"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
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| Nella vita del broker finanziario londinese Max Skinner (Russell Crowe), consacrata alla carriera e al successo (“Vincere non è tutto…è l’unica cosa!”), irrompe una notizia inaspettata: il vecchio zio Harry (Albert Finney) è morto e gli ha lasciato in eredità un magnifico casolare in Provenza con annesso vigneto, dove Max ha trascorso momenti piacevoli durante l’infanzia. Ma è un passato morto e sepolto, perchè Max, impegnato nelle sue imprese mirabolanti da gladiatore della finanza nell’arena della City londinese, ha perso da tempo ogni contatto con lo zio. Max vola in Provenza. Da bravo affarista votato al profitto, il suo unico scopo è quello di vendere la tenuta e l’azienda vinicola, ma non ha fatto i conti con i panorami mozzafiato e le dolci atmosfere dei declivi del Luberon, che risvegliano in lui ricordi e stati d’animo sopiti. Il viaggio di Max da Londra alla Provenza diventa un viaggio a ritroso nel tempo e nella memoria, una sorta di ritorno alle origini che lo condurrà su una strada dalla quale non potrà più tornare indietro: la via del contatto con la natura, della realizzazione dei propri desideri, dell’amicizia sincera, dell’amore. La fotografia esalta i contrasti: Londra è grigia e piovosa; la Provenza, dove Max riscopre il suo vero io, è colorata e lucente. “Un’ottima annata”, ispirato all’omonimo romanzo di Peter Mayle, può forse cogliere alla sprovvista chi segue da anni il regista di “Alien”, “Blade Runner” e “Il gladiatore”. Ma la sceneggiatura è tutt’altro che banale, la regia impeccabile e quella che di primo acchito potrebbe essere catalogata come una scontata commedia sentimentale si rivela a poco a poco un piccolo gioiello di ironia e leggerezza, privo di sbavature e leziosità. Nel film il vino è metafora della vita. E il grande regista britannico, che a sua volta ha posseduto una vigna in Provenza per quattordici anni, lancia al suo pubblico un messaggio di speranza: per tutti nella vita c’è “un’ottima annata”, a tutti viene data l’occasione di cambiare rotta e seguire i propri desideri. Basta cogliere i frutti di quel particolare anno, senza tirarsi indietro, e di certo le “ottime annate” seguiranno numerose. L’interiorità dell’uomo è come il piccolo vigneto di La Siroque, al quale l’umile vignaiolo Duflot ha dedicato tutta intera la sua esistenza, seguendolo e curandolo tutti i giorni con passione, dedizione totale e profondo rispetto, fino ad ottenere un vino pregiato, raro, dal sapore inconfondibile. Ed è questa la vera eredità che il vecchio zio Harry lascia al cinico nipote, insieme alla memoria indelebile della sua saggezza: “Amo fare il vino perché questo nettare sublime è semplicemente incapace di mentire. Vendemmiato presto o tardi non importa, il vino ti bisbiglierà in bocca sempre con completa e imperturbabile onestà ogni volta che ne berrai un sorso”. |
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| Il Complesso del Vittoriano ospita fino al 4 Febbraio una mostra dedicata a due determinanti pittori che espressero il loro genio tra la fine del diciannovesimo secolo e l’inizio del ventesimo: Henri Matisse e Pierre Bonnard. Due pittori ma anche due amici uniti da una fitta corrispondenza, un grande rispetto reciproco e una medesimo innovativo approccio alla pittura. Matisse rappresenta la modernità, Bonnard introduce fondamentali novità in una pittura ancora debolmente legata alla tradizione. Entrambi amavano e adoravano la pittura, ne erano completamente devoti. Per i due pittori l’arte non deve essere una copia della realtà ma la rappresentazione della personale reazione ad essa. Un artista non dovrebbe subordinare l’arte a delle regole ma solamente a quelle della propria espressione pittorica. La rivoluzione di Bonnard risiede nel suo voler dipingere il sentimento che un soggetto provoca nell’artista per trasferirlo in un tempo non statico. Matisse va ancora oltre. Abbraccia l’idea di pittura come percezione soggettiva della realtà ma al tempo stesso la supera arrivando a concepire la sua idea di “arte decorativa”. Nonostante dipingessero in maniera così differente i due pittori si tennero sempre in contatto, scambiandosi opinioni, pareri e anche dipinti. L’uno difendeva l’altro. Quando Bonnard morì, Matisse si scagliò contro chi lo riteneva un falso innovatore. Dal canto suo Bonnard esaltò per tutta la vita l’idea originale di Matisse sulla natura come fonte basilare d’ispirazione. I due pittori condivisero gli stessi temi: ritratti, paesaggi marini, finestre aperte verso l’esterno, soggetti floreali e in particolar modo lo studio di figure femminili. È una mostra che affascina lo spettatore e che tutti dovrebbero contemplare per calarsi nel mondo di due pietre miliari dell’arte pittorica. |
| Tu non mi conosci Joyce Carol Oates Mondadori Oscar Mondadori Traduzione di Silvia Rota Sperti 368 p. |

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