Nel suo “Le parole e le figure”, Andrea Sangiovanni ricorda che i mezzi di comunicazione di massa sono «strumenti tecnologici» e al tempo stesso «oggetti culturali», perché assorbono e riflettono processi di innovazione tecnica e processi storici e sociali. La premessa è utile per presentare “Invito alla televisione” di Aldo Grasso, un libro intervista che vuole «sottrarre il piccolo schermo alla banalità in cui spesso viene confinato» per leggerlo, invece, come «mezzo di comunicazione complesso e dotato di molti possibili livelli interpretativi». Il volume è curato da Cecilia Penati (sue le domande) e si legge con facilità e interesse, vuoi per i dieci capitoli in cui è suddiviso (ciascuno ha un tema specifico), vuoi perché, grazie al passo divulgativo, funziona un po’ come un corso accelerato su quella centrifuga e centripeta struttura del quotidiano che è la tv. Ma se è vero che per essere divulgativi a valle bisogna essere rigorosi a monte, va detto che Grasso ha dalla sua sia le competenze del professore (è odinario di Storia della televisione alla Cattolica) sia la chiarezza di chi scrive per la carta stampata (è il critico televisivo del «Corriere della Sera»). Di cose nel libro se ne dicono molte. La tv, per esempio, ha tre dimensioni: quella istituzionale (l’apparato che materialmente produce e mette in onda i programmi), quella della rappresentazione (il linguaggio della tv) e quella relazionale (il rapporto col pubblico e il rapporto che il video crea simultaneamente fra gli spettatori). C’è poi un luogo comune da sfatare: la tv non è così forte da riuscire a far cambiare opinione alle persone, perché al massimo conferma le idee che già ci sono (in chi le ha); è pure vero però che i «programmi che non parlano direttamente di politica» orientano la «formazione dei convincimenti e dei giudizi». Per capirci. Se Tizio segue sempre il canale “a”, dove si parla continuamente di violenza urbana, dai oggi e dai domani sarà sensibilizzato al messagio del partito che dichiara guerra al problema. Altro capitolo interessante è quello sulla convergenza mediale, cioè la combinazione di media un tempo distinti e che ora convivono in un unico ibrido, come nel caso degli smartphone. Non si sorvola nemmeno su opinionisti (bacchettati non poco), digitale terrestre, servizio pubblico e Grande Fratello, la cui novità linguistica è consistita nell’aver costruito «una situazione mediale inedita» attraverso un «laboratorio di situazioni comportamentali». Quanto al talk show, è stato importato dagli Stati Uniti a metà degli Anni Settanta, quando l’arrivo dei network privati innesca il passaggio dalla «paleotelevisione» del monopolio Rai alla «neotelevisione». E la fiction italiana? Boccheggia. L’eccezione che conferma la regola è la serie “Romanzo criminale”, che ha ben raccontato «una fase della storia nazionale comprimendola in una forte matrice di genere». A dettare il passo sono, tanto per cambiare, i telefilm made in Usa, come “I segreti di Twin Peaks”, “I Soprano”, “Dr. House” e “Lost”. Scritti e sceneggiati benissimo, e nutriti di grande letteratura, sono «perfette macchine narrative» ed esempi di una serialità capace di scavare nella «psicologia dei personaggi» e di «restituire la complessità del reale» meglio dei romanzi. Una tesi già esposta da Grasso nell’antipopperiano “Buona maestra” (molto citato in questo “Invito”), dove si ricorda, fra l’altro, che la serialità deriva dal radiodramma a puntate e dalla striscia quotidiania di fumetti, a loro volta figli del feuilletton sette-ottocentesco. Nulla di più normale, quindi, che l’immaginario sia oggi segnato da queste storie e, per gli adolescenti, dal teen drama, il «telefilm di formazione» (vedi “Dawson’s Creek”). Questo anche grazie al triplice specifico linguistico delle fiction: il potere ordinativo della forma (i telefilm cercano di «mettere un po’ d’ordine nel disordine spesso caotico del flusso televisivo»); il reticolo valoriale (il «sistema di valori» che il telefilm propone); il fattore emotivo (gli aspetti passionali e sentimentali raccontati da una serie o una saga, per riprendere la macro distinzione cara a Eco). Un brano stuzzicante è poi questo: «Ogni finzione narrativa vive di un’ambivalenza di fondo: mentre fabbrica un mondo concluso e ammobiliato, con i suoi personaggi, i suoi eventi e i suoi oggetti, ne racconta in realtà solo una parte, che lo spettatore è chiamato ad arricchire e completare, aggiungendo i tasselli mancanti con un processo di proiezione fantastica». Come dire: a raccontare davvero è il fruitore, quel lettore/spettatore che scolpisce da sé la materia “plastica” di una storia.
(Aldo Grasso, “Invito alla televisione”, a cura di Cecilia Penati, La Scuola, pp. 126, Euro 9)
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