La casa editrice Sigismundus, di Davide Nota, inaugura la collana “Madeleine” ristampando “1977”, il romanzo di Gianni D’Elia (pp. 83, euro 11, con una nota di Roberto Roversi) che apparve nel 1986 per Il lavoro editoriale. Tra i libri di poesia di D’Elia, che fra l’altro nel 1993 ha vinto il Premio Carducci, “Segreta” (Einaudi, 1989), “Notte privata” (Einaudi, 1993), “Congedo della vecchia Olivetti” (Einaudi, 1996), “Bassa stagione” (Einaudi, 2003), “Coro dei fiori” (con immagini di Fabrizio Sclocchini, Banca di Teramo, 2007), “Trovatori” (Einaudi, 2007), “Quadri della riviera” (con immagini di Fabrizio Sclocchini, Banca di Teramo, 2009) e “Trentennio” (Einaudi, 2010). Come saggista ha firmato “L'Eresia di Pasolini” (Effigie, 2005) e “Il petrolio delle Stragi” (Effigie, 2006), mentre in “Riscritti corsari” (a cura di Davide Nota, Effigie, 2009) ha raccolta una serie di interventi giornalistici. Tra le sue traduzioni, “I nutrimenti terrestri” di Gide (Einaudi, 1994) e “Lo Spleen di Parigi” di Baudelaire (Einaudi, 1997).
Prima di tutto, un tuo punto di vista sull’Italia e sulla cultura in Italia. «Il problema è che in Italia abbiamo bisogno di una classe politica nuova che si renda conto che la ripresa dell’economia non può essere disgiunta da quella che potremmo chiamare la ripresa della verità storica. Una verità acquisita magari anche attraverso i rendiconti giudiziari, ma che finalmente sia portata e offerta a tutto il paese. Serve un esame che ricolleghi alcuni fenomeni recenti – a cominciare dai tre delitti fondativi: il delitto economico con Enrico Mattei, il delitto politico con Aldo Moro e il delitto culturale con Pasolini – e dica che cosa è successo negli ultimi trent’anni a questo paese e perché, per esempio, le logge segrete hanno dominato la vita democratica palese e la nazione, cioè perché la fazione ha preso il posto della nazione. Questo non è avvenuto per un miracolo, ma per delle strategie politiche precise. Quindi il problema di fondo della cultura, oggi, è di rendersi conto che nel lavoro della lotta poetica, della lotta narrativa, c’è una responsabilità molto forte a livello di rendiconto storico. Non è più solo un rendiconto esistenziale, privato. Siccome poi l’esistenza l’abbiamo vissuta nella storia, ecco che arriva il mio “1977”».
Perché questo titolo, “1977”? Perché proprio quell’anno? «Perché è stato un anno maledetto e benedetto. L’anno della suprema illusione e della suprema delusione e sconfitta. L’anno fatale in cui l’aura oscura arriva un po’ al punto: c’è questo innesco tra l’aura oscura che girava e la sua rivelazione. Per esempio, è l’anno dell’ultimo movimento d’opposizione giovanile in Italia prima della sconfitta definitiva e della sciagurata tattica del terrorismo. Il romanzo l’ho scritto in diretta, in contemporanea con gli eventi. Tra il settembre e il dicembre del ’77 ho tenuto una specie di diario in forma espistolare».
Un diario in forma epistolare? «Lo schema è quello del romanzo epistolare. Mi sono inventato un interlocutore – che non avevo – per poter raccontare i fatti miei e le cose che vedevo. C’è questo Michel, un personaggio di fantasia, una creazione narrativa di uno che se n’è andato in Francia – non si sa se fuoriuscito per terrorismo o per altri reati – e che se ne sta lì, e poi c’è l’Oblomv che gli scrive le lettere, e che si rivela nell’ultima parola del romanzo. Questo Oblomov, che è una citazione a Goncarov, è il controtipo umano della mia biografia, e innesca questa specie di autobiografia straniata in forma di racconto che io teorizzo con il concetto di transbiografia».
Di che si tratta? «Nella transbiografia i contenuti reali si mischiano a contenuti immaginari, cioè dell’immaginario che è dentro di noi».
Un’autofiction? «Per me la transbiografia è il massimo della simulazione della dissimulazione, perché nel momento stesso in cui simuli, sveli la dissimulazione. Per cui è un processo di verità, e questo processo si produce appunto appunto attraverso la simulazione e la dissimulazione».
Prima hai detto che l’Oblomov di “1977” è il tuo controtipo umano: cioè? «In “1977” c’è uno studente contestatore che esce dalla crisi del movimento e diventa poeta: è un po’ il racconto di una metamorfosi, di come nasce l’uno e muore l’altro. Il militante muore e fa nascere il poeta, perché nessun processo si dà se non da una morte. In fondo “1977” è la fotografia della mia vocazione. Solo che io invece di raccontarla come Gianni D’Elia, l’ho raccontata in questa forma della transbiografia. Il romanzo assume tutta la letteratura per negare tutta la letteratura, assume tutta la vita per negare tutta la vita. È contro la letteratura eppure sembra un discorso tutto letterario. È contro la vita eppure sembra un discorso tutto vitalistico. Sta dentro la contraddizione: perché poi il problema di fondo di quegli anni era proprio la contraddizione».
In che senso? «Per dirlo meglio con Pessoa, è un rapporto tra l’ortonimo e gli eteronimi. L’ortonimo è il sé scrivente, cioè Fernando Pessoa. Dall’ortonimo vengono fuori gli eteronimi, cioè i vari scrittori che lui si inventa, le funzioni, come Bernardo Soares e Ricardo Reis. In “1977” io ne tengo lì una, quella di Oblomov: ho scelto questo nome perché inserire nell’età dell’azione il personaggio dell’ozio, cioè richiamare il personaggio di Goncarov, era il massimo del contrasto, della contraddizione».
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