NIENTE DA CAPIRE – Mirella Marini
| La domenica era giorno di visita. I ragazzi si preparavano con ore di anticipo, senza nessuna garanzia che sarebbe toccato a loro. Facevano comunque il bagno e si vestivano bene. Si comportavano meglio, anche i più ribelli, perchè il Padre superiore poteva proibire gli incontri. Quando arrivava il momento, uno di noi andava a chiamarli e a turno li scortavamo in chiesa. All’epoca eravamo solo dei seminaristi, ragazzi noi stessi, di poco più grandi di loro. Li accompagnavamo, dunque, e aspettavamo in disparte per tutta la durata del colloquio ma mai troppo lontani. Per controllare e poi riferire al Padre superiore. Lo sapevano e stavano molto attenti a dire le cose giuste. Rispondevano solo alle domande, non chiedevano mai niente. Ne ho visti così tanti che non li ricordo neanche… Del resto non è che siano ricordi di cui si possa andar fieri. Quella donna però, che Dio mi perdoni, non me la sono mai tolta dalla testa. Lei, e il ragazzo che l’aspettava. Li vedo. Se chiudo gli occhi, giuro, vedo questo ragazzo seduto sulla panca, immobile nell’attesa. Catturo alle spalle la sua sagoma sottile. La curva del cranio, i riflessi di luce morbida delle candele sui capelli biondo cenere. Il dito nervoso che cerca di allentare il colletto della camicia. Lei veniva con suo marito. Arrivava nel primo pomeriggio e non si attardava mai oltre le quattro. Elegante, sempre, e molto truccata. Le labbra, rosse. Cesellate. Bellissime. Con me scambiava un cenno appena. Sapeva di poterselo permettere: pagava regolarmente la retta del ragazzo e comprava con essa la propria assoluzione. Veniva ad adempiere a un dovere. Che almeno ci fosse un testimone. Eccomi, dunque. A questo servivo: assistevo ad un battesimo. A celebrarlo, ignaro, un ragazzino. Lo vedo, dunque. Capelli biondo cenere, dita sottili. Un viso magro. Su quel viso, le stesse labbra. Cesellate. Bellissime. Il suo nome: Pietro. Il ragazzo diventa sasso, quando lei si avvicina, gli porge la mano e lo attira a sé per un bacio. Vedo le labbra di lei schiudersi piano. Labbra rosse, morbide… Che Dio mi perdoni. Le vedo sfiorare una guancia gelata, piegarsi in una smorfia. Ma quando la bocca si apre sulle parole che spenderà, non sento niente. E’ il mio segreto. Non ascolto, anche se sono qui per questo. Non voglio sentire. E’ troppo bella, troppo elegante. E io sono giovane, non ho spina dorsale. Non voglio sentire quelle promesse, le bugie, così uguali a quelle delle altre. “Ti porterò a casa non appena sarà possibile…”, “Tuo padre è lontano… la guerra…”, “Quando tornerà, vedrai..” Non voglio sentire perché lei è bella ed io non voglio odiarla. Poi, d’un tratto, il colloquio era finito. I passi sull’impiantito sconnesso, passi di adulto, pesanti e scanditi. Il marito tornava a prenderla, reclamava il suo posto coi modi composti e gentili che il ruolo consentivano. Si avvicinava in silenzio e le deponeva una mano sulla spalla. Una leggera pressione, come a dire “è ora”. Ma lei, la vedo bene, è in anticipo su questo gesto, quando l’uomo la tocca è già rigida ed eretta con la schiena, lo sguardo spostato sul fondo. Su di me. Mi intercetta con gli occhi. Vuole assicurarsi che Pietro rientri subito all’istituto, che non la segua nel cortile. Era successo, anni prima. Si era accodato ad un gruppetto di fedeli in visita ed era uscito dalla chiesa. Lei se l’era ritrovato accanto all’auto, all’improvviso. Voleva vedere l’automobile, aveva spiegato, sorridendo da un viso magro. Sorridendo con quelle labbra incredibili. L’auto, solo questo. Ma non doveva ripetersi. Ora lei non lo guarda più, non può farlo. Parla con me: con un servo, con un paria, con un secondino dall’aria spaventata che annuisce a capo chino. Siamo complici, lo capirò anni dopo… Adesso è il marito che scruta il ragazzo. Gli pesa addosso inquisitore. Approfitta della distrazione di lei per indagare: gli esamina i lineamenti, percorre i suoi tratti col bisturi di una curiosità sopita per anni, per tutta la litania di anni in cui l’ha accompagnata qui, a intervalli regolari. Cerca un altro volto.. Cerca in lui, come in un’impronta, un uomo che è passato. Il ragazzo sostiene l’esame come è abituato a fare, non si sottrae e non si aspetta niente. Non sa di essere l’oggetto di un astio profondo, di essere al di là di ogni possibilità di comprensione. Ricambia la sua curiosità: non è abituato a uomini che non portino un abito lungo. Conosce solo la nostra maschera. Perciò lo guarda, guarda quella mano sulla spalla, sul corpo della donna. Guarda con altri occhi ciò che anch’io guardo. E’ il pensiero di un attimo, sconveniente e illegittimo, ma mi sorprende sempre. L’idea di quell’uomo su quella donna, della loro relazione carnale. Un rombo nella testa, però lontano. “Ora dobbiamo andare”. La voce di lei, il suo gelo. Tornata al suo timbro, al controllo sapiente di pause e di accenti. Era voce di padrona, abituata a sovrastare le altre, a ristabilire l’ordine. Era quella voce che dirigeva l’orchestra dei loro respiri strattonati, mentre abbracciava Pietro, legnosa: “mi raccomando gli studi, non trascurarli”. Era quella voce che sanciva il confine, mentre ripercorreva a ritroso la navata, verso l’uscita, lei davanti e i due dietro appaiati, il marito e il ragazzo, nel momento in cui si voltava e decretava “Non serve che ci accompagni. Torna dentro”. Era la stessa voce che diventava formula, esatta e brutale, in quel saluto sempre uguale con cui lo congedava. “Arrivederci, Pietro” Lei davanti, l’uomo al suo fianco, il ragazzo fermo, ora. La vedo ancora, camminare con passo spedito e sicuro. Pietro, immobile, la guarda. Si morde le labbra. E sono quelle di lei, lo giuro. La vede scivolare nel buio, assorbita dal gioco di ombre evocato dalle candele. E’ quasi lontana ormai, già tornata figura di donna qualsiasi, una bella donna da qualche parte nel mondo. E’ in quel momento, quando il ragazzo Pietro arretra di pochi passi e sprofonda nelle tasche le mani fredde, a torturarsi le unghie, è allora che lei si blocca – un secondo, meno di un tempo ragionevole per capire -, vacilla appena, poi si piega su un lato, s’inclina come una barchetta di carta, ridiscende da quella distanza infinita e ripiomba accanto all’uomo che la sostiene col suo braccio e la contiene, ad un tratto apprensivo. Reclina il capo sulla spalla, rallenta… Forse si volta… Ma è buio, nessuno sa cosa guardi. Forse niente. Che Dio la perdoni. Pietro mi aiutava a spegnere le candele, soffiava un bacio verso l’altare e se ne tornava in camerata. Prima, però, mi salutava. E mai, giuro, mai che lo facesse senza un sorriso. Sulle sue labbra di madre. Senza odio, chè quello sarebbe arrivato più tardi. Se lui non l’ha fatto, che almeno Dio mi perdoni. |
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