Pomilio, lo scrittore dei problemi
 Galaad Edizioni (del 04/09/2011 @ 15:29:58, in Interviste, linkato 513 volte)

Questa intervista è stata rilasciata per iscritto il 14 giugno 2010 da Simone Gambacorta a Simone D'Alessandro come "base" per la puntata pilota del programma "Insoliti noti". L'obiettivo del format, nato da una brillante intuizione dello stesso D'Alessandro (fotografia di Loris Bennato, regia di Dino Vitullo), è quello di parlare degli "Abruzzesi da ricordare, forti...ma non sempre gentili". Per la puntata pilota, si pensò allo scrittore Mario Pomilio. Su Pomilio, Gambacorta aveva pubblicato nel 2009 il libro "Lo scrittore problematico" (Galaad Edizioni), cui nella puntata pilota di "Insoliti noti" si è fatto più volte ricorso quanto a citazioni; nella stessa puntata, le risposte della conversazione che adesso qui si ripropone sono state utilizzate come testi.

(D'Alessandro) Chi è Mario Pomilio?
(Gambacorta): «Potremmo definire Mario Pomilio come lo scrittore dei problemi. I suoi romanzi e i suoi racconti, e dunque i suoi personaggi, sono i “mezzi” attraverso i quali Pomilio pose a se stesso e agli altri domande su alcuni punti cruciali dell’esistenza: la morte, il dolore, la colpa, il rapporto con Dio, il senso del destino, il rapporto tra l’assoluto e la storia. Pomilio scriveva come una ruspa: scavava nelle psicologie e nelle anime dei suoi personaggi, li ritraeva in un momento di crisi, ne esplorava le profondità».

(D'Alessandro) In che modo è insolito?
(Gambacorta): «Direi in tutto. A cominciare da quando esordì nel 1954 con “L’uccello nella cupola”. All’epoca in Italia c’era ancora lo sciame neorealista, ma lui si orientò verso una narrativa di scavo e di forte immersione nell’interiorità dei personaggi, e di immersione psicologica nei personaggi. Fu un esordio in controtendenza, un esordio insolito. Insolito fu anche nel suo modo di essere cattolico, perché non lo fu mai con tono da sacrestia, ma visse la fede con spirito interrogante e a tratti ereticale. Come dicevo prima, Pomilio fu uno scrittore di problemi, di domande, di rovelli esistenziali, di nuclei tematici – insomma – assai poco compatibili con le certezze coriacee di tipo dommatico. Però vorrei dire anche che in Pomilio non c’è solo questo aspetto per così dire “religioso”, ce ne è anche uno più “civile”, più “laico”, come dimostrano “La compromissione”, “Il testimone”, “Il cane sull’Etna”, “Il nuovo corso”.

(D'Alessandro) Quando inizia la sua carriera di romanziere?
(Gambacorta): «Come dicevo prima, la avviò nel 1954. Ma prima di farlo, aveva portato avanti un percorso di critica letteraria che lo aveva condotto a fare ricerca in Francia e in Belgio. La sua origine di saggista si ritrova occasionalmente nella sua letteratura, che talvolta ha assunto le forme del romanzo-saggio, come nel caso de Il Natale del 1833».

(D'Alessandro) Quali sono le sue parole chiave?
(Gambacorta): «Direi tutte quelle che hanno a che fare con la sfera della domanda: interrogazione, problematicità, incertezza, ricerca, inquietudine, complessità. Ma anche crisi, perché – come dicevo – i suoi personaggi sono sempre riconducibili a uno stato di crisi, a una fase di criticità, nel senso che sono “raccontati” mentre si confrontano con un aspetto fondamentale della loro esistenza, anche in chiave drammatica».

(D'Alessandro) Costui cosa vuole dire al mondo?
(Gambacorta): «La letteratura di Pomilio voleva dire al mondo che la letteratura poteva esistere nella misura in cui fosse aderente ai problemi interiori dell’uomo, che infatti è il vero centro dell’opera pomiliana. E che la scrittura, per essere “vera”, dovesse nascere dal congiungimento dell’etica con l’estetica. Non a caso, Pomilio diceva che il romanzo è il frutto di una tensione tra la morale e la vita».

(D'Alessandro) E ci riesce?
(Gambacorta): «Ci riesce senza dubbio. Basti notare questo: se uno pensa a un personaggio di Pomilio, non può che riconoscervi la figura di un uomo contemporaneo che si confronta con le pareti scivolose della vita. E in tutte le sue opere, si sente quel fondamento morale ed etico che porta i protagonisti delle pagine a vivere un rapporto strettissimo con la coscienza, un rapporto di abrasione e di ustione, di intelligenza scrutinante e di “fede interrogante”. L’espressione “fede interrogante e mai appagata” non è però di mio conio, ma si deve a un felice saggio di Angiola Scarperi».

(D'Alessandro) Dove risiede la sua forza?
(Gambacorta): «Oltre che nelle idee, oltre che nelle prospettive, risiede nello stile: che è uno stile alto, letterario, assai raffinato, ma che pare tornito apposta per descrivere la vischiosità e la profondità delle dinamiche che vivono nelle storie di Pomilio».

(D'Alessandro) E la sua gentilezza…scarsa oppure no?
(Gambacorta): «Pomilio è uno scrittore difficile, non concede nulla. Vuole una lettura attentissima, direi persino che vuole uno studio. In questo non è molto gentile. Ma è molto generoso. Appunto perché ci dà romanzi e racconti che sono pezzi di vita pensata e discussa».

(D'Alessandro) Come è riuscito a far parlare di sé, con quali opere?
(Gambacorta): «Con tutte. Anche con i premi che vinse. Ma su tutte, “Il quinto evangelio” è quello che gli diede maggiore visibilità, anche se ne aveva già molta».

(D'Alessandro) Perché mai ricordarlo?
(Gambacorta): Perché rappresenta quella figura di scrittore che oggi manca, almeno in linea generale, e che è stata sostituita dalla figura del semplice “raccontatore” di storie. Per chi se ne fa autore, una letteratura come quella di Pomilio toglie la pace, è un pungolo. Scrivere per lui significava svolgere un’operazione sull’uomo, per l’uomo e nell’uomo, e questo orientamento trovò poi una certificazione condivisa nel gruppo che diede vita alla rivista «Le ragioni narrative», del quale facevano parte anche Michele Prisco e Domenico Rea».