questo è possibile dedurre dalla poesia “Una doppia ombra”. Nelle sue liriche, Sablone è quindi fortemente interessato al dialogo con se stesso e anche al rapporto con l’altro che viene talvolta interrotto quando si tratta di approfondire concetti che possono trascendere la communis opinio e incanalarsi nel flusso di una sapienza mai scontata, ma frutto di un lungo e paziente labor limae empirico non avulso dal contatto con il raziocinio (si veda a tal proposito la lirica “Il gran mandriano”). È infine importante riflettere sul fatto che il raziocinio illumina di sé anche l’esortazione conclusiva dove la fiducia nella visione oltreumana non diventa certezza assoluta motivata da una passiva acquisizione di dati riguardanti esperienze pre-morte compiute da altri esseri umani, ma meditata e ponderata compenetrazione in quel mistero finale che è l’essenza più pura della vita e della poesia.