È sorprendente come in un libro su Pasolini, in un libro che dichiara di voler raccontare Pasolini ai ragazzi, di Pasolini, di Pasolini in sé, si parli a spizzichi e bocconi. Qualche accenno, qualche riferimento quasi casuale: per il resto un continuo rinviare l’incontro, un continuo assecondare il vezzo elusivo di una scrittura che cresce su se stessa e corre verso nessun dove. Bisogna attendere duecentocinquanta pagine per leggere qualcosa che non sia un semplice sfiorare Pasolini. E duecentocinquanta pagine, in un libro di trecentootto (“Ringraziamenti e nota” compresi), sono un po’ troppe. Dannatamente troppe, o dannatamente poche: dipende, al solito, dal punto di vista. Non è invece questione di punti di vista la sensazione che il lettore ha d’aver frainteso, d’aver sbagliato l’ora e il luogo di un appuntamento al quale Godot “continua” a non arrivare. Ma siccome Godot è sempre Godot, il lettore non se la sente di tornare a casa e prosegue la lettura. Nel frattempo pensa al “fascino discreto della borghesia”, un serpentello che sghignazza per i dispetti che può infliggere anche a uno scrittore che il fatto suo lo sa e non per modo di dire, visto che a Fulvio Abbate dobbiamo almeno due romanzi belli e convincenti, cioè “Zero maggio a Palermo” e “Quando è la rivoluzione”. Ma questo Pasolini che non arriva mai, questo libro che a Pasolini non arriva mai, ricorda tanto la cena impossibile del film di Buñuel. A pagina novantanove, a dire il vero, spuntano fuori Furio Colombo e l’intervista che il poeta gli rilasciò poche ore prima di essere ucciso. Per ironia della sorte, quell’intervista, che è stata ripubblicata in un volumetto da Avagliano, è la dimostrazione che un pezzo giornalistico può essere un documento di eccezionale interesse nonostante la sua brevità. Né va dimenticato che di interviste illuminanti, sul nostro, ce ne sono diverse: da quella di Massimo Fini approdata negli “Scritti corsari” fino a quella che Enzo Golino ha appena riproposto in “Dentro la letteratura”. E peraltro la brevità del faccia a faccia tra Pasolini e Colombo fa il paio con quella del testo di Gian Carlo Ferretti, che nel librino avaglianeo introduce la conversazione e che conferma come poche pagine possano valere più di centinaia di cartelle. Ad ogni modo, dopo questo sprazzo, in “Pier Paolo Pasolini raccontato ai ragazzi” si parla, nell’ordine, di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, di Ficarra e Picone, di Mario Schifano, dell’eskimo, di Laura Betti («vedova Pasolini»), di Pelosi, Bertolucci, Bellezza e Naldini. Intanto il corsaro arriva sempre di sbieco, due parole ogni cento anni. Sembra di essere alla ricerca di un nuovo “fantasma dell’opera”, un ectoplasma autoriale che non c’è così come non c’è un discorso che ne illustri scritti e pensiero. Per carità, a pagina duecentoquarantotto un periodo più diretto fa capolino: «Pasolini non si è mai mostrato incline verso la modernità, al contrario ha sostenuto una propria fede verso il mondo arcaico, o se non proprio tale, verso quel mondo nel quale Totò e Ninetto, vestiti di un umile saio francescano, scacciano i mercanti dal tempio di “Uccellacci e uccellini”». Un altro concetto forte è a pagina duecentocinquantaquattro: «Forse occorrerebbe parlare soprattutto del coraggio di Pier Paolo Pasolini». Quel Pasolini che, lo si legge quattro pagine dopo a proposito della sua morte, «era entrato in possesso di qualcosa in più dei semplici misfatti. Aveva, insomma, dati, elementi, prove. Sì, prove. Prove esatte, prove incontrovertibili. Prove così acuminate da mandare in carcere alcuni intoccabili. Forse, l’uomo possedeva davvero la miccia che illumina la verità sui misteri e i misfatti del potere». Forse il contenuto di questo libro non è esattamente fedele al titolo.
(Fulvio Abbate, “Pier Paolo Pasolini raccontato ai ragazzi”, Dalai Editore, pp. 308, Euro 17)
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